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IN COPERTINA

Il perdono della madre

 olio 77x98  -1944   

 VENT'ANNI NO

 UNA STORIA TRIESTINA

       

 

  EDIZIONI  IL MURICE

Ha vinto a Roma il "Premio Letterario Il Libro Parlato edizione 2000"  

 

I DISCHI POSSONO ESSERE

RICHIESTI ALL'AUTORE

 

Tratta della storia italiana dal 1925 al 1945

Il primo della trilogia sulla storia di Trieste

DALLE PREFAZIONI

 

Da un'intervista tv a casa dell'Autore:             

di Viviana Facchinetti             

<font color="#FF0000" size="4">NB: se non si vede il filmato, permettere gli Script.</font>

...Giovanni Talleri è innanzitutto un cultore innamorato della storia di Trieste, per la quale fa vibrare la corda dell’adesione ragionata ai moduli della crescita attraverso le fasi drammatiche della storia recente.

...Distanziandosi dalle interpretazioni ufficiali di ogni parte,Talleri ingaggia con la storia una personale tenzone analitica, protagonista degli avvenimenti, si libera da pregiudizi scontati per formulare verità - le “sue” -, anche scomode e controcorrente. In questo volume, così denso di fatti privati vissuti nella contingenza epocale ricca di accadimenti dolorosi, è una sorta di diario aperto su pagine poco frequentate dall’ analistica ufficiale; pertanto il romanzo si colloca in equilibrio fra il bilancio di una porzione biografica e la testimonianza diretta di un' era.

... Il titolo inquadra due tensioni concomitanti nella genesi e nello sviluppo dell’opera: la prima verso una  posizione di distacco dal coro dei sì in un periodo in cui essi furono prevaricanti nella fase espansiva del fascismo e nel passaggio a una conquista civile e democratica; la seconda, verso la gelosa affermazione di una specificità pienamente inserita nel flusso della storia collettiva.                     Enzo Santese

 

L’esperienza di Talleri si pone esattamente sul crinale di ciò che fu una guerra totale e mondiale, ovvero di un sistema che avvolge ma nel quale si può anche vivere e sopravvivere: l’uomo chiamato alle scelte, alle scelte più difficili, che ha la dignità – e con essa il coraggio dell’uomo libero – di dire “no”, di ribellarsi allo sciocco servilismo, di rifiutare la supina acquiescenza, di non vendere l’anima e il corpo ai signori dell’ideologia e del potere. La maturazione di un uomo, in quei momenti, è più repentina e segue l’evoluzione drammatica degli eventi; la percezione – soprattutto nei più giovani – che qualcosa stia cambiando, che l’assenza delle idee non sia solo il frutto passeggero di un mondo incerto, è il nefasto segno foriero di una crisi profonda e violenta, dalla quale ci si poteva sottrarre solo con il coraggio del gesto personale. Talleri ebbe per tre volte il coraggio di dire “no”...                                                                                                                                  Roberto Spazzali                                                                 

QUALCHE BRANO

PAG.32   ... Strane vicende, come una tessitura divina o se si vuole 

 diabolica, tutto si mescola e si confonde. Piccoli segni se ne vanno, altri un po’ più fondi permangono; e ciò che nello scorrere lento ma inesorabile del tempo assume maggiore influenza è il modo di vivere, di crescere, di comportarsi, di pensare, di essere, che si assorbe dall’ambiente in cui si è nati, come un pezzo di gesso assume il colore del liquido in cui viene gettato.

    Ah, le origini! La ricerca delle origini, quale stupida presunzione! Le origini di ogni essere si ritrovano nei primi anni di vita, dove essa si svolse, come, con chi. La vera distinzione delle razze fu, ab origine, inconfutabile perché estremamente precisa e chiara: la bianca, la gialla, la nera. Ma tra migliaia d’anni di queste tre razze rimarrà forse qualche raro esemplare perché esse si saranno, nonostante ogni forza contraria, così intimamente mischiate, intrecciate e confuse da originare un’unica razza, probabilmente grigia, quella appunto dei terrestri, degli umani, pronti a irradiare la loro energia in un altro universo e ricominciare tutto da capo. La metamorfosi sarà talmente molteplice e varia in infinite combinazioni da rendere impossibile risalire all’inizio. Sarà lenta, contrastata dai capi, che per volontà di dominio persisteranno a giocare sulla diversità delle loro vittime esaltandone l’importanza; incontrerà i colossali ostacoli dell’interesse ipocritamente mascherati, si scontrerà con il fanatismo delle religioni, verrà frenata da montagne di orgoglio, da oscure voragini di odio.  L’umano, pronto e desideroso di vivere in pace, sarà sempre spinto, come in un gioco di magia, alla volontà di guerra con il semplice suono delle trombe, cioè i canti della propria lingua o, se vogliamo, del proprio abbaiare; con le invocazioni della propria religione e dunque delle proprie paure; con l’esaltazione dei propri costumi e perciò dei propri vizi; con l’illusione della superiorità della propria razza; perché tutto ciò in fondo a lui esiste, da sempre: è un automa, un essere programmato; e basta un capo, un trombone qualsiasi a risvegliarlo, a farlo crescere, montarlo fino all’esasperazione, a farlo esplodere. E l’uno si schiera contro l’altro. Le occasioni sono infinite, i motivi, i pretesti nascono come la gramigna e invadono e coprono e soffocano tutto. Così, appena viene a mancare la catena che ci obbliga all’unione, ci sentiamo schizzati da ogni parte come in balia di una forza centrifuga irresistibile, ed ognuno di noi pretende qualcosa di diverso. La torre di Babele è sempre più solida e presente che mai. Ogni qualvolta cade un impero, nel quale tutto appariva di un solo colore e moltissimi erano convinti che in verità lo fosse,riappaiono i tanti vecchi colori delle tante etnie, religioni, lingue, nazionalità, interessi, odi....

