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NESSUNO TOCCHI ABELE
|
| In
questa
nostra
società,
dove
si
usa
parlare
soltanto di
diritti
e
mai
di
doveri,
pare
si
stia
perdendo
il
senso della convivenza civile;
dove
si
usa
parlare
dei
delinquenti
come
di
povere
persone
disadattate,
sfortunate,
quasi
obbligate
dall'egoismo
della
società
medesima
a
commettere
i
delitti
più
efferati,
pare
si
stia
perdendo
il
senso
del
bene
e
del
male;
in
questa
nostra
società
in
cui
si pretende
di
avere
finalmente
raggiunto
quello
stato
di
maturità
e
di
equilibrio
che consente
la
comprensione
e
l'accettazione
di
tutto
e
di
tutti,
pare
si
stia
dimenticando
addirittura
che
cosa
sia
la
decenza,
dato
che
il
decoro,
il
pudore,
la
dignità
sembrano
sfumare
sull'angusto
orizzonte
dell'informazione
e
della
pubblicità,
il
cui
scopo
evidente
è
quello
di
sfruttare
le
debolezze
generali
e
quindi
di
aumentarle,
anziché
di
combatterle.
C'è
tale
e
tanta
ipocrisia
che
nessuno
ne
parla
per
non
venir
tacciato
di
moralismo.
Sembra
perciò
che
ci
si
voglia
imporre
o
semplicemente
ci
si
abbandoni
ad
un
insieme
di
regole,
diciamo
regole,
di
per
sé
deleterie
perché
finiscono
con
lo
sbalzare
uno
fuori
dalla
realtà,
dal
mondo
vero,
effettivo,
come
lo
ha
creato
la
natura
con
le
sue
leggi
inevitabili,
dove
c'è
tutto
e
il
contrario
di
tutto,
dove
non
c'è
soltanto
amore,
dove
il
bene
non
esisterebbe
se
non
ci
fosse
anche
il
male.
Concetti
che
s'imparano
già
da
bambini,
ma
come
se
fossero
qualcosa
di
estraneo
alla
vita
reale,
proprio
a
quella
vita
che
poi
ce
li
butta
addosso
fino
a
seppellirci.
Argomenti
molto
delicati,
difficili,
impliciti
nella
quotidiana
informazione,
che
a
forza
di
essere
ripetuti,
di
rimbalzare
giornalmente
nella
cronaca,
si
insinuano
e
si
radicano
nella
testa
di
tutti,
diventano
abitudine
di
comportamento
e
di
pensiero;
pura
omologazione,
insomma.
E
la
tolleranza
diventa
idolo
al
servizio
degli
assassini,
degli
stupratori,
dei
rapinatori,
di
ogni
genere
di
delinquente.
E
i
benpensanti,
che
la
venerano,
trovano
in
essa
la
soluzione
di
ogni
problema
della
propria
coscienza,
inclusa
la
giustificazione
per
la
propria
debolezza
di
fronte
al
senso
di
responsabilità
che
almeno
potenzialmente
alberga
anche
in
ognuno
di
loro.
Ricordo
dell'Antico
Testamento
il
salmo
82
rivolto
ai
giudici,
che
recita
al
versetto
2:
Infino
a
quando
giudicherete
voi
ingiustamente,
e
avrete
riguardo
alla
qualità
degli
empi?
E
il
salmo
94
al
versetto
3:
Infino
a
quando,
o
Signore,
infino
a
quando
trionferanno
gli
empi?
E'
sempre
affascinante
la
lettura
della
Bibbia
dove
dall'occhio
per
occhio
dell'Antico
Testamento
si
passa
alla
tolleranza
e
al
perdono
nel
Nuovo
Testamento,
S.
