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A DOMANDA RISPONDE (intervista 2/2005)
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1.
Chi
è
Giovanni
Talleri?
E’
un
uomo
che
si
è
sempre
battuto
per
la
libertà,
sin
da
ragazzo
contro
i
più
grandi
e
prepotenti,
i
quali,
come
in
ogni
epoca,
usano
fisicamente
imporsi
sui
più
deboli.
Fu
una
mia
condizione
istintiva
e
perciò
frequentai
le
palestre
praticando
la
lotta
grecoromana
e
all’APT
il
pugilato.
Arti
che
mi
servirono
molto
specie
in
guerra
e
in
prigionia
dove
spesso
dominava
la
violenza
anche
nei
rapporti
interpersonali.
E
per
lo
stesso
motivo,
membro
del CAI,
amavo
arrampicarmi
sulle
pareti
di
roccia,
scuola
di
coraggio,
dove,
appesi
con
un
dito
a
un
chiodo,
s’impara
a
resistere
alla
fatica
e
si
respira
il
cielo,
la
natura. 2.
Quando
ha
iniziato
a
dipingere?
Diciamo
da
bambino,
frequentavo
ancora
le
elementari.
A13
anni
guadagnai
le
prime
5
lire,
e
non
era
poco,
per
un
disegno
che
feci
su
ordinazione
del
commestibilista
di
via S.Vito.
A
14
disegnai
per
la
scuola,
a
richiesta
del
Preside,
le
grandi
carte
topografiche
che
servivano
durante
l’ora
di
cultura
militare;
e
a
15
eseguivo
settimanalmente
una
ventina
di
disegni
per
i
compagni
di
classe,
guadagnando
una
lira
a
disegno.
Inoltre,
nel
1938
vinsi
a
un
concorso
di
pittura
una
penna
stilografica
Record-pen
d’oro,
che
conservo
ancora.
Nel
giugno
1940,
conseguito
il
diploma
alle
Magistrali,
feci
domanda
di
volontario
alla
Scuola
Allievi
Ufficiali
Alpini
di
Bassano
del
Grappa.
Passai
a
pieni
voti
la
visita
medica
al
Distretto
militare,
ma
un
paio
di
mesi
più
tardi
la
domanda
mi
fu
respinta
in
quanto
la
segreteria
del
mio
Istituto
non
inviò
la
richiesta
documentazione.
Così
la
mia
piccola
storia
proseguì
su
una
via
diversa.
Dell’epoca
conservo
i
ritratti
a
penna
che
feci
a
mia
madre
e
a
mio
padre,
poi
la
foto
di
un
quadro
che
dipinsi
avendo
come
modello
un
pugile,
mentre
non
ho
quella
del
ritratto
che
feci
a
un
bravissimo
rocciatore
col
quale
mi
arrampicavo
sulle
pareti
di
Valle
della Rosandra.
3.
Come
nasce
un
“Talleri”?
Sono
stato
sempre
un
figurativo.
Alle
inferiori,
infatti,
quando
insegnava
il
prof. Zorzut,
che
amava
l’astratto
geometrico,
i
disegni
me
li
faceva
mio
padre,
ed
anche
molto
bene.
Alle
superiori
cambiò
il
professore
e
per
me
cominciò
il
godimento.
Ed
è
una
questione
importante,
della
quale
ebbi
a
discutere,
in
seguito,
quando
occasionalmente
fui
membro
di
giurie
a
concorsi
di
pittura,
poiché
è
mia
convinzione
che
il
maestro
debba
insegnare
a
conoscere
e
ad
usare
tutti
gli
elementi
tecnici,
stilistici
della
sua
arte,
lasciando
però
libero
l’allievo
di
esprimere
il
proprio
mondo
interiore,
di
creare
ciò
che
desidera,
di
trattare
i
soggetti
che
più
ama
e
nel
modo
che
gli
viene
spontaneo.
Altrimenti
è
sopraffazione,
plagio,
tutto
meno
che
libertà
e
perciò
arte.
Un
“Talleri”,
dunque,
nasce
fuori
da
ogni
moda.
Avevo
scritto
quarant’anni
fa
che
l’andare
coi
tempi,
il
rinnovarsi,
la
moda,
insomma,
è
una
situazione
assurda
per
l’arte
perché
cessa
di
esistere
di
fronte
a
ciò
che
è
veramente
valido.
Lo confermo. 4. Se ci sono, quali i soggetti e le tecniche che
predilige? Sono sempre dell’opinione che il soggetto nell’arte non abbia rilevanza, che sia semplicemente l’occasione per l’arte |
di
esprimersi,
e
per
l’artista
di
fare
un
discorso
con
i
propri
mezzi.
Io
ho
usato
l’acquarello,
il
pastello,
l’olio,
l’acrilico.
A parte
la
xilografia,
la
calcografia
e
la
litografia
alle
quali
mi
sono
dedicato
dal
disegno
alle
incisioni
e
alla
stampa
su
un
antico
torchio
di
mia
proprietà.
No,
mai,
ho
dovuto
sempre
lavorare
molto,
non
ne
ho
avuto
il
tempo.
Anche
da
ragazzo
il
gruppo,
il
famoso
branco,
non
mi
è
mai
piaciuto.
