CHI NON BEVE CON ME PESTE LO COLGA
 

 Ritornare sempre sui medesimi argomenti che il grande giornalismo, l’Informazione, sa trattare con raffinata acutezza, spesso sino alla nausea, non è mestiere facile, specie ora all’avvicinarsi delle nuove elezioni, quando tutto comincia a bollire e, sebbene ognuno di noi abbia già la propria idea, ci obbliga, come diceva Demostene in una sua Filippica, ad “ascoltare gli oratori che si insultano e si accusano a vicenda”. Niente di nuovo sotto il sole, dunque,  dopo 2390 anni. Oggi sento di dovermi in qualche  modo  ripetere;   certamente con altre parole, con una impostazione diversa nello scorrere del ragionamento, ma sempre sui medesimi argomenti;  come una ricamatrice con i suoi fili colorati, o un esperto cuoco con i suoi ingredienti, le sue spezie, o un artista con i suoi colori. Girala, voltala, non cambia niente. Specie da noi, non dico più noi Italiani, dico tranquillamente noi Europei, che in qualche migliaio d’anni a forza di girarci intorno abbiamo finito col somigliarci tutti: molte parole, talvolta anche urlate, ma poche azioni.

E i tanti giornalisti giornalmente scrivono tante cartelle sui medesimi soggetti, sulle medesime verità…o falsità, secondo l’angolazione della propria ideologia, bloccati sul binario del carro nel quale sono costretti a viaggiare, anzi, a scanso di equivoci, gli piace starci per loro personali convincimenti o, diciamola pure, interessi. Ognuno a interpretare, a descrivere un medesimo avvenimento filtrato attraverso la rete del proprio credo, deformato dalla lente del proprio inconscio.

Non è una novità per nessuno. Sebbene vi sia tanta indifferenza verso l’altro, verso “il prossimo”, tanta licenza e addirittura arroganza. Personaggi in gran parte modesti, i quali, conquistato un posticino nella greppia, diventano l’emblema di ogni diritto e di nessun dovere, dato che lo Stato li sovvenziona, li mantiene in nome del totale diritto alla libertà d’informazione. Ma cos’è che succede? Uno vede un oggetto rosso e uno lo vede nero, ed ambedue hanno il diritto di descriverlo alla loro maniera. E poi c’è chi lo vede o crede di vederlo rosa, chi grigio, chi giallo o blu eccetera. Ognuno col medesimo diritto di convincere tutti gli altri della propria verità. E non c’è niente di nuovo sotto il sole, niente di più accettabile. Però ognuno lo faccia con i propri mezzi; e se la collettività, una parte di essa, condivide quella data visione, lo aiuti a esprimerla, dato che nella nostra concezione democratica chi ottiene la maggioranza può imporre, per un periodo stabilito, il proprio punto di vista.

Sembrerà una semplificazione eccessiva, ma ricordando che la natura non fa salti, che tutto deve avere il suo sviluppo naturale, rimanere nella universale legge dei numeri, si deve pur capire che l’abitudine alle sovvenzioni, in qualsiasi campo avvengano, sono contro l’interesse generale, sono forzature che nel tempo creano inevitabili squilibri sino a causare disastri morali ed economici. Prima o dopo ogni nodo viene al pettine. E di tali disastri, di tali nodi, abbiamo un panorama vastissimo, che possiamo di tanto in tanto osservare alla tv in qualche documentario, o leggere su qualche giornale, su qualche libro sebbene soltanto per interesse culturale e senza alcun coinvolgimento.

Qualora, infatti, uno apre un’azienda e non riesce a vendere i suoi prodotti, a pagare i suoi dipendenti, dovrebbe chiuderla e cambiare attività, e i suoi dipendenti dovrebbero cercare un altro lavoro. Invece la collettività, cioè lo Stato in nome di essa, con intervento di sindacati eccetera, lo sovvenziona. E non c’è niente di più antieconomico, che alla lunga nuoce a tutti, che ci obbliga per esempio a vedere la Fiat che agonizza, i sindacati che scioperano e i suoi dipendenti che girano con automobili di altro marchio perché costano di meno e durano di più.  

(SOVVENZIONI) Per rimanere nel campo editoriale, vediamo che vari editori, 495 nel 2003, hanno ricevuto dallo Stato milioni di euro quale contributo acquisto carta, pur sapendo che gran parte dei libri editi finiscono al macero, in quanto gli Italiani, lo si sente spesso ripetere, leggono poco. Per non dire dei giornali.

