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LA DORATURA Una curiosità per chi ama le cose d'arte e di antiquariato |
VELE n2 olio e oro La doratura, infatti, è anch'essa un'arte, specie se si pensa ai tempi antichi quando in Egitto la foglia d'oro veniva considerata un colore e come tale usata ricoprendo con essa intere figure che venivano contornate con lacca nera; oppure se si guarda alle opere dei Giapponesi, dei Cinesi, dei Bizantini e poi degli Italiani che la usarono per dare splendore ai fondi sui quali dipingevano creando magnifiche trasparenze. Ora la doratura è lavoro riservato quasi esclusivamente ai doratori, che devono disporre di molta esperienza e qualificazione per poter effettuare opere di gusto artistico o anche solo per restaurare finiture dorate di mobili d'epoca, di candelabri,
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cornici e suppellettili. Essa consiste nell'applicare su materiali vari, come legno, vetro, porcellana, gesso, metalli e leghe, una lamina sottilissima d'oro il cui spessore medio, è interessante sapere, corrisponde a un decimillesimo di millimetro e viene preparata dal battiloro. A tale fine, secondo gli esperti, è consigliabile che il metallo, il quale ha una densità di 19,3 g /cmc, sia molto stabile e sia eccezionalmente malleabile; perciò l'oro a 22 carati è il più indicato. La doratura sui metalli, prima della scoperta del metodo elettrolitico, si effettuava in modi diversi, per esempio: a placca, applicando la foglia d'oro sull'oggetto riscaldato e comprimendola con forza col tampone; a fuoco, ottima e di lunga durata, ma di costo elevato e, a causa dell'evaporazione del mercurio dall'amalgama sottoposto a calore, molto dannosa alla salute di chi la praticava; e a guazzo, per oggetti di rame e sue leghe da immergere in apposita soluzione. Soltanto dopo la scoperta dell'elettricità e gli studi e le esperienze relative si cominciò a procedere con la galvanostegia, che è una operazione atta a far aderire su un metallo un deposito di altro metallo per mezzo della corrente elettrica, come per l'argentatura, la zincatura e simili. Sul legno, invece, le foglie vengono ancora applicate con colla o mordente; mentre sul vetro e sulla porcellana vengono applicate dopo avervi steso uno strato di vernice di copale, averla lasciata asciugare e aver riscaldato gli oggetti a temperatura di circa 80°. La foglia d'oro ha misure standard di cm.16x16, pertanto va tagliata secondo le necessità e per fare ciò la si adagia su un apposito cuscino di pelle senza mai toccarla con le mani. Infatti per spostarla sul punto dove sarà applicata si usa il famoso pennello da doratore o un batuffolo di ovatta. Con la galvanostegia nacque la galvanoplastica, così denominato il processo idoneo a riprodurre oggetti artistici, che richiede di prendere l'impronta dell'oggetto da riprodurre, con gesso o guttaperca o cera, e su di essa, quando ben secca, depositare uno strato di metallo che la renda conduttrice di elettricità, generalmente rame, che non deve aderire allo stampo; e infine procedere alla doratura per elettrolisi. Ci sono mobili con finiture e fregi di bronzo dorato di rara bellezza e stupendamente conservati da secoli, così come lampadari e candelabri e soffitti di antichi palazzi, parti a incavo o a rilievo; a caldo si scioglie il bolo (che è un'argilla contenente ossidi di ferro) e lo si mescola in parti uguali con la colla. Per quanto concerne la doratura su legno, che forse interessa di più perché riguarda le cornici di quadri e di specchi
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e
le
decorazioni
di
mobili
antichi
di
cui
ci
sono pervenute
dai
secoli
trascorsi
ammirevoli
opere,
preciseremo
qualche
particolare
tecnico
per
capire
la la perizia
della quale deve disporre un buon doratore. Il legno va ricoperto
di
colla
Totim
(una
colla
ricavata
da
ritagli
di
pelle),
poi
vi
si
spennella
sopra
l'impasto
preparato con detta
colla
e
gesso
di
Bologna
o
bianco
di
Spagna, prestando
attenzione a non modificare le eventuali incisioni e rilievi predisposti sul
legno. Si lascia asciugare bene e poi si cartavetra e si leviga perfettamente
aiutandosi con sgorbie e ferri vari per le parti a incavo o a rilievo; a caldo
si scioglie il bolo (che è un'argilla contenente ossidi di ferro) e lo si
mescola in parti uguali con la colla Totim, poi si stende sul gesso l'impasto,
che dev'essere piuttosto liquido e molto bene filtrato. Quindi, se si vuole
applicare la doratura con un mordente oleoso (per esempio olio di lino cotto più
essenza di trementina), bisogna prima lucidare
con l'agata (una pietra di
calcedonio) il bolo bene asciutto; se, invece, per l'applicazione si vuole usare
la colla, il bolo non va brunito e l'agata verrà passata dopo sulla foglia
d'oro. I riflessi della doratura possono andare dall'argenteo al ranciato scuro,
mentre l'imitazione dell'oro antico si ottiene velando la doratura con soluzioni
di gommagutta ed altre tinte o con
vernici all'alcol. A proposito di imitazioni, ricorderemo la veneziana doratura a mecca che consiste nello stendere una lacca lievemente dorata su superfici dapprima argentate; e le false dorature con foglie di tombacco, che è una lega di rame e zinco molto duttile e malleabile, con riflessi che vanno, a seconda delle percentuali di rame, dal giallo chiaro al ranciato . Inoltre, in merito alla doratura con polvere d'oro, utile, per non dire inevitabile, sulle parti molto lavorate con incisioni, interstizi e rilievi, preciseremo che la si può eseguire con polvere mescolata a gomma arabica da stendere col pennello; oppure applicando la polvere a secco dopo aver ricoperto l'oggetto con vernice Dammar e averla lasciata asciugare quasi del tutto. Per concludere, un accenno alla doratura delle miniature, nelle quali veniva applicata col pennello o a decalcomania; e all'ornamentazione della coperta per la rilegatura di libri. Non si può infatti dimenticare l'opera splendida dei doratori pure in questo campo. Per tale opera servivano i ferri a dorare, con ornamenti in rilievo da poter variamente comporre; tra questi ferri importantissimo era il compositoio per contenere le lettere e i numeri occorrenti a imprimere i titoli e i nomi. Una pratica in uso dai tempi antichi che dava eleganza e preziosità ai volumi e veniva effettuata con i ferri caldi al punto giusto da liquefare l'oro e farlo penetrare nelle pelli o nei tessuti che formavano la copertura. Tempi andati. Oggi, opere così verrebbero a costare un capitale.
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