Matteo
5
versetto
39:
Ma
io
vi
dico:
Non
contrastate
al
male;
anzi,
se
alcuno
ti
percuote
in
su
la
guancia
destra,
rivolgigli
ancor
l'altra;
e
si
entra
così
nella
concezione
della
punizione
come
vendetta,
peccato,
che
può
soltanto
accrescere
il
male;
e
del
perdono
come
atto
di
tolleranza
e
di
amore
che
invece
elimina
il
male
e
assicura
la
felicità,
in
un
quadro
però
di
pura
illusione,
poiché
dimentica
quello
che
è
diciamo
a
monte
e
che
riguarda
solo
il
credente;
infatti
la
punizione
esiste
eccome,
ma
è
semplicemente
differita
nell'aldilà,
nella
vita
eterna,
e
in
forma
terribile.
S.
Matteo
6.14:
Ma
se
voi
non
rimettete
agli
uomini
i
loro
falli,
il
vostro
Padre
celeste
rimetterà
ancora
a
voi
i
vostri.
E
S.
Marco
11.
26:
Se
voi
non
perdonate,
il
Padre
vostro
ch'è
nei
cieli
non
vi
perdonerà
i
vostri
falli.
Una
specie
di
ricatto,
se
vogliamo.
Come si può perdonare agli omicidi, ai sequestratori di persona, ai seviziatori, ai violentatori carnali di donne e bambini, ai rapinatori, agli spacciatori di droga? Talune volte pare che in essi vi sia un vuoto assoluto e talune altre un complicato intrigo, un insieme contorto di reazioni verso l'esterno, incontrollate, mancanti di qualsiasi logica, tanto da poterli considerare privi del senso di responsabilità, incapaci di intendere, benché appaiano capacissimi di volere. Una strana contraddizione difficile a chiarire, come se l'animo umano sprofondasse dentro di sé trovandovi soltanto un grumo di istinti egoistici, che sono in fondo gli istinti originari della nostra sopravvivenza. A leggere Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, Il rapporto sulla pena di morte nel mondo di Amnesty International, Vittime sacrificali di Alice Vachss, Prima di mezzanotte di Andrew Klavan, Delle cose nascoste sin dalla creazione del mondo di René Girard, per citare qualcuno, senza ricordare il mio E in noi qualcuno grida, ci faremmo una grande confusione, probabilmente rimanendo ognuno nei limiti delle proprie convinzioni; sebbene quel "probabilmente" offra un margine di dubbio, per chi speranza e per chi contrarietà, a seconda di come certe opere vengono lette e interpretate. Beccaria, per esempio, contrariamente a quanto pensa chi non l'ha letto, riteneva necessaria la pena di morte almeno in due casi precisi, e da buon economista ragionava freddamente su ciò che conviene di più e ciò che conviene di meno, affermando che è molto più deterrente (della pena di morte) l'idea di dover stare anche solo vent'anni in catene, (e, badate bene) sotto il |
bastone, sotto
il
giogo, in una
gabbia
di ferro, ove uno appena comincia i suoi mali;
anche
perché
è essenziale l'esempio,
il
mostrare
agli
altri
la
punizione
che
deve
subire
chi commette
un
crimine.
E
perciò
è
necessario
che
la
pena
sia
immediata,
certa,
irriformabile
e
dura,
e
non
offra
i
passatempi
che
invece
gli
garantisce
la
nostra
odierna
nociva
permissività,
addirittura
con
la
distribuzione
di
preservativi
affinché
possano
trastullarsi
evitando
il
contagio
dell'aids.
Ai
suoi
tempi,
si
sa,
tempi
ben
diversi,
anteriori
alla
rivoluzione
francese,
ci
si
trovava
all'estremo
opposto
e
la
condanna
a
morte
era
all'ordine
del
giorno,
e
la
liberazione
condizionale
non
esisteva
di
certo,
come
c'è
oggi,
e
sembra
in
"offerta
speciale",
nonostante
gli
esempi
di
precedenti
errori
giudiziali
in
merito,
dovuti
forse
a
ingenuità
o
forse
a
presunzione;
ma
sempre
causa
di
altri
delitti,
poiché,
in
linea
con
il
principio
moderno,
civile,
umano,
che
il
carcere
deve
servire
a
rieducare,
non
a
punire,
e
che
perciò
il
condannato
che
dimostri,
agli
psicologi
di
turno,
di
essersi
ravveduto,
ha
diritto
agli
sconti
di
pena
e
alla
liberazione.
