A PROPOSITO DI QUALUNQUISMO

Ora che la Sinistra si trova, come la Destra , a dover trascurare determinati interessi della folla, si è ripreso il termine “qualunquismo”, come segno di superficialità, di miopia verso le questioni che riguardano lo Stato, la sua amministrazione e quindi la sua politica. I giovani hanno imparato che l’uomo qualunque era semplicemente un essere, diciamo un cittadino, dalla cultura approssimativa, dal basso profilo intellettuale che aveva quale suo fine primo, ed ultimo, il soddisfacimento immediato delle proprie personali esigenze senza cura alcuna per gli interessi della propria comunità, e ciò, più che per egoismo, per il suo stato d’incapacità intellettuale, o meglio di indifferenza, diciamo di incredulità nei riguardi del collettivo. Ho detto Sinistra e Destra perché le definizioni Centrosinistra e Centrodestra sono semplicemente il frutto della mentalità sofistica e direi anche un po’ ipocrita dei politici in generale.

Si sente dire “Ma questo è qualunquismo”, un’ espressione entrata in uso per indicare nozioni e ragionamenti approssimativi, generici, di persone che non hanno interesse ad approfondire, ad argomentare in materia di amministrazione pubblica, di vita politica della collettività; e  ciò soprattutto perché rimangono fuori da ogni schema, da ogni ideologia.

Si sente dire che il suo inventore, cioé colui che fondò il movimento dell’Uomo Qualunque, era un comico che aveva raccolto alcuni scontenti di come andavano le cose nell’ immediato dopo guerra, perché ancora legati all’ideologia fascista e contrari a pagare le tasse a un governo democratico per metà formato da comunisti, quegli stessi comunisti, in gran parte, che vent’anni prima si erano opposti a Mussolini, e non come dittatore, che non lo era ancora, ma per il suo sano e in quel momento opportuno principio di socialismo nazionale. Il movimento, infatti, aveva adottato quale sua insegna un uomo strizzato, schiacciato tra le piastre di un grande torchio: lo Stato, che così gli faceva uscire dalle tasche fino all’ultima monetina.                                              

Io questo “comico” l’ho conosciuto, ho colloquiato con lui a casa sua a Roma, e vi assicuro ch’era un signore molto serio, carismatico, un commediografo di vasta cultura. Ai suoi dibattiti pubblici tutti lo ascoltavano in silenzio; anche l’on. Palmiro Togliatti, seduto in un angolo per gli ospiti di riguardo invitati a dibattere, se ne rimaneva zitto.

Ero da poco rimpatriato da un campo di deportazione tedesco, rimanendo sconvolto di fronte al panorama quasi totale di voltagabbana che si scopriva giorno dopo giorno alla mia legittima curiosità, tanto da dover dare ragione a Churchil quando affermava che la popolazione italiana non era più di quaranta ma di ottanta milioni di persone: quaranta  fascisti e quaranta antifascisti. E immediata fu la mia opposizione  alle pretese dei comunisti italiani tutti favorevoli alla Iugoslavia con titoli a tutta pagina sul giornale Il Lavoratore, mentre mi succedeva di sbattere la faccia contro il muro del CLN che, come prima cosa, aveva proceduto ad eleggere i comitati di epurazione  “...dei gerarchi del regime. I suoi membri erano stati scelti tra i dipendenti di nota “fede antifascista” e che potevano vantare meriti nella “Resistenza”; personaggi che, come tali, in passato non avevo avuto la fortuna d’incontrare mai e che ora fiorivano un po’ dappertutto, belli e pronti per l’uso. Fu iniziata la danza delle denuncie e delle epurazioni per il cantato rinnovamento della Patria, per la “riaffermazione dell’identità nazionale nella norma democratica”, e gran parte dei fascisti, come gli afascisti, si trasmutarono in antifascisti e uomini della Resistenza. Una generale metamorfosi.” pag.252 Dal mio romanzo Vent’anni no - una storia triestina.

Questi accenni per spiegare la mia situazione e il mio accettare i ragionamenti che leggevo sul settimanale L’Uomo Qualunque, caustico, intelligente, con la sua rubrica Le vespe in cui venivano argutamente e coraggiosamente criticati personaggi e fatti del momento. Ricorderò a proposito due battute: una su Saragat prima che si staccasse da Nenni: Sarà gat o sarà can? ; e quella per tranquillizzare i comunisti in generale, che potevano credere soltanto alle parole dei loro capi: Compagni, l’Unità non lo dice!

