|
|
IN COPERTINA Il perdono della madre olio 77x98 -1944 |
VENT'ANNI NO UNA STORIA TRIESTINA
EDIZIONI IL MURICE |
Ha vinto a Roma il "Premio Letterario Il Libro Parlato edizione 2000"
I DISCHI POSSONO ESSERE RICHIESTI ALL'AUTORE
Tratta della storia italiana dal 1925 al 1945 Il primo della trilogia sulla storia di Trieste |
|
DALLE PREFAZIONI |
|
Da un'intervista tv a casa dell'Autore: di Viviana Facchinetti |
...Giovanni Talleri è innanzitutto un cultore
innamorato della storia di Trieste, per la quale fa vibrare la corda
dell’adesione ragionata ai moduli della crescita attraverso le fasi
drammatiche della storia recente. ...Distanziandosi
dalle interpretazioni ufficiali di ogni parte,Talleri ingaggia con la storia una
personale tenzone analitica, protagonista degli avvenimenti, si libera da
pregiudizi scontati per formulare verità - le “sue” -, anche scomode e
controcorrente. In questo volume, così denso di fatti privati vissuti nella
contingenza epocale ricca di accadimenti dolorosi, è una sorta di diario aperto
su pagine poco frequentate dall’ analistica ufficiale; pertanto il romanzo si
colloca in equilibrio fra il bilancio di una porzione biografica e la
testimonianza diretta di un' era. ...
Il titolo inquadra due tensioni concomitanti nella genesi e nello
sviluppo dell’opera: la prima verso una posizione
di distacco dal coro dei sì in un periodo in cui essi furono prevaricanti nella
fase espansiva del fascismo e nel passaggio a una conquista civile e
democratica; la seconda, verso la gelosa affermazione di una specificità
pienamente inserita nel flusso della storia collettiva.
L’esperienza di Talleri si pone esattamente
sul crinale di ciò che fu una guerra totale e mondiale, ovvero di un sistema
che avvolge ma nel quale si può anche vivere e sopravvivere: l’uomo chiamato
alle scelte, alle scelte più difficili, che ha la dignità – e con essa il
coraggio dell’uomo libero – di dire “no”, di ribellarsi allo sciocco
servilismo, di rifiutare la supina acquiescenza, di non vendere l’anima e il
corpo ai signori dell’ideologia e del potere. La maturazione di un uomo, in
quei momenti, è più repentina e segue l’evoluzione drammatica degli eventi;
la percezione – soprattutto nei più giovani – che qualcosa stia cambiando,
che l’assenza delle idee non sia solo il frutto passeggero di un mondo
incerto, è il nefasto segno foriero di una crisi profonda e violenta, dalla
quale ci si poteva sottrarre solo con il coraggio del gesto personale. |
|
|
PAG.32 ... Strane vicende, come una tessitura divina o se si vuole diabolica, tutto si mescola e
si confonde. Piccoli segni se ne vanno, altri un po’ più fondi permangono; e
ciò che nello scorrere lento ma inesorabile del tempo assume maggiore influenza
è il modo di vivere, di crescere, di comportarsi, di pensare, di essere, che si
assorbe dall’ambiente in cui si è nati, come un pezzo di gesso assume il
colore del liquido in cui viene gettato. Ah, le origini! La ricerca delle
origini, quale stupida presunzione! Le origini di ogni essere si ritrovano nei
primi anni di vita, dove essa si svolse, come, con chi. La vera distinzione
delle razze fu, ab origine, inconfutabile perché estremamente precisa e
chiara: la bianca, la gialla, la nera. Ma tra migliaia d’anni di queste tre
razze rimarrà forse qualche raro esemplare perché esse si saranno, nonostante
ogni forza contraria, così intimamente mischiate, intrecciate e confuse da
originare un’unica razza, probabilmente grigia, quella appunto dei terrestri,
degli umani, pronti a irradiare la loro energia in un altro universo e
ricominciare tutto da capo. La metamorfosi sarà talmente molteplice e varia in
infinite combinazioni da rendere impossibile risalire all’inizio. Sarà lenta,
contrastata dai capi, che per volontà di dominio persisteranno a giocare sulla
diversità delle loro vittime esaltandone l’importanza; incontrerà i
colossali ostacoli dell’interesse ipocritamente mascherati, si scontrerà con
il fanatismo delle religioni, verrà frenata da montagne di orgoglio, da oscure
voragini di odio. L’umano, pronto e desideroso di vivere in pace, sarà
sempre spinto, come in un gioco di magia, alla volontà di guerra con il
semplice suono delle trombe, cioè i canti della propria lingua o, se vogliamo,
del proprio abbaiare; con le invocazioni della propria religione e dunque delle
proprie paure; con l’esaltazione dei propri costumi e perciò dei propri vizi;
con l’illusione della superiorità della propria razza; perché tutto ciò in
fondo a lui esiste, da sempre: è un automa, un essere programmato; e basta un
capo, un trombone qualsiasi a risvegliarlo, a farlo crescere, montarlo fino
all’esasperazione, a farlo esplodere. E l’uno si schiera contro l’altro.
