LA SOLITA FIABA DEL SIGNOR INTENTO

  

 

  Anton Cechov affermava nella sua pacata tristezza che l’umanità vivrà per il presente forse solo in paradiso;  Joseph Le Bon, prima sacerdote e poi rivoluzionario condannato a morte nel 1795, predicava che la pietà e l’altruismo sono ormai prive di prestigio e destinate a  morire. Avevano ragione? Non lo so. Sono ricordi di vecchie letture che riaffiorano quando si   riflette su determinati argomenti che si ripresentano  uguali di generazione in generazione, e che dovrebbero     perlomeno, penso, renderci più prudenti nello stendere progetti per il futuro, nel fare promesse, nell’assicurare  per  l’avvenire, ed anche pomposamente, progresso e pace e tranquillità e benessere  e amore; renderci almeno più prudenti  

Eppure non è così, l’esperienza, anche se non piacevole e anzi piuttosto a momenti molto dolorosa, non è che c’insegni tanto; c’è sempre un ma un se un forse che ci fa sempre distinguere e ci rende convinti che si tratti sempre di qualcosa di diverso, magari in misura minima ma diverso. E così, giorno dopo giorno, ci abbandoniamo alle nuove promesse altrui e alle nostre stesse buone intenzioni. Due elementi che non tramontano mai, che pervicacemente resistono come parti essenziali di noi stessi.

Si tratta di buona fede? di innocenza? o di testarda, innata ottusità?  E’ forse un fenomeno da psicanalisi, specie diventando collettivo e implicando il sociale nel suo complesso?

Può darsi. Certo è che la storia si ripete sempre perché dei milioni di segni, che imprime nei vari momenti del suo tempo, ne rimangono forse un paio soltanto. Tutto viene travisato, interpretato, trasformato, cancellato, ricreato; così chi vi sta un po’ dietro leggendo giornali e libri, ascoltando trasmissioni RAI e conferenze, e soprattutto guardando la TV , finisce col non capire più niente e rimanere col dubbio. Sempreché non sia stato inquadrato in qualche ideologia, direi marchiato quale membro di una determinata mandria, nel qual caso finisce col credere e basta, e concorre a tenere viva la solita fiaba del signor Intento, senza nemmeno averne coscienza.

Troppi sono i competenti, gli incantatori; troppi sanno porre, presentare la medesima verità in mille, fascinosi e credibili modi diversi. E innumerevoli sono i loro bersagli, e facili perché profondamente onesti e perciò privi di ogni malizia e purtroppo spesso impreparati di fronte alla piacevole lezione dell’incantatore, del professore di turno, di colui che vanta una competenza specifica, la specializzazione  in un determinato, singolo ramo;  anche se,  molto spesso faccia perdere la visione dell’albero nel suo insieme, e faccia dimenticare l’origine e l’appartenenza del ramo medesimo. Costoro, gli innumerevoli, i non competenti, sono tutti gli altri, gli umani comuni di media intelligenza e cultura, per non dire dei tanti incolti, che rimangono affascinati dal suo sapere, impigliati nella rete che si forma con i tanti particolari precisi che quel signore ha saputo e potuto memorizzare e trasmettere.

Da noi “la fiaba del signor Intento” si giustifica inoltre, cioè a parte i caratteri comuni e le comuni motivazioni dell’individuo umano, con l’essere orgogliosamente, particolarmente duri a capire le cose, a imparare dall’ esperienza, a ficcarci nella nostra testa caparbia alcune semplici, fondamentali verità. Infatti non sappiamo ignorare, o almeno intelligentemente evitare di vedere, le sfumature sia pur minime,  le infinite possibili sia pur insignificanti diversità che esistono in qualsiasi oggetto, persona, avvenimento; e perciò finiamo sempre col ritrovarci disorientati, privi della facoltà di fermarci al 

concreto, al sostanziale, non essendo ancora in grado di distinguerlo dall’accessorio. Insomma siamo ancora privi dello spirito della collettività, di quell’elemento fondamentale che ci permetterebbe, anzi ci spingerebbe a rinunciare a qualche nostro sofisma, a qualche nostra momentanea ragione o convinzione, o privato tornaconto che sia, in amore della grande famiglia.