E’
un
argomento
trattato
diverse
volte
che
mi
porta
sempre
a
confermare
che
non
capisco
il
fenomeno
artistico
se
non
come
il
fenomeno
dell’amore:
un
fatto
individuale,
personale,
irripetibile;
che
appartiene
esclusivamente
allo
spirito
in
cui
avviene,
da
cui
nasce. 6.
C’è
un
luogo
dove
si
avverano
i
sogni?
Be’,
se
un
luogo
c’è,
ed
io
spero
che
ci
sia,
forse
è
in
quell’altrove
di
cui
davvero
non
sappiamo
niente. 7. Qual è il suo “paracadute” se qualcosa non va? La speranza in quel momento di saper volare. Che poi significa saper avere sempre fiducia in se stessi, non lasciarsi spaventare e nemmeno intimidire dalle tante grandi e piccole avversità. 8.
Perché
a
Trieste
ci
si
odia
così
tanto?
Francamente
mi
sembra
un’espressione
eccessiva,
che
non
accetto
e
che
purtroppo
dipende
dai
tromboni
che
si
alternano
su ogni
confine
e
che
in
definitiva
si
ostinano
ad
impedire
alle
masse
di
amarsi
e
intrecciarsi.
Ma
rimaniamo
sulla
nostra
terra, e ricordiamo
che
una
volta
un
generale
italo-francese,
il
quale
sapendo
uccidere
di
più
e
meglio
degli
altri
s’era
imposto
in
Europa
per
qualche
anno,
inondò
queste
terre
di
nazionalismo
sia
italico
sia
slavo.
Per
saperne
di
più
in
merito
invito
a
leggere
il
mio
ultimo
libro
“Una
corsa
nel
tempo”.
9.
Quali
vantaggi
offre
l’essere
un
artista
a
Trieste?
Premesso
che
un
artista
è
tale
ovunque
si
trovi,
voglio
ripetere
ciò
che
ho
spesso
detto:
Trieste
offre
stupendi
scenari,
dalle
viuzze
di
cittavecchia
arrampicate
su
per
la
collina
e
spazzate
dalla
bora,
ove
qua
e
là
penetrano
come
lame
curiose
i
raggi
del
sole,
alle
sue
macchie
di
verde
tutt’intorno
e
ai
colori
del
Carso,
e
alle
strade
scavate
lungo
la
sua
costa
che
offrono
vedute
del
mare
e
della
città
a
volte
come
delicati
pastelli,
a
volte
come
tempere
violente.
E
poi
le
vie
del
centro
ove,
più
che
l’architettura
sia
pur
spesso
pregevole,
colpisce
il
grande,
continuo
movimento
di
gente,
sorprende
la
folla.,
che
io
nei
miei
quadri
rappresento
come
“automi”.
10.
E
quali
sono
invece
gli
svantaggi?
Quanto
ha influito
vivere
a
Trieste
nella
sua
vita
artistica?
Ma,
questo
non
si
può
dire.
Spesso
certe
situazioni
diventano
scusanti
per
chi
non
riesce
ad
attuare
le
proprie
aspirazioni,
sogni,
speranze.
Specie
con
i
mezzi
di
comunicazione
che
abbiamo
oggi
certe
barriere
di
supposto
disinteresse
locale,
di
provincialismo
e
roba
del
genere
non
c’entrano
proprio.
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11.
Cosa
Le
mancherebbe
di
Trieste
se
decidesse
di
vivere
altrove?
Le
vie,
le
pietre,
le
case,
il
vento,
le
colline,
tutto
mi
mancherebbe
perchè
rimane
allacciato
a
persone
amiche
e
non,
ad
amori,
a
gioie,
a
dolori,
a
rimpianti,
a
speranze;
il
mio
passato,
le
mie
radici;
tutto
ciò
che
ricorda
il
susseguirsi
degli
attimi
della
propria
vita.
E
il
mare.
Avevo
scritto
in
un
mio
romanzo
che
una
città
senza
il
mare
è
come
un’opera
incompleta,
perché
le
manca
il
contatto
con
l’infinito,
quella
porta
sull’ignoto,
quel
mistero
che
esiste
e
vibra
sul
suo
orizzonte
d’acqua,
irraggiungibile.
Ma
è
un
discorso
che
può
valere
anche
per
un
montanaro
con
le
albe
e
i
tramonti
oltre
le
valli,
oltre
le
creste
lontane
di
roccia,
sulle
distese
cupe
di
boschi
vibranti.
Dipende
sempre
dalle
radici
che
uno
ha.
12.
Un
pensiero
su
questa
città?
Che
non
tramanda
ai
giovani
la
propria
storia.
Che,
pur
nel
rispetto
delle
genti
slave,
non
insegna
che
esse
hanno
sempre
premuto
su
queste
terre,
sia
con
le
migrazioni,
sia
con
l’azione
dei
loro
intellettuali,
tra
i
quali
si
può
ricordare
Peter
Kozler
che
nel
1848,
rifiutando
i
versi
di
Dante
in
merito
ai
confini
d’Italia,
affermava
che
Trieste - via della Bora - pennamatita '92
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