Le occasioni sono infinite, i motivi, i pretesti nascono come la gramigna e
invadono e coprono e soffocano tutto. Così, appena viene a mancare la catena
che ci obbliga all’unione, ci sentiamo schizzati da ogni parte come in balia
di una forza centrifuga irresistibile, ed ognuno di noi pretende qualcosa di
diverso. La torre di Babele è sempre più solida e presente che mai. Ogni
qualvolta cade un impero, nel quale tutto appariva di un solo colore e
PAG.78 (ESALTAZIONE) Mussolini tornò sul suo balcone di Roma a pronunciare-recitare discorsi sempre più sintetici, alla maniera fascista, e sempre più applauditi. L’invenzione della “razza italiana”, la battaglia demografica, l’invasione dell’Albania, l’esaltazione dello Stato totalitario autarchico, l’antisemitismo, i milioni di baionette del potente impero risorto con il libro e il moschetto, la fratellanza con i Tedeschi per la fede nei medesimi ideali e il medesimo fine di abbattere la “demomassogiudaicoplutocrazia”, la conquista per il popolo italiano di spazi più larghi, l’eliminazione del potere inglese nel “mare nostrum”, il ritorno all’Italia delle terre rubatele dalla Francia. Giornali, radio, libri, scuola, cinema, tutto parlava soltanto fascista. L’Italia era diventata una potenza e lo aveva dimostrato in Africa, Spagna, Albania; aveva vinto la battaglia del grano ed aveva scoperto il carbone bianco. E tutti, perlomeno la stragrande maggioranza, nella quale mi annovero anch’io ragazzo, gli credevano.
PAG.164 Non mi rendevo ancora conto di ciò che stava succedendo, mi pareva di essere stato sbalzato in un altro mondo. Dal mio stretto angolo visivo certe cose avrei potuto capirle solo parecchio più tardi. La domanda che m’era sorta improvvisa e non mi abbandonava, era semplice: perché non avevano fermato Mussolini il giorno prima della dichiarazione di guerra? Era stato così facile metterlo da parte ed eliminare il “suo personale regime totalitario”, all’insaputa di tutto il popolo, di tutto l’esercito e di tutta la milizia, che veramente non capivo perché non l’avessero fatto prima. Poi le cose si capiscono, aiutati dallo stesso svolgersi dei fatti. Dalle conseguenze, dall’effetto, si può risalire alla causa, individuarla, supporla con una buona dose di certezza. Probabilmente prima non avrebbero potuto farlo, e lo sentivano, perché tutti erano con il Duce, il popolo lo avrebbe impedito. Ci vollero anni di guerra, ci vollero i bombardamenti a tappeto degli anglo-americani, la fame, il dolore, le distruzioni perché il popolo accettasse un simile avvenimento. E non solo, contemporaneamente furono rimessi in circolazione gli antifascisti, i veri, i pochi antifascisti. Ritornarono dal confino, uscirono dalle prigioni e trovarono la gente stanca che attendeva soltanto qualcuno che le dicesse: la guerra è finita. E fu pure un’azione subdola perché previde che l’immediato arrestare e condannare i fascisti, lo sguinzagliare gli antifascisti e il dichiarare reiteratamente fedeltà alla Germania nazista, a fianco della quale si doveva continuare la guerra, avrebbe generato un caos perché costituivano tre situazioni completamente, fondamentalmente antitetiche.....
PAG. 181... Mi allontanai veloce, quasi vergognandomi
perché pareva fosse una mia scelta. Invece io non volevo scegliere, anzi, se
avessi potuto avrei convinto ognuno di noi italiani a incrociare le braccia, a
fermare il tempo, la vita, proprio in quel tragico istante della nostra storia.