 

PAG.78 (ESALTAZIONE)  Mussolini tornò sul suo balcone di Roma a pronunciare-recitare discorsi sempre più sintetici, alla maniera fascista, e sempre più applauditi. L’invenzione della “razza italiana”, la battaglia demografica, l’invasione dell’Albania, l’esaltazione dello Stato totalitario autarchico, l’antisemitismo, i milioni di baionette del potente impero risorto con il libro e il moschetto, la fratellanza con i Tedeschi per la fede nei medesimi ideali e il medesimo fine di abbattere la “demomassogiudaicoplutocrazia”, la conquista per il popolo italiano di spazi più larghi, l’eliminazione del potere inglese nel “mare nostrum”, il ritorno all’Italia delle terre rubatele dalla Francia. Giornali, radio, libri, scuola, cinema, tutto parlava soltanto fascista. L’Italia era diventata una potenza e lo aveva dimostrato in Africa, Spagna, Albania; aveva vinto la battaglia del grano ed aveva scoperto il carbone bianco. E tutti, perlomeno la stragrande maggioranza, nella quale mi annovero anch’io ragazzo, gli credevano.

    No, non era possibile che tutti fingessero di credere, e soltanto per il quieto vivere: che la finzione fosse così diffusa e perfetta fino al momento delle sconfitte e poi, solamente poi, si rivelasse come tale e scoprisse il volto vero, originale, nascosto di un totale antifascismo. Non è possibile credere in una simile situazione. Significherebbe perdere la propria identità e con ciò la propria credibilità, come cessare di esistere, perché sono due caratteristiche essenziali, indispensabili nei tempi lunghi della storia. Certo non è facile ricordare se stessi come veramente si era, nelle proprie convinzioni, nelle proprie illusioni, dopo aver scoperto che erano sbagliate, folli, perché con se stessi si è molto indulgenti e pronti ad ogni compromesso. Ma chi ricorda un tempo passato e ci mette l’animo del presente e lo vede e lo giudica secondo le verità che ha scoperto in un momento successivo, tende solo a falsare il ricordo che ha di sé, a violentare, a modificare, a plasmare la sua precedente personalità secondo le sue nuove convinzioni. Purtroppo i voltagabbana, le banderuole sono innumerevoli e se ne fregano di tutto fuorché di apparire ciò che gli conviene in un determinato momento.....

 

PAG.164  Non mi rendevo ancora conto di ciò che stava succedendo, mi pareva di essere stato sbalzato in un altro mondo. Dal mio stretto angolo visivo certe cose avrei potuto capirle solo parecchio più tardi. La domanda che m’era sorta improvvisa e non mi abbandonava, era semplice: perché non avevano fermato Mussolini il giorno prima della dichiarazione di guerra? Era stato così facile metterlo da parte ed eliminare il “suo personale regime totalitario”, all’insaputa di tutto il popolo, di tutto l’esercito e di tutta la milizia, che veramente non capivo perché non l’avessero fatto prima. Poi le cose si capiscono, aiutati dallo stesso svolgersi dei fatti. Dalle conseguenze, dall’effetto, si può risalire alla causa, individuarla, supporla con una buona dose di certezza. Probabilmente prima non avrebbero potuto farlo, e lo sentivano, perché tutti erano con il Duce, il popolo lo avrebbe impedito. Ci vollero anni di guerra, ci vollero i bombardamenti a tappeto degli anglo-americani, la fame, il dolore, le distruzioni perché il popolo accettasse un simile avvenimento. E non solo, contemporaneamente furono rimessi in circolazione gli antifascisti, i veri, i pochi antifascisti. Ritornarono dal confino, uscirono dalle prigioni e trovarono la gente stanca che attendeva soltanto qualcuno che le dicesse: la guerra è finita. E fu pure un’azione subdola perché previde che l’immediato arrestare e condannare i fascisti, lo sguinzagliare gli antifascisti e il dichiarare reiteratamente fedeltà alla Germania nazista, a fianco della quale si doveva continuare la guerra, avrebbe generato un caos perché costituivano tre situazioni completamente, fondamentalmente antitetiche.....

