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SEGNI CLANDESTINI seconda edizione, in 5 lingue
con riproduzione dei disegni conservati nel Museo della Risiera di San Sabba a Trieste
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alcuni giornali
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Scoprimento di un bassorilievo e Mostra nel Museo della Risiera di San Sabba: Servizio di Lodovico Zabotto |
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Questa iniziativa editoriale ha ricevuto l'encomio del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi. Qualche precisazione sulla zona di Mühldorf che si può leggere nel mio romanzo VENT’ANNI NO – UNA STORIA TRIESTINA |
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Segni Clandestini ... sono sicuro di ricordarmi proprio della dimenticanza, che seppelisce nell'oblio le nostre ricordanze. "Le
confessioni" Libro X Capitolo XVII
Un'angosciante pagina della storia dell'umanità viene qui rivissuta attraverso i disegni di Talleri, disegni clandestini, che ne perpetuano il ricordo. Come il canto che Carolus Cergoly scrisse su Parin forse morto in Risiera, questi tratti dolorosi offrono alla memoria un futuro. Noi, spettatori, non possiamo sottrarci al dovere di testimoniare questa sofferta esperienza. Fabio Lamacchia (antiquario) |
Così i "Segni clandestini" affiorano come cicatrici e i tratti vigorosi di matita restituiscono oltre le parole - ma di parole non ne hanno bisogno - gli echi sordi della sofferenza e del dolore. Non uomini ma orrende maschere di viventi. Talleri fissa quei volti, quei gesti, quelle posture insofferenti icone. Le donne russe, le giovani ebree, i compagni della "Strafkolonne", la domenica a digiuno, l'aguzzino che infierisce: impossibile per Talleri dimenticare. Ecco il disegno - l'arte - che si fa terapia adeguata per porre un' equa distanza tra vissuto e vivente: l'artista esorcizza la morte, senza per quello venire meno all'obbligo morale e civile della denuncia. Roberto Spazzali (storico)
La specie umana che le matite di
Giovanni Talleri radunano in questi Segni clandestini, sorprende, emoziona, e
riconduce alle pagine di Robert Antelme. Nella sovra copertina del classico,
pubblicato da Giulio Einaudi nel 1969 (L'espéce humaine, appunto!), c'era un
disegno rappresentativo di Paul Klee nel quale la figura di un "mezzo"
uomo alza al cielo due braccia rigide. Busto drammatico che si è impresso nella
mia memoria quasi come i corpi di Rodin, con quelle mani che occupano
prepotentemente lo spazio, mani senza polsi, mani dalle dita contorte. |
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Trascinati fuori dalla nera memoria,
volti, gesti e situazioni sono pervasi da un dolore impresso per sempre, senza
scampo sulle carni di uomini e donne che riaffiorano come da un buio incubo. Talleri li fissa sulla carta senza
reticenze, ma con una sorta di pudore profondo. Gli occhi dei deportati sfuggono
ai nostri, sono occhi nascosti, cancellati dalla sofferenza, quasi Talleri
volesse testimoniarci l'impossibilità di descrivere, sino in fondo, un mondo
assurdo che sta sulla soglia del nulla. Ma Talleri disegna anche l'aguzzino
crudele, quasi un fantoccio, da solo e in primo piano, e poi sullo sfondo di una
scena, minuscolo, dove in primo piano giace il deportato caduto che si protende
verso di noi, un simbolo, anche nelle dimensioni, della forza morale e della
speranza del riscatto. La matita di Talleri dunque, con i
suoi tratti decisi e silenziosi ci svela lo straordinario potere della memoria
che si amalgama al presente per donare al nostro futuro una gioia consapevole.
Mühldorf è il nome di una media
città della Baviera, nei pressi del fiume Inn. Nel 1944 fu prescelta dai
nazisti per installarvi un Kz dipendente dal campo madre di Dachau: in una vasta
area attigua fu allestito un imponente cantiere per la costruzione di una
fabbrica sotterranea; nei paesi vicini di Waldkraiburg, Ampfing, Mittergars,
Mettenheim furono eretti i lager per i deportati, soprattutto civili, fra i
quali tanti ebrei. Doveva essere edificato un silo in
calcestruzzo lungo quattrocento metri, largo ottantacinque ed alto, nel punto di
volta inclusa l'escavazione, trentadue. Un impressionante arco capace di
contenere intere fabbriche militari che, alla fine dell'opera, doveva essere
ricoperto con zolle ed alberi per apparire dall'alto e da lontano come una
collina naturale. Un progetto faraonico, costato la vita a non meno di 1437
deportati, - quanti riposano nei cimiteri locali, ma di tanti altri non si
conosce la sepoltura - che rimase incompiuto per il sopraggiungere della fine
della guerra. Qui giunse Giovanni Talleri il 20
agosto 1944, dopo due giorni di angosciante viaggio in carro bestiame piombato. L'arresto avvenne sulla porta di
casa mentre si recava al lavoro, e fu deportato assieme a tanti altri giovani
triestini e istriani che non avevano risposto ai bandi di mobilitazione nella
Zona d'Operazioni "Litorale Adriatico", ovvero
Nella Strafkolonne di Mühldorf, ove il lavoro era massacrante e la vita si
svolgeva in condizioni bestiali, dovendo dormire e defecare ed orinare sul
pavimento, Talleri passò sette mesi della sua giovinezza, prima di essere
trasferito nel Lager di Strub; da dove, poco dopo, mettendo a rischio la vita,
riuscì a fuggire. Giunse a Trieste, spaventosamente magro ma animato da una grande forza morale; e, da artista qual era, disegnò i ricordi, le immagini che tratteneva nel cuore, quelle tremende vicende che gli erano rimaste nell'angolo più remoto della memoria d'uomo, lui sopravvissuto, oppresso da quel senso di colpa che pervade il vivo davanti ai morti, davanti al destino che divide, in modo irreparabile, gli uomini, davanti all'amaro privilegio di dover raccontare per non dimenticare. |
dei momenti vissuti pure da
Antelme, nei suoi tre lunghi anni di
prigionia.