Ma sono sogni irrealizzabili e l’uno si pone contro l’altro e un fratello
uccide il fratello e un padre il figlio e un figlio il padre. Dio, che
vigliaccheria folle fu il tempo di quegli anni! E prima per lasciar fare e poi
per non voler concludere. Debolezza e paura prima, debolezza e paura dopo.
Sempre paura. E’ invero troppo elementare, semplice che rasenta
l’incoscienza, ricorrere alla giustificazione del proprio giuramento al Re,
perché s’egli tradisce, nessuno ha più con lui vincolo d’onore. Un patto
è un patto e deve essere vissuto fino in fondo, fino alla fine, senza
esitazioni. Il mutar bandiera al mutar della sorte non può essere in nessun
modo tollerato né tanto meno giustificato. Ogni chiacchiera, ogni discorso
pulito, ogni elaborato sofisma non potrà mai cancellare la verità, perché un
uomo è le sue azioni. Le parole sono ciò che vorrebbe essere o, peggio, che
vorrebbe sembrare d’essere..... PAG. 189... Finiva il 1943 e non smettevano gli allarmi
e la morte si divertiva a volare sopra Trieste con il suo fremito lugubre,
sempre uguale, sempre altissimo. In Istria, dopo Pinguente, Buie e Pisino, si scoprivano foibe colme di cadaveri di italiani ad Albona, Gallignana, Barbana.
PAG. 197 Giunse la notizia dell’attentato di via Rasella a
Roma ove, per rappresaglia, i tedeschi giustiziarono trecentotrentacinque
innocenti, almeno di quel crimine; e poco dopo ci furono a Trieste gli attentati
al cinema di Opicina ove ne fucilarono settantuno e alla mensa di via Ghega ove
ne impiccarono cinquanta per lo stesso motivo. Mentre i responsabili, convinti
della loro personale indispensabilità nella lotta di resistenza, ai fini della
liberazione e della giustizia, rimanevano ben nascosti a guardare. Dopo
un’azione terribile e inaccettabile, una reazione più terribile,
inaccettabile, però chiaramente prevista, precisata, minacciata dalle autorità
tedesche e quindi nota a tutti. Se i responsabili si fossero
costituiti, tutte quelle vite umane sarebbero state risparmiate. E di ciò si ha
certezza assoluta, basti ricordare il sacrificio di Salvo d’Acquisto che,
costituitosi pur essendo innocente, salvò ventidue vite umane. E questo atto
eroico avvenne prima dell’attentato di via Rasella. Ma nessuno ne parla perché
è un fatto troppo scomodo per coloro che, a forza di scrivere e di parlare di
Resistenza, hanno convinto i giovani e perfino se stessi a credere che la guerra
sia stata una loro vittoria... Non
ho saputo mai considerare certi atti come azioni di guerra. Non ho saputo, ma in
primo luogo non ho voluto. Non è stato possibile alla mia coscienza d’uomo
accettare e giustificare simili atti di vigliaccheria. Non soltanto “tirare le
pietre e nascondere la mano” sapendo quali ne saranno le conseguenze, ma
assistere nascosti e in silenzio alla condanna e all’esecuzione, al proprio
posto, di numerosi innocenti, al loro massacro. Ci vuole uno stomaco - dato che
in questi casi non si può neanche far cenno allo spirito - uno stomaco di
ferro, peggio, di iena. A che cosa poi sono servite certe
azioni? Ad eliminare cento tedeschi? Mille tedeschi? Però lasciando giustiziare
mille o diecimila dei propri, rendendo più acuto il disprezzo per il tradimento
e sempre più feroce l’odio. O forse sono serviti per ingraziarsi coloro che,
bombardando e distruggendo, invadevano le nostre terre per liberarci da noi
stessi? Credo piuttosto che lo scopo di nascondere la mano colpevole sia stato
proprio quello di far giustiziare innocenti, gente del popolo, in modo da
innescare e fomentare l’odio contro i nazifascisti, provocando così una
reazione a catena. Per costoro era buona qualsiasi azione pur di abbattere il
loro nemico, indifferente il danno che ne sarebbe derivato al popolo per amore
del quale dicevano di agire.....