Guglielmo Giannini si batteva contro l’epurazione spingendo tutti a un abbraccio generale di perdono, di fratellanza per ricostruire l’Italia; perorava la libertà di pensiero, di associazione politica e sindacale; e mirava non a una nuova autarchica nazionalistica Italia ma agli Stati Uniti d’Europa, tanto da dirmi, un giorno, e lo ha anche scritto: “Se la tua regione finisse alla Jugoslavia non cambierebbe nulla”. Il che,  oltre alla  mia natura poco incline a certo tipo di compromessi e considerando le vicende  della  nostra storia locale, e mia personale in un momento economicamente molto difficile, mi allontanai dalla  politica. Ero stato appena rieletto segretario regionale dell’U.Q. e facevo parte, insieme con Biagio Marin, del direttivo del blocco tra liberali, qualunquisti, monarchici. Il tempo in cui presidente del partitoregionale era il conte Arduino della Zonca, segretario provinciale (e consigliere comunale) il capitano Mario Monciatti, mentre Giorgio Perlasca si dedicava ai lavori di segreteria. Di loro conservo le caricature che gli avevo fatto.

Qualche anno dopo, Saragat si era staccato da Nenni e perorava l’italianità della nostra regione, ed io divenni vignettista del suo settimanale a Trieste “L’Italia socialista”.

 

 

Giannini diceva che per amministrare la cosa pubblica erano da preferire ragionieri dai quarant’anni in su, e “non politici di professione che sono i naturali nemici del popolo, della folla”; e per di più con modesti vantaggi, non eccessive retribuzioni e tempi brevi. Era comunque per un governo di tecnici, di competenti nei vari rami. Non poteva ammettere un medico al ministero dei lavori pubblici e un geometra  al ministero della sanità, un geologo alla giustizia e un avvocato all’agricoltura. Tutte poi situazioni che richiedono l’intervento, ed eccessivamente retribuito, di un mare di consulenti, come succede oggi. Il governo doveva essere composto semplicemente da buoni e onesti amministratori, anche sorteggiati piuttosto che votati, con pieni poteri per soli 2 anni e non più rieleggibili. Ed accanto a loro, per impedire soprusi, una ferma opposizione costituita da magistrati.

Erano diverse le idee che condividevo, come quella che i morti sono tutti sacri. Mentre da noi, è successo un paio di volte in questo millennio, cioè sessant’anni dopo, alla festa della liberazione hanno voluto distinguere tra i morti della parte vincente, gli eletti, e quelli della parte vinta, i reprobi. E l’idea che  chi non si schiera,  non per ignavia,  ma perchè sa essere potentemente inerte per amore della propria coscienza, è degno del più grande onore pubblico”. Cosa che penso dicesse ricordando suo padre, vecchio giornalista, che non aveva accettato mai, benché invitato, di scrivere per il fascismo. Ed io mi ritrovavo in questa affermazione per la mia, in quel momento recentissima, storia personale di cui  ho scritto in alcuni miei libri.                            

Certo che si trattava di un semplice abbozzo di organizzazione statale, e accettabile per chi aveva vissuto la storia dei partiti del primo dopoguerra (io non ero ancora nato) e usciva da un ventennio di totalitarismo; abbozzo fatto da un uomo il quale affermava che  “l’enorme vittoria d’aver scacciato il fascismo era tale da compensare qualunque sconfitta, in quanto si era trattato di uno dei più tirannici esperimenti politici della storia moderna, una sanguinosa buffonata la cui fine fu dovuta alla ‘mormorazione’ iniziata dai migliori elementi della folla, tanto che al 25.7.43 non cadde, ma semplicemente cessò di cadere”.

Ed anche su ciò, come sull’idea di un eventuale governo iugoslavo a Trieste, non ebbe certo il mio plauso. Anzi. Ma ciò non toglie che l’Uomo Qualunque di allora fosse l’allarme contro la ripresa del partitismo sofisticato del primo dopoguerra, con un partito comunista completamente legato all’URSS e quindi col disegno di sovietizzare l’Italia.

Ora l’URSS non esiste più, sebbene la Russia ne mantenga lo spirito. Ora il comunismo ha dimostrato la sua strutturale debolezza e inefficienza benché su un territorio ricchissimo e dopo una guerra vinta e il dominio di molte nazioni e il loro sfruttamento cinquantennale.  Però il vizio italiano delle lotte di campanile, di baronie, di ducatini, di principati, delle antiche romane diocesi del nord e diocesi del sud, che lo Stato pontificio ha continuato a tenere fisicamente ben divise per secoli, non è mica tramontato, anzi è ben alto sull’orizzonte con la rinascita dei dialetti, le aspirazioni dei leghisti e l’infinità buffonesca di partiti litigiosi e inconcludenti.

E qui ci vuole un amen, non resta altro.

 

 

 

 

Compagno, l'Unità non lo dice!

vignetta 1946

Indietro