 

PAG. 181... Mi allontanai veloce, quasi vergognandomi perché pareva fosse una mia scelta. Invece io non volevo scegliere, anzi, se avessi potuto avrei convinto ognuno di noi italiani a incrociare le braccia, a fermare il tempo, la vita, proprio in quel tragico istante della nostra storia. Ma sono sogni irrealizzabili e l’uno si pone contro l’altro e un fratello uccide il fratello e un padre il figlio e un figlio il padre. Dio, che vigliaccheria folle fu il tempo di quegli anni! E prima per lasciar fare e poi per non voler concludere. Debolezza e paura prima, debolezza e paura dopo. Sempre paura. E’ invero troppo elementare, semplice che rasenta l’incoscienza, ricorrere alla giustificazione del proprio giuramento al Re, perché s’egli tradisce, nessuno ha più con lui vincolo d’onore. Un patto è un patto e deve essere vissuto fino in fondo, fino alla fine, senza esitazioni. Il mutar bandiera al mutar della sorte non può essere in nessun modo tollerato né tanto meno giustificato. Ogni chiacchiera, ogni discorso pulito, ogni elaborato sofisma non potrà mai cancellare la verità, perché un uomo è le sue azioni. Le parole sono ciò che vorrebbe essere o, peggio, che vorrebbe sembrare d’essere.....

 

PAG. 189... Finiva il 1943 e non smettevano gli allarmi e la morte si divertiva a volare sopra Trieste con il suo fremito lugubre, sempre uguale, sempre altissimo.

    In Istria, dopo Pinguente, Buie e Pisino, si scoprivano foibe colme di cadaveri di italiani ad Albona, Gallignana, Barbana.

PAG. 197 ...La situazione generale peggiorava, benché i giornali e la radio presentassero le lente ma inevitabili ritirate dei tedeschi su tutti i fronti - in Russia, in Francia e in Italia - quasi fosse un susseguirsi di vittorie. E così le linee di combattimento continuavano a indietreggiare, come un cerchio destinato a stringere la Germania in una morsa fatale.

Giunse la notizia dell’attentato di via Rasella a Roma ove, per rappresaglia, i tedeschi giustiziarono trecentotrentacinque innocenti, almeno di quel crimine; e poco dopo ci furono a Trieste gli attentati al cinema di Opicina ove ne fucilarono settantuno e alla mensa di via Ghega ove ne impiccarono cinquanta per lo stesso motivo. Mentre i responsabili, convinti della loro personale indispensabilità nella lotta di resistenza, ai fini della liberazione e della giustizia, rimanevano ben nascosti a guardare. Dopo un’azione terribile e inaccettabile, una reazione più terribile, inaccettabile, però chiaramente prevista, precisata, minacciata dalle autorità tedesche e quindi nota a tutti.

    Se i responsabili si fossero costituiti, tutte quelle vite umane sarebbero state risparmiate. E di ciò si ha certezza assoluta, basti ricordare il sacrificio di Salvo d’Acquisto che, costituitosi pur essendo innocente, salvò ventidue vite umane. E questo atto eroico avvenne prima dell’attentato di via Rasella. Ma nessuno ne parla perché è un fatto troppo scomodo per coloro che, a forza di scrivere e di parlare di Resistenza, hanno convinto i giovani e perfino se stessi a credere che la guerra sia stata una loro vittoria...

    Non ho saputo mai considerare certi atti come azioni di guerra. Non ho saputo, ma in primo luogo non ho voluto. Non è stato possibile alla mia coscienza d’uomo accettare e giustificare simili atti di vigliaccheria. Non soltanto “tirare le pietre e nascondere la mano” sapendo quali ne saranno le conseguenze, ma assistere nascosti e in silenzio alla condanna e all’esecuzione, al proprio posto, di numerosi innocenti, al loro massacro. Ci vuole uno stomaco - dato che in questi casi non si può neanche far cenno allo spirito - uno stomaco di ferro, peggio, di iena.  

    A che cosa poi sono servite certe azioni? Ad eliminare cento tedeschi? Mille tedeschi? Però lasciando giustiziare mille o diecimila dei propri, rendendo più acuto il disprezzo per il tradimento e sempre più feroce l’odio. O forse sono serviti per ingraziarsi coloro che, bombardando e distruggendo, invadevano le nostre terre per liberarci da noi stessi? Credo piuttosto che lo scopo di nascondere la mano colpevole sia stato proprio quello di far giustiziare innocenti, gente del popolo, in modo da innescare e fomentare l’odio contro i nazifascisti, provocando così una reazione a catena. Per costoro era buona qualsiasi azione pur di abbattere il loro nemico, indifferente il danno che ne sarebbe derivato al popolo per amore del quale dicevano di agire.....