PAG.199...Che il Re e Badoglio abbiano sottovalutato
l’influenza che quei signori avrebbero esercitato sulla massa di gente già
tanto provata dalla guerra è poco credibile. Probabilmente lo fecero di
proposito affinché le sollevazioni popolari fornissero il motivo per la
dichiarazione di guerra alla Germania nazista. E fu il caos. La folla urlò:
“La guerra è finita!” e si sfogò ad abbattere gli emblemi del fascismo con
lo slancio isterico di chi ha perduto la ragione e ad un tratto crede che tutto,
come per incanto, possa rimettersi al suo posto. Ma quale posto? Che le divise
scomparissero, che i tedeschi se ne andassero, che i bombardamenti cessassero,
che il cibo ritornasse abbondante, che dalle rovine risorgessero le case e,
chissà, forse anche che i morti risuscitassero. «La guerra è finita!» Il tedesco divenne il nemico, perché voleva fermamente proseguire la lotta. Non occorreva chiederglielo. E al nemico, benché continuasse a bombardarci, il “popolo di guerrieri” pensò come ad un amico, perché con il suo arrivo la guerra sarebbe veramente finita. Ragionamenti da deboli, ma così fu. Ed ebbero inizio gli attentati contro i tedeschi, che se ne dovevano andare per lasciarci finire la guerra; nel senso di mollare tutto e non di tenere duro fino in fondo. «Io sono un uomo comune, non ho nessuna particolare qualità che mi possa distinguere dagli altri e che m’innalzi su di loro, eppure morirei di vergogna se commettessi un delitto così esecrando: mandare a morte certa dieci o settanta o trecentotrentacinque innocenti in vece mia.»
Lo avevo detto parlando
in ufficio con alcuni colleghi, anzi, ad alcuni colleghi, perché loro non si
sbilanciavano molto e preferivano ascoltare, benché l’ambiente mi
si fosse presentato, all’inizio, completamente fascista.
PAG.201 Il cambio di pelle avvenne per gradi, finì il 13 ottobre con la dichiarazione di guerra agli amici, diventati ex amici e quindi nemici, dopo altri trentacinque giorni di tragico caos. Basti ricordare Cefalonia. Ora che dal mio studio mi guardo la cupola giallastra della Sinagoga e, di sopra, la collina di Scorcola, gli alberi di Villa Giulia e il castello Geiringer, ricordo quei momenti passati e, come succede ai vecchi, mi sforzo per non commuovermi...
PAG 2O5 ... il nostro destino era segnato: o regione del Reich o
colonia inglese; e inoltre c’erano le aspirazioni molto pericolose di quel
Tito al quale il re Pietro aveva assegnato il comando di tutte le Forze armate
della Jugoslavia. Dove andavano le parole dei nuovi fascisti? Con i
tedeschi: non poteva essere diversamente. E .. |
|
alcuna forza. E i partigiani? Erano
schierati con la forte organizzazione dei partigiani jugoslavi, dunque con Tito. Situazione magnifica per uno che voleva Trieste, Istria
e Dalmazia italiane, sempre nei confini italiani. Chiunque da noi imbracciasse un’arma, lo poteva fare
soltanto in favore di uno straniero. E non bastava, il peggio era che si
sprofondava sempre di più nella guerra civile, nel fratricidio. E ciò soltanto
per regalare queste nostre terre ad uno straniero, quello che avrebbe vinto con
l’aiuto di una parte di noi. Io non volevo farlo. Ci avevano buttati in un
pozzo d’ignominia, di stupidità, di vigliaccheria, di disperazione. Io
rimanevo fermo, poteva succedere la fine del mondo. Io incrociavo le braccia e
dicevo “no”. Ci avevano divisi e obbligati a fare scelte assurde,
vergognose. Potevo mettermi con i partigiani e aiutare gli slavi a infoibare
italiani solo perché erano italiani. Potevo mettermi con i tedeschi e aiutarli
a rastrellare italiani e farli martoriare in campi di concentramento. Potevo
passare la linea del fronte a sud e mettermi con gli anglo-americani per entrare
vittoriosamente con loro nelle mie città, dopo che i bombardieri, proprio per
farmi entrare vittoriosamente, le avevano pressoché rase al suolo. Magnifico! Ed ognuno ad esaltare la propria verità
scoprendo i delitti dell’altro e nascondendo i propri.
