LA MEMORIA DELLE COSE                          4.05

Il valore del ricordo sta in questo: che ci fa capire che nulla è mai passato  (E.Canetti) 

Scrivere di attualità su un trimestrale obbliga a rimanere nella panoramica generale e a fare delle scelte, infatti sono molti gli avvenimenti che si succedono  incessantemente. Perciò fermiamoci, in questo primo scorcio del 2005, a due soltanto:  “la giornata del ricordo” e “la faccenda irachena”, chiamiamola così. La prima con particolare coinvolgimento della nostra città, Istria e Dalmazia incluse; la seconda nella totale divisione di tutta la nostra nazione in due schiere che pare vogliano rimanere sempre l’una contro l’altra armata.

La prima disegnata da artisti di parte e perciò in panorami difformi e con effetti di segno opposto; la seconda vissuta al presente da due fanatismi contrari che, proseguendo a vivere e ad apprendere ogni accadimento attraverso i filtri delle proprie ideologie non riescono, né pare lo vogliano, a trovare o perlomeno a concordare un significato comune.

  Ora, una parte, la vincente nel 1945, ha finito col dover ammettere, ad esempio, l’esistenza delle foibe, però pretendendo di giustificare i relativi eccidi in quanto causati dalle precedenti atrocità e dalla bonifica etnica compiuta dal fascismo italiano. E qui entriamo nella storia infinita dove ogni avvenimento ha il suo precedente. E allora cerchiamo di ripercorrerla a ritroso questa storia per vedere dove ci porta. Così, da anello ad anello, finiamo col giungere a 1600 anni fa quando le genti della penisola italica, Istriani e Dalmati inclusi, e inclusa Emona (la città romana, già stanziamento di Illiri e Taurisci) conobbero le genti slave giuntevi al seguito di Attila. Emona poi divenuta Ljubljana - Leybach, come la grande Salona romana poi divenuta Spalato - Split e la Iader romana divenuta Zara - Zadar. 

Mi sembra che, ai fini pratici, tale situazione sia piuttosto assurda poiché ognuno impone le proprie motivazioni e pretende che l’altro non ne abbia. Un gioco di violenza, quindi (checché ne dicano i pacifisti), che porta a modificare nel tempo le situazioni, le verità. E da generazione in generazione abbiamo, già ora, a distanza di soli 60 anni, che i ragazzi non sanno più dell’esistenza di Ragusa, per fare un esempio, e cominciano a credere che l’Istria e la Dalmazia siano state sempre slave e che il “sanguinario fascismo” le abbia tenute crudelmente, sebbene per pochi anni, sotto il terribile giogo italiano. E parlo dei ragazzi di qua, perché se cominciamo ad allontanarci nell’Italia al di là del Tagliamento ci rendiamo tristemente conto che l’ignoranza della nostra storia è  abissale.

In proposito bisogna ricordare che i politici di sinistra, da sempre,  e non solo dal 1918 o dal 1945, si sono  schierati, pur contro gli interessi della propria patria Italia, a favore delle genti slave, le quali hanno sempre premuto su queste terre, sia con le migrazioni, sia con l’azione dei loro intellettuali, tra i quali si può ricordare Peter Kozler che nel 1848, rifiutando i versi di Dante in merito ai confini d’Italia, affermava che la Dalmazia doveva essere annessa alla Croazia e che l’intero Litorale Illirico (Gorizia, Trieste, Istria e isole) doveva essere annesso all’Austria slovena. E ricordare pure cosa l’Edinost , pubblicato a Trieste in lingua slovena, scriveva nel 1911: “ Dobbiamo ridurre in polvere l’italianità di Trieste”.

Certo, ognuno ha le proprie convinzioni, le proprie aspirazioni, la propria fede; ma così ogni altro ha il diritto o perlomeno la facoltà di contrastarle se in qualche modo riguardano il suo orto.Vediamo un esempio classico di come si mutano le verità. Caso attualissimo, che non mi stancherò mai di raffrontare ai fatti dell’Istria e della Dalmazia: la Palestina , che nel 1947 fu divisa nella zona ad ovest del Giordano, cui fu dato il nome di Israele, e quella ad est, cui fu dato il nome di Giordania, mai esistito prima. Ebbene, oggi, a pochi anni di distanza, tutti credono con convinzione, e così ne parla la nostra informatissima Informazione, che la Palestina sia costituita da Israele, dalla sottile striscia di Gaza (che, comunque, prima della liberazione israeliana era occupata dall’Egitto),  e dalla piccola Cisgiordania, nome creato qualche tempo prima dagli Inglesi per indicare un loro emirato.