Pare,
però,
che
in
troppi
casi
la
conseguenza
di
detti
principi
siano
state
nuove
rapine,
uccisioni,
stupri,
ed
in
più
con
un
incoraggiamento
generale
a
delinquere.
E
pare,
perciò,
che
la
questione
si
ponga,
ed
è
triste
ammetterlo,
sul
piano
dell'ipocrisia.
Forse
non
si
condanna
alla
pena
capitale
uno
stupratore
e
assassino
di
bambini
perché
la
vita
è
sacra
e
solo
Dio
può
toglierla?
perché
il
giudice
può
sbagliare
e
quel
tipo
di
pena
è
irreversibile?
perché
c'è
stato
qualche
caso
...
?
o
perché
richiede
al
giudice
una
decisione
personale,
diretta,
forte,
responsabile?
Le
risposte
sono
ovvie.
E
così,
seduti
sui
medesimi
principi
di
umanità
e
tolleranza
si
rimette
in
circolazione
un
assassino
perché
la
responsabilità
dei
suoi
futuri
crimini
è
vaga,
incerta,
imprevedibile
e
non
comporta
la
responsabilità
diretta
e
personale
di
chi
lo
ha
rimesso
nelle
condizioni
di
uccidere
ancora,
in
quanto
ha
agito
applicando
la
legge,
con
umanità
e
tolleranza.
Il
pericolo
vero
consiste
nell'abituarsi
ad
accettare
tutto
e
a
voler
scoprire
una
giustificazione
per
ogni
fatto,
per
ogni
porcheria,
perfino
a
inventarla,
la
giustificazione.
Basta
leggere
la
cronaca
quotidiana.
Si
drogano,
rapinano,
si
uccidono,
gente
che
muore
perché
non
è
assistita
in
tempo,
o
di
fame,
o
di
freddo,
o
perché
uno
sprovveduto
la
investe
e
fugge
...
più
assassino
di
così!
Se
ne
sentono
giornalmente,
delitti
continui.
E
pare
che
la
gente
vi
si
sia
già
abituata:
non
s'impressiona
più.
Sono
delitti
veri
e
propri
che
inquadriamo
nella
comoda
categoria
caso-destino,
che
ci
salva,
benché
siano
tante
condanne
a
morte
che
tutti
insieme
decretiamo
ogni
minuto
della
nostra
vita,
nella
totale
indifferenza.
Perché
sono
condanne
di
carattere
generale,
anonimo,
che
poi,
una
volta
passata
la
notizia,
semplicemente
dimentichiamo.
E
perché
sono
incidenti,
eventi,
nei
quali
non
abbiamo
parte
diretta,
dovuti
al
caso
e
al
destino
che
anche
a
volerlo
non
potremmo
personalmente
modificare.
Per concludere, anziché "nessuno tocchi Caino" direi "nessuno tocchi Abele", anche perché al lamento di Caino, Genesi 4.14: .. Ecco, tu mi hai oggi cacciato d'in su la faccia della terra, ed io' sarò nascosto dal tuo cospetto, e sarò vagabondo ed errante nella terra; ed avverrà che chiunque mi troverà mi ucciderà, Dio risponde: Genesi 4.15: E il Signore gli disse: Chiunque ucciderà Caino sarà punito a sette doppi più che Caino. E il Signore pose un segnale in Caino, acciocché alcuno, trovandolo, non l'uccidesse. Ma il proposito non pare proprio quello di salvarlo dalla pena di morte. Col suo comandamento io credo abbia voluto di proposito condannarlo a rimanere in vita per fargli scontare a lungo, con sofferenza, la sua pena ben peggiore della morte: un esilio maledetto, una specie di terribile ergastolo.
Caino - olio '68 "La mia iniquità è così grande che non posso sopportare"
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