Il Piccolo
scriveva degli Americani, dopo il primo bombardamento su Trieste: “Questa
sottospecie d’uomini d’oltreoceano, come si sono rovinati i denti contro il
coraggio delle città tedesche... così avverrà contro i vigili e saggi
triestini”. Parole, e nemmeno sincere, che ormai servivano solamente ad
alimentare la guerra civile, la lotta fratricida. Era un problema grandioso, lacerante, non vissuto in
funzione della propria misera persona, delle proprie paure, dei propri interessi
piccoli o grandi che fossero. Trascendeva. E impegnava me stesso, semplicemente
ma totalmente me stesso....
PAG. 209... Per la prima volta venivo chiuso a chiave,
ero prigioniero. Forse loro avevano ragione, continuavano a combattere contro i
nemici che, nelle nostre manifestazioni studentesche, avevamo dichiarato con
urla e canti di voler distruggere. Sì, forse avevano ragione di voler
continuare rimanendo a fianco dei fratelli caduti in anni di guerra. Forse io
ero soltanto un illuso perché pretendevo che la gente, tutti, nel tragico
momento in cui veniva tradita dai capi, incrociasse le braccia e si rifiutasse
di fare una scelta, preferendo un probabile martirio ad un sicuro fratricidio. Sì,
ero un illuso.. Non è realistico pretendere
tanto neanche da un popolo che sia compatto, che abbia alle spalle secoli di
lotte comuni, di vittorie, di gloria ed anche di sofferenze comuni. Ci sono le
passioni, c’è la natura dell’uomo, il suo essere cumulo di istinti e di
paure, che privilegia se stesso nel caos generale, e perciò perde la misura
delle cose, il senso dell’altro.
Il Waldlager (vedi in Segni clandestini)
PAG. 210... Vedevo lo sfacelo della mia Patria.
Quell’immediato dividersi, frantumarsi in fazioni e porsi a disposizione degli
estranei e richiedere il loro intervento ed appoggiarlo per risolvere le
faccende di casa propria, lo giudicavo servile, figlio di secoli di storia di
invasioni e di domini stranieri. La vita che si ripeteva, quasi monotona sino
alla nausea. Veramente ci sarebbero voluti almeno altri cinquant’anni di buona
quasi-dittatura nazionalista, per rigenerarla. Insomma ci sarebbe voluto che
Mussolini nel ’37 si fosse ritirato a favore di un Cavour. Invece si ubriacò
e, quel ch’è peggio, lo aiutarono a ubriacarsi della sua potenza. E fu la
fine.
La nostra
storia secolare di rivalità e lotte interne tra staterelli e ducatini e,
contemporaneamente, di sottomissione e di obbedienza a vari padroni stranieri,
ci ha fatto semplicemente perdere la nostra identità nazionale, cioè
rinunciare all’orgoglio di sentirci, di essere italiani, perché non si è mai
orgogliosi di appartenere a un gruppo debole o vile o sciocco o solamente
venale.
Lo avevamo
più volte dimostrato ed ora lo stavamo rifacendo. Sembra che ci sia in noi
Italiani un bisogno congenito di essere comandati e privati della libertà di
parola e di azione per poter rimanere nei nostri limiti, disciplinati,
rispettosi dei diritti altrui. Amiamo troppo il nostro ego, tanto da agire
soprattutto per la nostra personale affermazione, non ammettendo limitazioni
alla nostra individuale libertà. E ciò perché intendiamo la democrazia come
anarchia. Per noi la libertà consiste nel poter non obbedire, agendo a nostro
piacimento, senza doveri e con molti diritti. Siamo un popolo di professori, di
chiacchieroni, d’inconcludenti, tutto teorie, sofismi, parole; e ci
occorrerebbe giornalmente una lezione di pragmatismo.