 

PAG.199...Che il Re e Badoglio abbiano sottovalutato l’influenza che quei signori avrebbero esercitato sulla massa di gente già tanto provata dalla guerra è poco credibile. Probabilmente lo fecero di proposito affinché le sollevazioni popolari fornissero il motivo per la dichiarazione di guerra alla Germania nazista. E fu il caos. La folla urlò: “La guerra è finita!” e si sfogò ad abbattere gli emblemi del fascismo con lo slancio isterico di chi ha perduto la ragione e ad un tratto crede che tutto, come per incanto, possa rimettersi al suo posto. Ma quale posto? Che le divise scomparissero, che i tedeschi se ne andassero, che i bombardamenti cessassero, che il cibo ritornasse abbondante, che dalle rovine risorgessero le case e, chissà, forse anche che i morti risuscitassero.

    «La guerra è finita!»

    Il tedesco divenne il nemico, perché voleva fermamente proseguire la lotta. Non occorreva chiederglielo. E al nemico, benché continuasse a bombardarci, il “popolo di guerrieri” pensò come ad un amico, perché con il suo arrivo la guerra sarebbe veramente finita. Ragionamenti da deboli, ma così fu. Ed ebbero inizio gli attentati contro i tedeschi, che se ne dovevano andare per lasciarci finire la guerra; nel senso di mollare tutto e non di tenere duro fino in fondo.

     «Io sono un uomo comune, non ho nessuna particolare qualità che mi possa distinguere dagli altri e che m’innalzi su di loro, eppure morirei di vergogna se commettessi un delitto così esecrando: mandare a morte certa dieci o settanta o trecentotrentacinque innocenti in vece mia.»

  Lo avevo detto parlando in ufficio con alcuni colleghi, anzi, ad alcuni colleghi, perché loro non si sbilanciavano molto e preferivano ascoltare,  benché l’ambiente mi si fosse presentato, all’inizio, completamente fascista.  

 

PAG.201   Il cambio di pelle avvenne per gradi, finì il 13 ottobre con la dichiarazione di guerra agli amici, diventati ex amici e quindi nemici, dopo altri trentacinque giorni di tragico caos. Basti ricordare Cefalonia.

    Ora che dal mio studio mi guardo la cupola giallastra della Sinagoga e, di sopra, la collina di Scorcola, gli alberi di Villa Giulia e il castello Geiringer, ricordo quei momenti passati e, come succede ai vecchi, mi sforzo per non commuovermi...

 

PAG 2O5  ... il nostro destino era segnato: o regione del Reich o colonia inglese; e inoltre c’erano le aspirazioni molto pericolose di quel Tito al quale il re Pietro aveva assegnato il comando di tutte le Forze armate della Jugoslavia.

     Dove andavano le parole dei nuovi fascisti? Con i tedeschi: non poteva essere diversamente. E la Guardia civica? Da nessuna parte: non aveva 

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alcuna forza. E i partigiani? Erano schierati con la forte organizzazione dei partigiani jugoslavi, dunque con Tito.

     Situazione magnifica per uno che voleva Trieste, Istria e Dalmazia italiane, sempre nei confini italiani.  

     Chiunque da noi imbracciasse un’arma, lo poteva fare soltanto in favore di uno straniero. E non bastava, il peggio era che si sprofondava sempre di più nella guerra civile, nel fratricidio. E ciò soltanto per regalare queste nostre terre ad uno straniero, quello che avrebbe vinto con l’aiuto di una parte di noi. Io non volevo farlo. Ci avevano buttati in un pozzo d’ignominia, di stupidità, di vigliaccheria, di disperazione. Io rimanevo fermo, poteva succedere la fine del mondo. Io incrociavo le braccia e dicevo “no”. Ci avevano divisi e obbligati a fare scelte assurde, vergognose. Potevo mettermi con i partigiani e aiutare gli slavi a infoibare italiani solo perché erano italiani. Potevo mettermi con i tedeschi e aiutarli a rastrellare italiani e farli martoriare in campi di concentramento. Potevo passare la linea del fronte a sud e mettermi con gli anglo-americani per entrare vittoriosamente con loro nelle mie città, dopo che i bombardieri, proprio per farmi entrare vittoriosamente, le avevano pressoché rase al suolo.

     Magnifico! Ed ognuno ad esaltare la propria verità scoprendo i delitti dell’altro e nascondendo i propri.