Mentre della Giordania nessuno parla più, come se fosse fuori 

del  mondo, specie dopo il “settembre nero”, quando i Palestinesi di quella parte della Palestina chiamata appunto Giordania, costituito un regno, nonostante la loro bassa densità abitativa (75 ab/kq), hanno respinto i fratelli che giungevano dalla parte chiamata Israele, con alta densità abitativa (300 ab/ kq), e non l’hanno fatto graziosamente, tanto che il massacro fratricida viene ricordato come “settembre nero”. E chi ne parla? E chi ricorda che le terre occupate dagli Ebrei sono state in buona parte acquistate? e che da deserto e palude gli Ebrei ne hanno fatto orti e giardini?

I filtri ideologici sono davvero il male. Mi riportano alla mente il pensiero di Pitigrilli, benché ironicamente  maschilista, quando insinuava che “le donne ragionano con l’utero”; e ciò in quanto gli ideologi con il cervello non ragionano di certo. Insomma, il raffronto con l’esodo dalle terre italiane ora occupate dagli Slavi mi viene istintivo per capire che là dove non c’è violenza non c’è considerazione, e che chi subisce senza reagire, dirottare aerei, far saltare edifici, ammazzare gente, come hanno cominciato a fare i Palestinesi  nel 1970, continua a essere preso a metaforici calci in faccia. (Ed anche qui: checché ne dicano i  pacifisti).  Non mi metto a ricordare i processi fatti a  Trieste nel 1943 contro gli infoibatori, e le collette fra la

 popolazione per recuperare i cadaveri. Non  mi metto a ricordare i principi del diritto alla cittadinanza e alla nazionalità e i relativi doveri a proposito dei tre terroristi slavi che hanno fatto saltare con dinamite il giornale nella attuale piazza Silvio Benco nel 1930, uccidendo il giornalista Negri (ora, tuttavia, onorati con un monumento in Carso); e quanto predicava il signor Togliatti per dare queste terre alla Jugoslavia; e quanto gridavano in Italia che la storia delle foibe “è falsa, una conseguenza della propaganda fascista”, basta rivedere i giornali dell’epoca; e la storia dei comunisti monfalconesi andati a lavorare nel paradiso  della Jugoslavia quale controesodo per edificare il comunismo, con le conseguenze che sappiamo.        

     Ricordo, però, e con forza, che bisogna distinguere, per il proprio giudizio storico, il prima  e il dopo 25 luglio 1943, in quanto quei fatti, gli infoibamenti, gli eccidi, gli incendi, si svolsero in momenti di guerra, di tradimenti, di paure, di devastanti bombardamenti e di fame.

     Furono lo spirito nazionalistico portato da Napoleone, la ventata di ritorsioni austriache contro gli Italiani dopo la sua sconfitta (ora siamo a Vienna nel 1815), e la conseguente finalizzata esaltazione del popolo slavo, che crearono il contrasto fra Italiani, Sloveni e Croati; i primi che diventarono irredentisti, e gli Slavi che, per di più aizzati dall’Austria, crebbero le loro voglie di occupare le terre italiane (si può leggere in merito “slovenski in italiajanski socialisti na primorskem 1900-1918 socialisti sloveni e italiani nel litorale, del 1979 - Atti del convegno a Trieste sul socialismo nel tempo di Henrik Tuma). E fu la situazione non facile e già bell’e confezionata che il fascismo si trovò a dover affrontare e risolvere dopo la prima guerra mondiale.  E qui ci mettiamo un amen, dato che per i più svariati motivi ognuno, perdendo di vista la situazione globale, pretende di non mollare le proprie convinzioni.

    All’inizio ho precisato che avrei scritto su due argomenti, e nelle poche righe che mi rimangono penso di poterlo fare in quanto della faccenda irachena, per la quale tutti hanno già versato fiumi di parole, considerazioni, opinioni, giudizi precisi e certi (fosse stato uno non inquadrabile nel pensiero di Pitigrilli che ho più sopra ricordato!), affermo semplicemente che agli Italiani, anzi, alla maggioranza degli uomini potrei dire occidentali,  i quali per il dovere-diritto all’informazione e alla libertà di pensiero e di espressione sono disposti a tutto, si dovrebbe pure lasciare la libertà, e quindi anche il dovere, di risolvere da sé i propri problemi; o perlomeno non consentirgli di creare caos con informazioni imprecise, distorte, esprimendo giudizi di parte basati su opinioni e impastati di ideologia.

     La gente, purtroppo, la gran massa della gente, la folla insomma, segue i propri beniamini credendo in loro e senza possedere gli elementi di giudizio, ciecamente. Ed è situazione che spesso risulta disastrosa.

 

 

                                           Senza titolo  -  acrilico su tela '04

 

                    

Il delfino: Ma i leoni non erano veneziani?

 

                                                                                                                                            

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