PAG.221
PAG. 226... quand’ero in gruppo diventavo parte di
una collettività ch’essi avevano imparato a disprezzare e per la quale non
usavano riguardo alcuno, perché era soltanto un insieme di persone che parlano
la stessa lingua ma che si combattono tra di loro annullando così i loro anche
alti valori individuali. Io non ero più io, ma solamente una particella di un
sistema: quello italiano che li aveva traditi. Notavo tali differenze e capivo
che le caratteristiche dell’individuo, le sue qualità, una volta inserito
nella collettività, si annullano se nei vari individui che la costituiscono è
assente l’elemento unificante, ossia quella caratteristica che rende tutti dei
vasi comunicanti, facendo così dei tanti individui un’unica massa, un unico
popolo compatto: il senso della collettività, per il quale, anziché
annullarsi, i valori si sommano. Perciò, mancando questo elemento, un popolo,
anche se composto da “schiere di eroi”, come popolo non vale niente o
pochissimo, perché non esiste come collettività. Insomma l’idea della
“grande famiglia” che avevo nel cuore sin da ragazzo. PAG. 258... e mi sentivo bene perché avevo saputo in qualche modo resistere alle imposizioni, salvare la mia libertà morale non permettendo a nessuno di prendermi per mano e condurmi, con chiacchiere e parole lusinghevoli, a sparare contro i miei fratelli, così coinvolgendomi, indifferente da quale parte, nel gioco degli stranieri: e a questo fine qualsiasi prezzo è buono purché lo si paghi di persona. Ciò che conta è che guardandosi dentro, esaminando la propria coscienza, mentre “si coltiva il proprio orto di giustificazioni e di attenuanti”, non ci si debba vergognare. Si possono commettere errori, e se ne commettono, ma non contro i propri principi essenziali, non in dispregio del proprio pensiero, della propria intelligenza, del proprio essere spirituale. Altrimenti tutto risulterebbe giustificato, ogni debolezza ed ogni crimine: chi uccide, chi tortura, chi sgancia atomiche, chi lascia condannare innocenti, chi fa saltare scuole; i roghi e le santificazioni. Fortunati coloro che conoscono la fede. Quanto ne avevo parlato da ragazzo con mio cugino Silvano! E fortunati coloro che fanno una scelta perché intimamente convinti che sia la giusta. Ma gli altri, quelli che sono opportunisti e vanno col vento, siano incolti manovali o eruditi professori, penso che di fronte a se stessi, nel loro segreto, nella loro fonda e sconsolata intimità, non potranno che rattristarsi.
PAG. 262... Fu un bel piano predisposto dai nostri
nuovi alleati, quelli cioè del dopo otto settembre. Permisero che gli slavi
occupassero tutta PAG. 276...
«E’
servito a me. Comunque, vecchio o giovane non fa differenza. Interessante è
sapere che la verità non potrà essere modificata: si rifletterà sempre
chiaramente negli occhi delle generazioni future ogni qualvolta dovranno
misurarsi tra di loro. Un certo tipo di verità si trasmette senza parole: è un
fatto genetico, ereditario. Credo sia proprio così. E non dire, ti prego, che
voglio sapere tutto, quando sai bene che non è vero. La nostra non è stata
nemmeno una guerra civile. La baruffa in famiglia l’avrei fatta senz’altro
anch’io. Ma lasciarmi usare dagli stranieri, no. Ed ora non sappiamo neanche
di che morte moriremo. Forse verremo incorporati in uno stato comunista. E
allora? Sarà questa la liberazione dalla dittatura? Sarà invece il passaggio
da un padrone ad un altro, che per quanto ne so è molto peggiore ed è crudele.».....
PAG.279...Mi
avevano chiamato per consegnarmi il brevetto, ed io ci andavo soltanto per
rifiutarlo.
C’era molta gente e quando toccò a me, nel
respingerlo, dichiarai ad alta voce ch’era quello, invece, il momento di fare
i partigiani, contro chi voleva impadronirsi di tutta la nostra regione.
I presenti ascoltarono, ma, per loro, quanto
dicevo era tanto impegnativo da non poter essere vero; e fu come non avessi
parlato. Nel generale brusio proseguirono il loro lavoro. S’era formata
un’altra fila di gente che attendeva, ognuno con il suo problema e le sue
benemerenze da far riconoscere, perché ognuno, ormai, scopriva di aver
contribuito a liberare il Paese dall’occupatore tedesco, di essere stato
partigiano e, senza dubbio, antifascista.
|
| CENNI CRITICI |
|
.