Lo possiamo costatare giorno dopo giorno nella nostra vita politica enell’Informazione che ce ne rende partecipi. Ogni azione, scritto, parola, immagine non punta al benessere della folla che legge, ascolta, guarda e infine sceglie: punta soltanto al trionfo di uno e alla sconfitta dell’altro, secondo le tendenze di chi fa informazione o meglio, nella quasi totalità, secondo le sovvenzioni che riceve. C’è chi governa e chi fa opposizione, in lotta tra di loro soltanto per la conquista o riconquista del potere e non certo nell’interesse dei governati,agendo addirittura in modo che l’avversario non riesca a  concludere bene alcunché a beneficiodei  medesimi, e non possa così  guadagnare i loro favori, la loro stima, rafforzando in tale modo il proprio potere. Pagine e pagine di stampa, ore e ore di trasmissione RAI e TV.  E tutto finisce con l’essere la solita grande fiaba. La predicazione della

 

tolleranza per nascondere la propria debolezza, la propria incapacità ad essere severi con i delinquenti, situazione che richiederebbe fermezza, disciplina, senso dello Stato.

La propria ipocrisia, con l’intento di rispettare la persona umana, nel rifiuto di risolvere il problema della prostituzione, che dilaga denotando, invece, mancanza di carattere, di coraggio; ciò che ha portato oggi a un disgustoso mercato di minorenni e di transessuali, e ha contribuito alla diffusione della droga e delle malattie. 

La propria incertezza nell’affrontare l’educazione dei giovani, non volendo ammettere che le violente, sinistre direttive degli anni ’60, per politicizzare la scuola con l’intento di dare già all’alunno delle elementari il diritto di contestare l’insegnante, furono errori gravissimi, di totale irresponsabilità. 

E la chiusura dei manicomi, mascherata da rivoluzione democratica per il rispetto della persona, e invece effettuata per l’incapacità di gestirli in modo umano, con la bontà e la comprensione indispensabili nei riguardi delle persone mentalmente deboli e perciò bisognose di aiuto continuo e specialistico, aiuto, assistenza che nessun famigliare è in grado di offrire e a tempo pieno. Fu un intento patetico, e purtroppo continua ad esserlo.

E le dichiarazioni e le promesse,  i programmi dei politici che poi esercitano le proprie funzioni senza vincolo di mandato, cioè, una volta eletti da determinate persone per svolgere un determinato compito,  con un ben chiaro intento, logicamente in loro favore, possono invece agire in modo diverso, per fini diversi, senza vincolo di mandato, come cita l’art. 67 della Costituzione.

E i costosissimi giochi dei referendum, in parte inutili, per i quali basta ricordare quello relativo al sistema maggioritario, che è stato ferito, rovinato, reso pressoché inefficiente con l’imposizione della quota proporzionale, senza il rispetto della volontà del popolo con esso espressa nell’intento di avere finalmente governi in grado di governare; e che ora i signori che provvidero volutamente a guastarlo hanno la faccia di affermare che il sistema maggioritario in Italia è fallito. Ma quale maggioritario?  Ecco, è forse l’unico caso in cui l’intento di una parte si sta verificando. 

E per concludere sui vari intenti di questi e di quelli, bisogna pur osservare che l’intento di sovvenzionare, in ordine al diritto alla libertà di pensiero e di espressione, almeno in parte con un piccolo contributo o sotto forma di inserzioni pubblicitarie, certe pubblicazioni culturali d’interesse pubblico, come ad esempio il giornale per il quale scrivo, è uno dei pochi intenti che non sono stati mai espressi, tanto evidente è la fiaba relativa quando si tratta di vera libertà di pensiero e si ritiene di non doversi schierare.

 

 

Indipendentismo a Trieste      vignetta '48

 

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