     Il Piccolo scriveva degli Americani, dopo il primo bombardamento su Trieste: “Questa sottospecie d’uomini d’oltreoceano, come si sono rovinati i denti contro il coraggio delle città tedesche... così avverrà contro i vigili e saggi triestini”. Parole, e nemmeno sincere, che ormai servivano solamente ad alimentare la guerra civile, la lotta fratricida.

     Era un problema grandioso, lacerante, non vissuto in funzione della propria misera persona, delle proprie paure, dei propri interessi piccoli o grandi che fossero. Trascendeva. E impegnava me stesso, semplicemente ma totalmente me stesso....  

 

PAG. 209... Per la prima volta venivo chiuso a chiave, ero prigioniero. Forse loro avevano ragione, continuavano a combattere contro i nemici che, nelle nostre manifestazioni studentesche, avevamo dichiarato con urla e canti di voler distruggere. Sì, forse avevano ragione di voler continuare rimanendo a fianco dei fratelli caduti in anni di guerra. Forse io ero soltanto un illuso perché pretendevo che la gente, tutti, nel tragico momento in cui veniva tradita dai capi, incrociasse le braccia e si rifiutasse di fare una scelta, preferendo un probabile martirio ad un sicuro fratricidio. Sì, ero un illuso.. Non è realistico pretendere tanto neanche da un popolo che sia compatto, che abbia alle spalle secoli di lotte comuni, di vittorie, di gloria ed anche di sofferenze comuni. Ci sono le passioni, c’è la natura dell’uomo, il suo essere cumulo di istinti e di paure, che privilegia se stesso nel caos generale, e perciò perde la misura delle cose, il senso dell’altro.

 

 

                                     Il  Waldlager (vedi in Segni clandestini)

 

PAG. 210... Vedevo lo sfacelo della mia Patria. Quell’immediato dividersi, frantumarsi in fazioni e porsi a disposizione degli estranei e richiedere il loro intervento ed appoggiarlo per risolvere le faccende di casa propria, lo giudicavo servile, figlio di secoli di storia di invasioni e di domini stranieri. La vita che si ripeteva, quasi monotona sino alla nausea. Veramente ci sarebbero voluti almeno altri cinquant’anni di buona quasi-dittatura nazionalista, per rigenerarla. Insomma ci sarebbe voluto che Mussolini nel ’37 si fosse ritirato a favore di un Cavour. Invece si ubriacò e, quel ch’è peggio, lo aiutarono a ubriacarsi della sua potenza. E fu la fine.

     La nostra storia secolare di rivalità e lotte interne tra staterelli e ducatini e, contemporaneamente, di sottomissione e di obbedienza a vari padroni stranieri, ci ha fatto semplicemente perdere la nostra identità nazionale, cioè rinunciare all’orgoglio di sentirci, di essere italiani, perché non si è mai orgogliosi di appartenere a un gruppo debole o vile o sciocco o solamente venale.

     Lo avevamo più volte dimostrato ed ora lo stavamo rifacendo. Sembra che ci sia in noi Italiani un bisogno congenito di essere comandati e privati della libertà di parola e di azione per poter rimanere nei nostri limiti, disciplinati, rispettosi dei diritti altrui. Amiamo troppo il nostro ego, tanto da agire soprattutto per la nostra personale affermazione, non ammettendo limitazioni alla nostra individuale libertà. E ciò perché intendiamo la democrazia come anarchia. Per noi la libertà consiste nel poter non obbedire, agendo a nostro piacimento, senza doveri e con molti diritti. Siamo un popolo di professori, di chiacchieroni, d’inconcludenti, tutto teorie, sofismi, parole; e ci occorrerebbe giornalmente una lezione di pragmatismo.

 

PAG.221 La Straf-Kolonne era l’inferno dove mettevano i ribelli... dentro, nel buio completo, dovevamo mangiare le patate, dividere il pane e la margarina in parti uguali ed anche pisciare in quei tre metri e svuotare i nostri corpi affetti da dissenteria, nel lezzo che impregnava ogni cosa. Spesso, non calcolando bene le distanze nel buio, ci si urtava e si sporcava sopra i piedi di qualcuno. Soltanto in cantiere potevamo andare sulla fossa biologica, accucciati in equilibrio sulle lunghe tavole, con la guardia armata che ci seguiva a qualche metro e controllava stupidamente ghignante tutta l’operazione, spesso ripetendo con una risata: «Hier Partisane!»..... Ognuno aveva il proprio posto e lo ritrovava nell’oscurità. E a tastoni controllava il suo mucchietto di cose che conservava sul pavimento, contro la parete, sotto le coperte. Per strada e nel cantiere si raccoglieva qualsiasi immondizia che potesse risultare utile, anche pezzi di carta di giornale per pulirsi dagli escrementi....Alle cinque di mattina, era ancora buio, si spalancava la porta ed entrava la nostra guardia. Teneva nella sinistra la lampada a petrolio che appendeva a fianco della porta e nella destra il mitra, e urlava sempre le stesse parole: «Austreten! Fertig Krieg alle Italiener Kaputt!» (Uscire! A guerra finita ammazziamo tutti gli italiani!) E per loro sarebbe stato facile e per noi sarebbe stato inevitabile. Non era una preoccupazione da poco quella che accompagnava le nostre notti; ma avevo finito con l’abituarmici e spesso mi prendevo la soddisfazione di guardare in faccia quella specie di carnefice, sorridendogli mentre con un’espressione truce ci sollecitava agitando il mitra.