Bifrontismo Carboncino degli anni '40 |
L'autenticità di questa denuncia, relativa ad uno spaccato sociale, che sembra pur ottuso ed insensibile al filone del pensiero e della testimonianza antifascista, risulta tanto più drammatica quanto più direttamente esperita e sofferta; l'unica meta di riscatto si profila attraverso il personale rifiuto della strumentalizzazione sino alla scelta della prigionia e del Lager in luogo di un "sicuro fratricidio". Maria Teresa Massavelli - Talento -Torino 2.1996
.Un romanzo di vita, dunque, questo di Talleri, e al tempo stesso una testimonianza lucida e rigorosa, dove le stesse tensioni emotive, certamente forti, con il trascorrere del tempo si sono acquietate offrendo alla narrazione un più tranquillo distacco, ma anche una più incisiva analisi rivolta a decifrare tra le pieghe dell'anima quelle motivazioni che hanno indirizzato l'autore a delle scelte precise e a delle ponderate valutazioni... Grazia Palmisano - Il Piccolo - Trieste 6.11.19
.VENT’ANNI NO
Il
romanzo di Talleri, vincitore del Premio del Libro Parlato Uic. (Renato Terrosi).
|
|
per commenti> GT |
|
|
|
|
TWENTY YEARS AGAINST Edited by Murice, 286 pages. This novel, whose set is Trieste during the difficult years from 1925 to 1945, describes the life of a youth and the dramatic events which, during the war, put him in front of a very serious case of conscience. In fact. for having preferred martyrdom to warfare against his fellow-contryman in Italy, he ended up in a Nazi concentration camp in Germany. (pag.33)
She, after having married a man
from Trieste wan, moved to Trieste, his sister married a Greek and moved
to Athens while one of their cousins, born in Zara of Italian descent, married a Serb and
ended up in Belgrade. Strange events, maybe favourable maybe unfavourable, in which
different elements get mixed up giving origin to a new combination where only a little
part of the family signs are present because the largest portion of them is destined to
disappear in front of the new environment. In fact the humen caracter is mostly affected
by the environment, particularly
during our chilhood when, like a piece of chalk, we
absorb from the surroundings the way of living, behaving and thinking which makes useless
the research of our origin elsewhere,
including the native-places of our ancestors. |
fear(pag.197)
It arrived the
news of the Rasella street attack. To my man's conscience it was impossible to accept and
justify such cowardly actions. Not only to throw the stone without showing the
hand, well
aware of what will be the consequences, but even to witness from afar and in silence the
condamnation and the massacre of the poor innocent people who had been taken ib their
place. To behave like that, and in absence of any spiritual justification, means that some
men can be more ferocious than a hyena...(pag. 209)
Perhaps I was a mere dreamer as I expected people, all of
them, in the
tragic moment they were betrayed by their leaders, to cross their arms and refuse to make
a choice, preferring a probable martyrdom to a sure fratricide. No doubt I was a dreamer
because you can't expect so much not even of a people who has always been united and
wose past is rich of victorious fightings always fought in common. In fact, owing to his
own nature, which is a mixture of pure instincts and fears, the man, in moments of great
disorder, minds only his own interest and in this way he loses the measure of things and
the comprehension of the other men. (pag.258)... and I felt well because I had
succeded in turning down all impositions, saving, in this way, my moral liberty, which
would have been put at risk if I had listened to those who had tried to convince me to
take arms against my fellow-countrymen in a wild game which was only to the advantage of
the foreigners. In this respect every price may be a fair price on condition that you pay
it personally. What matters is that, when you look inside yourself and examine your
conscience, although in the presence of some possible justifications, you don't feel
ashamed of yourself. (pag. 273) At present, Caterina is much younger than was Clara when she died of a heart - attack, leaving of herself the image of a young woman. which now seems to confound my ideas. A daughter and a mother who seem to lose their identity. The mother younger than the daughter, with an apparent interchange of imageas. Both of them beautiful, smart, rebellious and so frail. Caterina anyway, older than Clara. Maybe a simple prosecution of the same life. I am perplexed because I see that the time is changing the terms of a relation, leading to strange situations which are exceeding our comprehension and become more obscure if put into relation with what is considered our final destination: the life to come. And if, at this point, we take into consideration the possibility of a resurrection with a final judgement to be attended by all the dead, we can't help feeling upset and anguished because it implies the idea of the endless of space and time. What kind of relation will there be between a daughter and her mother younger than she?
CRITICAL NOTES No doubt historians may find in the following pages some elemnts which cannot be undervaluated. Talleri was capable of answering with a "refusal" and payed the consequences which could be easily avoided with a more convenient conformism. He had to endure humiliations and deportation in a Nazi canp but he never ceased to be a free man. (R.Spazzali). This work by Talleri is a novel about life and at the same time is a vivid recollection of strong tensions and emotions of the past which, after so many years, have appeased offering to the story not only a more unbiased detachment but also a more incisive analysis (G.Palmisano). |