Talleri denuncia, ricorda, esorcizza i fantasmi di Mühldorf, Antelme quelli di Buchenwald: "nel bene e nel male" l'orizzonte di entrambi è la
libertà. Da Segni clandestini non c'è via
d'uscita, non si va da nessuna parte... Il labirinto segnico è costituito
da tratti ossessivi, ripetitivi, da bocche spalancate o da piedi nudi: i tratti
dell' artista provocano e destano l'attenzione di chi sfoglia le pagine del
volume. E se nei disegni Talleri non traccia
le strade che passano vicino alle baracche, pur si odono nei suoi fogli i passi
d'uomini che lungo esse si trascinano. Automi che talvolta vedono un filo
spinato, automi con il capo chino, figure solitarie che la memoria non ha potuto
cancellare. Si sfogliano rapidi questi disegni
dove ogni passo conta, nei quali una figura che toglie la mano dalla tasca
sembra sprecare preziosa energia. Ogni movimento di matita tende a
riunire le figure: non ci sono, nei "moduli" di Talleri, percorsi
scontati, gesti inutili, azioni inefficaci! Il pittore è crudelmente
essenziale: nei suoi disegni ognuno dei protagonisti può fare separatamente una
"sua" storia completa, può prevedere il rischio, la fatica estrema
che non ha compensi, il significato di un rifiuto che conduce quasi
inevitabilmente all'esecuzione pubblica. Tutto, esclusivamente, nello
spavento e nell'odio. A differenza di Music, Talleri non
ricorda le fosse comuni: se il primo aggroviglia arti e bocche, il pittore
triestino coglie un grido sulle labbra di un Kapo o il sibilo della sua verga
che, impietosa, colpisce un uomo a terra. Disegni che scuotono, che entrano
nell'animo, come l'immagine delle tre ragazze ebree dalla testa rasata e dallo
sguardo attonito, e quella delle donne russe, miti, rassegnate, addette alla
cucina, che un paio di volte gli passarono di nascosto uno spicchio d'aglio. Nei Segni Clandestini, tracciati
poco dopo il suo rientro in Italia e firmati semplicemente Nino, il ritmo è
dato dall'incubo di chi attende inerte, di chi crepa; scheletri con la schiena
curva, con il ventre cavo si muovono o si cercano sotto un cielo indefinito;
talvolta un sole debole e basso fa filtrare a malapena i suoi raggi di luce
diafana sulla magrezza di un corpo. Druken, druken, druken (serrate!) è
il suono che attraversa le orecchie di questi automi... Nel faticoso procedere, incollati,
tremanti, con le spalle rattrappite, questi burattini d'ossa ci fanno intuire la
stanchezza, lo sfinimento, ma pure una brezza fresca o il vento gelido che porta
via la puzza delle latrine e allontana l'abbaiare dei cani. E anche noi sentiamo 1'ondata
d'angoscia e annaspiamo quasi avessimo una manciata di neve infilata nel collo
più che una forte allergia primaverile che ci toglie il respiro. Di certo i disegni di Talleri non
sono un'antologia dell' orrore"' sono strumento di cultura che Suonano come
un'esortazione alla vigilanza della ragione. Sono il tempo che Mühldorf ha sottratto alla giovinezza del pittore, il
tempo che ha condotto Talleri ad un impegno civile con l'equilibrio della
coscienza, con matura riflessione e, in questo caso specifico, con un personale,
vivo segno caratterizzante. Sono la parte della sua vita, che l'
artista ha vissuto tra sentinelle, corpi grigi e violacei, tra pidocchi, piaghe,
piedi infangati, facce angolose e marionette meccaniche senza peso... I Segni clandestini ci lasciano
intuire anche questo.
Walter Abrami (critico d'arte) |
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ALCUNI DISEGNI CONSERVATI NEL MUSEO DELLA RISIERA A TRIESTE
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per commenti> GT
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| Secret Marks |
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"... I am still quite certain that I also remember forgetfulness by which we remember that something is blotted out".
The Confessions
A
heart-rending page Fabio Lamacchia
Dragged from the dark memories, faces, gestures and situations are permeated
with grief imprinted forever and without respite on the flesh of men and women
who seem to reemerge from a gloomy nightmare. Adriano Dugulin
Mühldorf is the name of a medium-size city in Bavaria, near the Inn River. In
1994, it was selected by the Nazis as the site for the creation of a
concentration camp dependant upon the mother camp in Dachau. In a vast adjacent
area, a huge site for the construction of an underground manufacturing plant was
set up. Lagers for deported convicts, especially civilians - among whom were
many Jews - were erected in the nearby towns of Waldkraiburg, Ampfing,
Mittergars, Mettenheim. |
So the
"Secret Marks" remerge like scars, while the vigorous pencil strokes render
beyond words - even though they do not need any - the sordid echoes of suffering
and pain. They are not men but horrendous masks of living creatures. Talleri
fixes those faces, gestures and postures in pain-stricken icons, the Russian
women, the young Jewish women, the companions.
Roberto
Spazzali
The
humankind that the pencils of Giovanni Talleri describes in these Secret Marks
surprises, moves and brings back to mind Robert Antelme's pages. Walter Abrami |