 

PAG. 226... quand’ero in gruppo diventavo parte di una collettività ch’essi avevano imparato a disprezzare e per la quale non usavano riguardo alcuno, perché era soltanto un insieme di persone che parlano la stessa lingua ma che si combattono tra di loro annullando così i loro anche alti valori individuali. Io non ero più io, ma solamente una particella di un sistema: quello italiano che li aveva traditi. Notavo tali differenze e capivo che le caratteristiche dell’individuo, le sue qualità, una volta inserito nella collettività, si annullano se nei vari individui che la costituiscono è assente l’elemento unificante, ossia quella caratteristica che rende tutti dei vasi comunicanti, facendo così dei tanti individui un’unica massa, un unico popolo compatto: il senso della collettività, per il quale, anziché annullarsi, i valori si sommano. Perciò, mancando questo elemento, un popolo, anche se composto da “schiere di eroi”, come popolo non vale niente o pochissimo, perché non esiste come collettività. Insomma l’idea della “grande famiglia” che avevo nel cuore sin da ragazzo.

 

PAG. 258... e mi sentivo bene perché avevo saputo in qualche modo resistere alle imposizioni, salvare la mia libertà morale non permettendo a nessuno di prendermi per mano e condurmi, con chiacchiere e parole lusinghevoli, a sparare contro i miei fratelli, così coinvolgendomi, indifferente da quale parte, nel gioco degli stranieri: e a questo fine qualsiasi prezzo è buono purché lo si paghi di persona. Ciò che conta è che guardandosi dentro, esaminando la propria coscienza, mentre “si coltiva il proprio orto di giustificazioni e di attenuanti”, non ci si debba vergognare. Si possono commettere errori, e se ne commettono, ma non contro i propri principi essenziali, non in dispregio del proprio pensiero, della propria intelligenza, del proprio essere spirituale. Altrimenti tutto risulterebbe giustificato, ogni debolezza ed ogni crimine: chi uccide, chi tortura, chi sgancia atomiche, chi lascia condannare innocenti, chi fa saltare scuole; i roghi e le santificazioni. Fortunati coloro che conoscono la fede. Quanto ne avevo parlato da ragazzo con mio cugino Silvano! E fortunati coloro che fanno una scelta perché intimamente convinti che sia la giusta. Ma gli altri, quelli che sono opportunisti e vanno col vento, siano incolti manovali o eruditi professori, penso che di fronte a se stessi, nel loro segreto, nella loro fonda e sconsolata intimità, non potranno che rattristarsi.

PAG. 262... Fu un bel piano predisposto dai nostri nuovi alleati, quelli cioè del dopo otto settembre. Permisero che gli slavi occupassero tutta la Venezia Giulia sino all’Isonzo e oltre, e che si sfogassero a Trieste per ben quaranta giorni: una vera quarantena per la città e per il suo popolo. Così quella che doveva essere la linea d’incontro delle truppe angloamericane con le slave, sul meridiano di Fianona - si seppe poi - fu abbandonata in quanto a Roma c’era il capo del comunismo italiano che approvava con molta forza e favoriva l’impresa di Tito. Così, in seguito, il nostro debole governo, al quale non servì veramente nulla gonfiarsi con la parola “resistenza”, abbandonò le italianissime - già venete e prima romane - Venezia Giulia e Dalmazia in quanto erano pretese da un tale che faceva la voce grossa e aveva dietro di sé tutta l’URSS: e ripiegò sull’Alto Adige, benché meno italiano, ma dove il pretendente era uno sconfitto e la voce grossa proprio non poteva farla.....

 

PAG. 276... «E’ servito a me. Comunque, vecchio o giovane non fa differenza. Interessante è sapere che la verità non potrà essere modificata: si rifletterà sempre chiaramente negli occhi delle generazioni future ogni qualvolta dovranno misurarsi tra di loro. Un certo tipo di verità si trasmette senza parole: è un fatto genetico, ereditario. Credo sia proprio così. E non dire, ti prego, che voglio sapere tutto, quando sai bene che non è vero. La nostra non è stata nemmeno una guerra civile. La baruffa in famiglia l’avrei fatta senz’altro anch’io. Ma lasciarmi usare dagli stranieri, no. Ed ora non sappiamo neanche di che morte moriremo. Forse verremo incorporati in uno stato comunista. E allora? Sarà questa la liberazione dalla dittatura? Sarà invece il passaggio da un padrone ad un altro, che per quanto ne so è molto peggiore ed è crudele.».....

