I L   P O P O L O   H A   S C E L T O                                              IV.08

 

 

L’opera del nuovo governo è ancora agli inizi. Ha vinto le elezioni e, secondo le regole democratiche, ora ha il diritto - che poi è un dovere e un onere se lo si svolge bene e onestamente - di amministrare l’azienda Italia attuando il programma esposto in campagna elettorale. Ma forse il termine azienda a qualcuno non piace. Allora la chiamiamo patria? nazione? Nemmeno: sanno di antico con coinvolgimenti e pregiudizi di tipo razziale. Allora concordiamo sul termine collettività? cittadinanza? Non è facile decidere in un paese di sofisti, dove di cervelli illuminati pare ne siano tantissimi, ma dove ogni accordo finisce con l’essere cincischiato anziché intelligentemente elaborato, e finisce col non servire a nulla. Eppure si tratta di un semplice, indiscutibile principio sul quale si basa, appunto, la vita democratica di qualsiasi paese civile.

    Ma tant’è. Chi perde le elezioni, in Italia, pare non voglia ammettere che è necessario oltre che doveroso, nell'interesse di tutti, seguire fino in fondo le regole democratiche, cioè lasciar fare a chi le elezioni le ha vinte, e di più, aiutarlo a svolgere il suo lavoro con critiche costruttive. 

E invece, risentiti per la sconfitta, si sono messi a predire il ritorno della dittatura nera, il disastro per la nazione, la fine della democrazia, la desertificazione, il ritorno della miseria con l’aumento spaventoso del costo della vita, il nuovo razzismo contro i poveri, i diseredati, la malafede di chi ora “pretende” di governare, la necessità di ricostruire una forte coalizione di sinistra, che difenda veramente gli interessi del povero popolo lavoratore, ora spinto verso il precipizio nel baratro della miseria, della servitù.

    E non è che io esageri. Basta aprire la radio o la televisione.

    Non c’è una sola riforma effettuata o da effettuare che non sia vista e giudicata negativamente. In tutto scorgono la malafede e gli interessi personali di chi la elabora, la propone, di chi insomma governa. Il loro agire, in modo tanto chiaro che di più non si può, ha il fine esclusivo di difendere il loro stesso potere, il loro prestigio, la loro ben retribuita poltrona. Pronunciano, infatti, critiche e recitano sermoni come se fossero nuovi alla vita politica, come se l’attuale situazione italiana non fosse invece il risultato dei loro tanti

 governi precedenti. 

 Ed è uno stato di cose, questo, che si verifica più pesantemente ora nella cosiddetta seconda repubblica. Infatti, mentre durante la prima esisteva un centro democristiano molto adattabile, accomodante, e una sinistra comunista, compatta, nutrita dall’URSS e dall’antifascismo sorto come per incanto sotto le fortezze volanti; nella seconda, l’URSS non c’è più, si è come sciolta all’inevitabile contatto col caldo mondo della libertà; l’antifascismo si è smorzato con lo spegnersi di quelli della resistenza; e i comunisti, i pochi rimasti, baruffano, non vanno più d’accordo nemmeno sul credo marxista, e si spezzettano riducendosi a vivere di rendita fin che possono, sostenuti, quale simbolo di libertà, dai transessuali, dagli omosessuali, dagli ex-carcerati.

    Ora i tempi sono cambiati davvero. Addirittura i sindacati lo hanno capito. Non si può continuare a giocare nella commedia dello star bene, nel credere che dallo stato dipenda la “manna dal cielo”. Però, passare da un estremo all’altro, a seconda dei propri personali interessi, evidenti nei tanti rivoli in cui si è ridotto, possiamo dire è scomparso il fiume rosso della falce e martello che pareva dovesse inondare il mondo, mi sembra davvero troppo, inaccettabile.

    E le conseguenze sono chiare ed evidenti. L’opera di codesti signori equivale a una specie di terrorismo psicologico. Vogliono che tutti siano scontenti, che tutti addossino addirittura la responsabilità della crisi mondiale a quelli dell’attuale governo; che tutti si rendano conto che ora, proprio ora che il potere è in mano dei loro avversari, è aumentato il costo del pane, delle patate, della benzina, dei biglietti per andare in spiaggia, dell’acqua da bere, del transito in autostrada, dei libri per la scuola, degli incidenti sul lavoro; che ora, a causa dei loro dissennati provvedimenti, con l’economia domestica si arriva appena alla terza settimana del mese e poi ci si deve indebitare; e che certamente aumenteranno le tasse, perché il declino è segnato; la destra, insistono, ci sta conducendo alla miseria, al disastro del tempo fascista, all’oscurantismo del tempo fascista; pur insistendo a spendere tanti quattrini per mantenere militari in giro per il mondo.

    Eppure, nonostante certa visione catastrofica, continuano a gridare, codesti signori, che l’Italia deve accogliere gli immigrati ed aiutarli con danaro, alloggi, assistenza, in quanto nelle terre di provenienza, benché molto più vaste e più ricche della nostra, sono

 sfruttati e affamati da ricchissimi despoti feroci. No, quest’ultima parte non la chiariscono mai: non saprebbero come giustificare la loro assenza “sul luogo del delitto”, dove occorrerebbero davvero i cosiddetti al posto del facile eloquio demagogico. 

    Preferiscono inventare la falsità che una volta - includendo l’emigrazione del 1954 - “loro eravamo noi”, ben sapendo che le falsità ripetute più volte da un paio di generazioni ideologizzate finiscono con l'essere credute verità. E ciò è molto grave, specie in rapporto all’educazione dei giovani. I nostri emigranti venivano visitati, misurati, palpati, e dovevano avere un mestiere, impegnarsi a rispettare le leggi del luogo di arrivo e a imparare la relativa lingua. Non ci andavano per chiedere l’elemosina, per prostituirsi o delinquere.

    Una situazione tanto difficile come quella paventata e descritta dai signori dell’opposizione politica, inclusi tutti i mezzi di comunicazione, con articoli sulla stampa, discorsi da salotto e non, e documentari particolari scelti nella storia peggiore del passato lontano, sono parte evidente di una campagna elettorale che, una volta concluse le elezioni, sarebbe dovuta cessare immediatamente; e tutti i perdenti avrebbero dovuto porsi a disposizione degli eletti, adattando il proprio programma nell’interesse dei cittadini, secondo le scelte dei medesimi. Altrimenti a quale fine chiacchierare tanto e spendere tanti quattrini? Solo per aumentare il già immenso debito pubblico? Solo per ridurre le elezioni ad una stupida, generale buffonata?

    Pongo delle domande retoriche, perché facilmente si può costatare che è quanto sta succedendo, e con effetti negativi facilmente riscontrabili. Infatti, autostrade, alberghi, spiagge, ristoranti continuano ad essere affollati; abiti alla moda, cellulari e motori riempiono le strade, e le barche sono sempre più numerose nei porti e nei canali., quasi in una corsa a spendere quei pochi soldi che giornalmente diminuiscono di valore, indebitandosi e indebitandosi, in una specie di carpe diem  in cui i seri, meditati investimenti per il futuro, e in special modo in beni culturali e artistici, con i quali si tramanda lo spirito di un popolo, sono quasi completamente dimenticati.

 

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