 Basta dare un’occhiata  in internet, al sito www. governo.it  e cliccare su Editori,  per sapere di tutti i quotidiani e i periodici che vengono sovvenzionati. Ognuno con un contributo diverso, da euro 464,40 per il Dialogo in Valle  della Soc.Coop. a.r.l. a euro 6.817.231,05 per L’Unità  Nuova Iniziativa Editoriale S.p.a.. E tra i due estremi Il Manifesto con euro 4.441.529,33; L’Avanti con 2.582.284.89; Nuovo Riformista con 2.179.597,05; Liberazione Giornale Comunista con 3.718.490,08; Avanti della Domenica con 602.024,10; La Rinascitadella Sinistra con  907.314,84; Italia Oggi con 5.061.277,60; Il Foglio con 3.511.906,92; Linea Giornale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore con 2.582.284,49; La Padania con 4.0208.363,80; Opinioni Nuove-Libero Quotidiano con 5.371.151,76; e lungamente via elencando per quanto reso noto relativamente all’anno 2003.      Il giornale che non si vende, invece, dovrebbe chiudere i battenti in quanto i pochissimi che lo leggono nemmeno si abbonano, nemmeno lo aiutano a sopravvivere dato che rappresenta la loro voce, le loro idee, le loro convinzioni; e finisce di volta in volta al macero, rappresentando soltanto una spesa inutile, un debito a carico della collettività.  Dovrebbe semplicemente chiudere i battenti. 

 E’, insomma, un sistema fondamentalmente errato. Pensiamo ai teatri, per fare un altro esempio. Le spese sono enormi: cento coristi, cento orchestrali, il presidente ed il consiglio d’amministrazione e via elencando. Poi le prime donne e i cantanti di grido che chiedono cifre enormi per le loro prestazioni, ingiustificate in quanto non coperte dal prezzo dei biglietti, in quanto non c’è pubblico disposto a pagarli, oltre al vasto elenco di politici e loro “allegati” . Così tutti i teatri sono sempre in perdita, con buchi neri piuttosto profondi che lo Stato, la collettività, di volta in volta riempie con le sovvenzioni, cioè anche e soprattutto con i soldi di chi a teatro non ci va preferendo ascoltare un dramma o una commedia o un’opera o un concerto nel silenzio discreto della propria casa. 

Ma ritorniamo ai giornali, che come i comunicati via etere, sia della rai che della tv, forniscono, per quanto ora ci riguarda, l’informazione politica. Con quale principio vengono erogati tanti denari in misura tanto diversa? Fermo restando che i giornali di partito dovrebbero essere sovvenzionati dai propri aderenti e dai propri sostenitori; e dovrebbero, sia pure aumentando il prezzo del giornale, coprire tutte le spese, incluse le non trascurabili retribuzioni del personale. Invece risulta che senza sovvenzioni fallirebbero, come tutti gli altri quotidiani i quali inoltre vendono spazi notevoli e a prezzi molto alti per avvisi pubblicitari, appelli di massaggiatrici e massaggiatori, avvisi mortuari, per non parlare degli avvisi d’asta dei tribunali, che speculano con le massime tariffe sulle disgrazie altrui. Là sì occorrerebbe una par condicio, e soltanto nelle sovvenzioni.

Ma le parole corrono e tra il dire e il fare ci sono di mezzo gli oceani del mondo. Non è davvero semplice dato che pretendiamo tutto rifiutando di fare sacrificio alcuno. Tutto gira, si forma, si dibatte in una politica che in effetti politica non è in quanto la buona amministrazione della polis viene trascurata trasformandosi in semplice per non dire squallida lotta di potere, in un clima che ricorda il famoso brindisi “chi non beve con me peste lo colga”.

  Non esiste infatti assolutamente collaborazione tra Governo e Opposizione, ognuno ben retribuito, con ogni tipo di garanzia e protezione. Il primo, diventato tale appena ottenuto un voto in più, non può agire con efficacia poiché non è costume della nostra democrazia sostituire tutti i personaggi che occupano i posti chiave nella burocrazia; ed essi, rimanendo, vi remano contro, lo ostacolano poiché il loro compito sembra non sia di far stare bene la folla degli amministrati, gli elettori, ma di far star bene se stessi assicurandosi tutti i vantaggi e i privilegi dei baroni di un tempo, e di impedire agli avversari politici di concludere qualcosa di buono che li potrebbe avvantaggiare nell’opinione pubblica. Si tratta sempre e solo e squallidamente di rivalità di partito.  E il partito, nel caso nostro i tantissimi partiti che non sono al potere, si batte, agisce, interferisce soltanto per riconquistarlo. Di conseguenza tanto peggio sta la massa degli elettori tanto più probabile sarà per l’Opposizione di ottenerlo. 

  Pertanto, in vista appunto delle vicine elezioni, bisognerebbe avere presente le sante parole di Demostene: “…non bisogna pensare a quello che potrà mai accadere, ma occorre aver ben presente che è assai triste la situazione se non vi decidete a dedicarle la dovuta attenzione e a fare il vostro dovere”. Ed anche quelle con le quali chiude la prima Filippica:Possa vincere il parere che risulterà utile a tutti” .

 

 

Vorrebbe che comprassimo il giornale

vignetta 1946

 

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