 

PAG.279...Mi avevano chiamato per consegnarmi il brevetto, ed io ci andavo soltanto per rifiutarlo.

     C’era molta gente e quando toccò a me, nel respingerlo, dichiarai ad alta voce ch’era quello, invece, il momento di fare i partigiani, contro chi voleva impadronirsi di tutta la nostra regione.

     I presenti ascoltarono, ma, per loro, quanto dicevo era tanto impegnativo da non poter essere vero; e fu come non avessi parlato. Nel generale brusio proseguirono il loro lavoro. S’era formata un’altra fila di gente che attendeva, ognuno con il suo problema e le sue benemerenze da far riconoscere, perché ognuno, ormai, scopriva di aver contribuito a liberare il Paese dall’occupatore tedesco, di essere stato partigiano e, senza dubbio, antifascista.

 

                                                                                                                                                                                    CENNI CRITICI

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    Bifrontismo                          Carboncino degli anni '40

 

L'autenticità di questa denuncia, relativa ad uno spaccato sociale, che sembra pur ottuso ed insensibile al filone del pensiero e della testimonianza antifascista, risulta tanto più drammatica quanto più direttamente esperita e sofferta; l'unica meta di riscatto si profila attraverso il personale rifiuto della strumentalizzazione sino alla scelta della prigionia e del Lager in luogo di un "sicuro fratricidio".                                   

     Maria Teresa Massavelli - Talento -Torino 2.1996

 

.Un romanzo di vita, dunque, questo di Talleri, e al tempo stesso una testimonianza lucida e rigorosa, dove le stesse tensioni emotive, certamente forti, con il trascorrere del tempo si sono acquietate offrendo alla narrazione un più tranquillo distacco, ma anche una più incisiva analisi rivolta a decifrare tra le pieghe dell'anima quelle motivazioni che hanno indirizzato l'autore a delle scelte precise e a delle ponderate valutazioni...

     Grazia Palmisano  - Il Piccolo - Trieste 6.11.19

 

.VENT’ANNI NO    Il romanzo di Talleri, vincitore del Premio del Libro Parlato Uic.
    Come scrive in prefazione Roberto Spazzali, la vicenda autobiografica di Giovanni Talleri comprende in sé tutte le vicissitudini di una generazione vissuta, duplicemente, sul confine: confine orientale della Venezia Giulia e confine, labile, tra vita e morte, tra scelta e destino, tra volontà e dominio.
    La maturazione di un uomo, in quei momenti, è più repentina e segue l’evoluzione drammatica degli eventi; la percezione - soprattutto nei più giovani - che qualcosa stia cambiando, che l’assenza delle idee non sia solo il frutto passeggero di un mondo incerto, è il nefasto segno foriero di una crisi profonda e violenta, dalla quale ci si poteva sottrarre solo con il coraggio del gesto personale. Un romanzo, "Vent’anni no", vivo, vero e attualissimo.
 

   (Renato Terrosi).

 

per commenti> GT

 

 TWENTY YEARS AGAINST       Edited by Murice,     286  pages. This novel, whose set is Trieste during the difficult years from 1925 to 1945, describes the life of a youth and the dramatic events which, during the war, put him in front of a very serious case of conscience. In fact. for having preferred martyrdom to warfare against his fellow-contryman in Italy, he ended up in a Nazi concentration camp in Germany.

