LA TECNICA ENCAUSTICA

 

TORO acrilico su masonite     (bozzetto per encausto)

    Iniziando a parlare delle varie tecniche pittoriche, considereremo per prima una tecnica della quale, nonostante gli attenti esami e le ricerche effettuate in merito, non si è con certezza scoperto quali materiali siano stati usati e come siano state effettivamente eseguite con essi le pitture che si definiscono all’encausto (dal greco enkaustos, dal latino encaustus, bruciato). Infatti, vi sono in proposito varie ipotesi. Per esempio che si tratti di pitture a fresco o tempere adesive sulle quali sia stata stesa la cera; ma senza poter con certezza stabilire con quali sostanze essa sia stata mescolata, ben ricordando che nei tempi antichi venivano usati la resina, il latte, il miele, l’uovo, l’alcool (per fermentazione degli zuccheri), la potassa (cenere di vegetali), la gelatina (colla di pesce).Riporterò alcune definizioni. Zanichelli eZingarelli: tecnica di pittura murale praticata nell’arte greco-romana, consiste nell’uso di colori diluiti in cera fusa e spalmati a caldo sull’intonaco; Palazzi: sorta di pittura nella quale i colori sono stemperati con cera liquefatta e fissati col fuoco; Devoto-Oli: a quella del Palazzi aggiunge: soluzione molto densa in forma di pasta di cera in solventi organici, usata come lucidante; Grande Dizionario Enciclopedico: colore sciolto a caldo in acqua ragia e cera, e, specificando che le testimonianze di pittura a encausto sono rarissime, cita l’autoritratto del Gastaldi (che però è del secolo scorso); Lessona: sotto la voce Encaustica: genere di pittura praticato dai Greci e in seguito dai Romani, in cui i 

 colori si univano alla cera per mezzo del fuoco; Treccani: Plinio descrive... si preparavano i colori unendovi cera, resina o  gomma finemente macinate, mescolandoli e fondendoli al calore del fuoco e stendendoli con una spatola... ; Curcio: oltre al riferimento a Plinio, afferma che vi veniva mescolato anche l’olio; De Agostini: precisa pure che l’uso antico di stendere la cera sugli affreschi rende oggi difficile capire se si tratti di pitture a encausto o a fresco, e così dei circa 600 ritratti dipinti su tavolette di legno o su lino, importanti ritrovamenti nella zona archeologica di Faium (el-Fayyu’m), risalenti ai primi secoli d.C., e conservati in vari musei, scrive che si tratta di "pittura a encausto o a tempera". Poi, con l’arrivo dei barbari, la tecnica dell’encausto viene dimenticata fino al 18° secolo, momento in cui si iniziano alcuni esperimenti per capire bene il segreto contenuto in quei colori rimasti splendenti e vivi dopo millenni, anche se stesi su supporti rimasti sepolti per secoli. E dagli attenti esami, che furono eseguiti da studiosi appassionati, risultò per assolutamente certa la presenza della cera, ma con quali altri elementi fosse stata mescolata si può soltanto supporlo: colla di pesce, acqua di potassa, glicerina, miele od altro.

Cerchiamo di andare per ordine. In primo luogo occorre il  supporto; e tale può essere il cartone, la tela, il legno, il muro, il marmo, l’avorio; poi la preparazione del medesimo per renderlo  adatto ad accogliere e mantenere la pittura il più possibile nelle condizioni originali; e da ultimo i colori, mesticati a quegli elementi che li possono rendere stabili e inattaccabili dagli agenti atmosferici e quindi dallo scorrere del tempo.  

     Le prime opere ad encausto risalgono al 1400 a.C. e sono di origine egiziana, come il pilastro nel Museo Egizio di Berlino e i ritratti di mummie. Nell’arte greco-romana questa tecnica arriva molto più tardi. Siamo, infatti, nel 4° secolo a.C. quando il greco Pausia pare inventi un nuovo modo di pitturare ad encausto su legno, su marmo e su avorio. 

Già da lungo tempo si usavano i colori misti a cera e a pece per dipingere le navi, ma con il maestro Pausia perviene alla effettuazione di veri quadri, alla rappresentazione di figure in cui esiste lo sfumato. Di lui si conservano alcune opere come l’Ebbrezza (Mèthe) e il ritratto dell’amante Glicera (Stephanèplokos). Si sa che spalmava con un ferro caldo il colore mesticato con la cera, ma si ignora come potesse con un tale mezzo rendere le sfumature, benché i suoi lavori fossero generalmente di misure contenute. Nel frattempo ai quattro colori tradizionali nella pittura  su argilla  (e precisamente: nero, rosso, bianco e giallo) si aggiungono il 

verde, l’azzurro e varie gradazioni di rosso. Vengono dipinti a encausto su avorio ritratti miniaturati, e sui sarcofagi i ritratti dei defunti. E qualcuno, come Apelle di Colofone, amando le grandi proporzioni che creavano molte difficoltà e richiedevano fatica, finisce col rinunciare all’encausto dedicandosi mirabilmente alla più comoda pittura a tempera.Appena nel sec.18° si riaccende la curiosità intorno a quei colori così mirabilmente conservati come sulle pareti di Pompei e di Ercolano, tanto che all’Accademia Reale delle Inscrizioni si comincia a sperimentare di nuovo la tecnica della pittura a encausto, la quale ha, nei confronti dell’affresco, il grande vantaggio di resistere egregiamente agli agenti atmosferici e al tempo.

Troviamo nel 1755 il conte Claude Philippe de Caylus con la sua formula: colore mischiato a cera e a potassa e tenuto al caldo, da stendere su tavola riscaldata, e da ripassare poi con il pennello. Nel 1784 l’abate Vincenzo Requeno, non potendo mantenere caldo il muro sul quale dipingere, prova una miscela con il mastice, ma ne resta scontento per i cattivi risultati. Poi J.Philipp Hackert dipinge a encausto la stanza da bagno del re di Napoli, ma pure lui ne rimane insoddisfatto. E nel 1840 Michele Ridolfi effettua un opera nella chiesa di S.Alessandro a Lucca, senza conseguire il risultato voluto, usando una miscela di cera vergine, olio di rosmarino e vernice coppale.

In seguito si sono trovate parecchie formule ma, pare, nessuna valida come quella degli antichi. Loro preparavano l’intonaco di calce mescolata con la pozzolana (polvere di Pozzuoli, di tufo per malte idrauliche) che costituiva una base dura e compatta, la quale difendeva la pittura dall’azione interna dell’acqua (la terribile umidità capillare), mentre la cera mista al colore formava la protezione dagli agenti atmosferici esterni. E se ne ha certezza, secondo le affermazioni dei competenti in merito, in quanto le pitture murali all’affresco, se per secoli rimangono sepolte da terra e ceneri, si conservano poiché i colori si rimpastano rimanendo protetti dall’effetto dell’aria; ma, appena scoperti e da questa aggrediti, sbiadiscono e si deteriorano. Ciò che non accade, invece, se la pittura è stata eseguita con colore mischiato a cera e, con ogni probabilità, su intonaco riscaldato e con ferri caldi, in modo che la cera sciogliendosi si ancori perfettamente al supporto e con le sue intrinseche proprietà renda impermeabile la superficie dipinta.

Non ci rimane, dunque, che fare l’elogio dell’encausto, cioè di quella mestica ignota che continua a resistere all’azione disgregatrice del tempo e dell’atmosfera, tramandandoci l’arte, cioè la voce dell’anima, dei nostri progenitori.             

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