  (pag.33)…She, after having married a man from Trieste wan, moved to Trieste, his sister married a Greek and moved to Athens while one of their cousins, born in Zara of Italian descent, married a Serb and ended up in Belgrade. Strange events, maybe favourable maybe unfavourable, in which different elements get mixed up giving origin to a new combination where only a little part of the family signs are present because the largest portion of them is destined to disappear in front of the new environment. In fact the humen caracter is mostly affected by the environment, particularly during our chilhood when, like a piece of chalk, we absorb from the surroundings the way of living, behaving and thinking which makes useless the research of our origin elsewhere, including the native-places of our ancestors.
    (pag.79)… It was not possible that, just for the sake of a quiet life, all people  feigned to believe and that such pretension could hide so perfectly their real feelings which now, at the moment of the defeat, seemed to be of a quite different nature: total antifascism. Such a situation cannot be accepted because it would mean and imply the loss of our identity and our credibility which are  two essential and indispensable elements in the slow course of history.
     (pag.129)…I was thinking all the time of Clara. With her it had been a thrill of senses, an abandonment of the mind and the falling of my heart in a whirlpool of sweetness. Was it real love? And what is love? This is what I asked myself without giving me an answer. Perhaps is love the happiness one feels when one's desire is satisfied? No, not only that. Till now more than once my desires had been satisfied and not only with a mere kiss or the senses, but, despite that, nothing important seemed to have happened or to be compared with what I was feeling now: that is, a state of estreme delight of the soul, a strong desire of donating  myself and a strange sensation of ascendancy, as if I had become an eagle.
     (pag.142)… It was the instant of my life in which I felt like a lord, the lord of the world, not to say of the universe. No obstacle, no difficulty would have stopped me. I would have made a clear sweep of everything. I would have turned deserts into green soft meadows full of flowers. In that instant everything seemed to be within my reach...  
       instant 
       strong heartbeating
       sudden arrival and impetuous ride 
       elapsing of time 
       at last you return 
       and escape 
       disappear 
       but remaining memory. 
     (pag.160)… It is silly the people that, giving up his freedom, accepts to be reduced to slavery but it is also foolish he who, after imposing dictatorship, poses as a God losing every realistic perception.
     (pag.181)… On the contrary I didn't want to make a choice and if I could I would have convinced all Italians to cross their arms and stop the time in this tragic moment of our life. But this is impossible when everybody  becomes  an enemy and the brother kills the brother, the father kills the son and the son kills his own father. What a shameful  cowardice in all those years, at first  for not opposing and later  for not wanting to conclude. Weakness and fear at first, weakness and fear later. Always 

 fear(pag.197)…It arrived the news of the Rasella street attack. To my man's conscience it was impossible to accept and justify such cowardly actions. Not only to throw the stone without showing the hand, well aware of what will be the consequences, but even to witness from afar and in silence the condamnation and the massacre of the poor innocent people who had been taken ib their place. To behave like that, and in absence of any spiritual justification, means that some men can be more ferocious than a hyena...(pag. 209)… Perhaps I was a mere dreamer as I expected people, all of them, in the tragic moment they were betrayed by their leaders, to cross their arms and refuse to make a choice, preferring a probable martyrdom to a sure fratricide. No doubt I was a dreamer because you can't  expect so much not even of a people who has always been united and wose past is rich of victorious fightings always fought in common. In fact, owing to his own nature, which is a mixture of pure instincts and fears, the man, in moments of great disorder, minds only his own interest and in this way he loses the measure of things and the comprehension of the other men.   (pag.258)... and I felt well because I had succeded in turning down all impositions, saving, in this way, my moral liberty, which would have been put at risk if I had listened to those who had tried to convince me to take arms against my fellow-countrymen in a wild game which was only to the advantage of the foreigners. In this respect every price may be a fair price on condition that you pay it personally. What matters is that, when you look inside yourself and examine your conscience, although in the presence of some possible justifications, you don't feel ashamed of yourself.
      (pag. 273)… At present, Caterina is much younger than was Clara when she died of a heart - attack, leaving of herself the image of a young woman. which now seems to confound my ideas. A daughter and a mother who seem to lose their identity. The mother younger than the daughter, with an apparent interchange of imageas. Both of them beautiful, smart, rebellious and so frail. Caterina anyway, older than Clara. Maybe a simple prosecution of the same life. I am perplexed because I see that the time is changing the terms of a relation, leading to strange situations which are exceeding our comprehension and become more obscure if put into relation with what is considered our final destination: the life to come. And if, at this point, we take into consideration the possibility of a resurrection with a final judgement to be attended by all the dead, we can't help feeling upset and anguished because it implies the idea of the endless of space and time. What kind of relation will there be between a daughter and her mother younger than she?

 

CRITICAL NOTES
… in many respects it is the confessional coffer of an enlightened middleclass man who asserts, and claims them from history, the true values of history. The dialogues are extremely sprightly and telling, supported by some linguistic expressions having an intense and immediate effect on the reader…(E.Santese).

… what he blames the most is the prevailing indifference of the population in front of the impending menace of dictatorship. In addition to the reproduction of three drawings, the book contains ten lyrical poems in which are reconstructed, with a differnt cadence, feelings and impressions already present in the novel, so that between poetry and prose emerges a subtle and diversified artistic comparison. (M.T.Massavelli).

… No doubt historians may find in the following pages some elemnts which cannot be undervaluated. Talleri was capable of answering with a "refusal" and payed the consequences which could be easily avoided with a more convenient conformism. He had to endure humiliations and deportation in a Nazi canp but he never ceased to be a free man. (R.Spazzali).

… This work by Talleri is a novel about life and at the same time is a vivid recollection of strong tensions and emotions of the past which, after so many years, have appeased offering to the story not only a more unbiased detachment but also a more incisive analysis… (G.Palmisano).

                                                                   

                                                                                                                                                                                                                                   Bronzo    

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