IL TERRORISMDILAGA E L’INFORMAZIONE  CI  SGUAZZA 12/2004

Negli ultimi giorni del passato millennio  dipinsi un quadro rappresentante “l’ultima cena del 2000” ; cena profana di una comune famiglia che poi in realtà tanto comune non è più dato il progressivo allontanarsi dei giovani dagli anziani, sia fisico che morale, affettivo. 

Nonni,  figli e nipoti seduti intorno al tavolo, con gli occhi fissi alla tv, e con il cellulare  in  mano. Senza comunicare fra di loro, chiusi ognuno nella propria bolla… di che cosa?  indifferenza, egoismo,  superficialità? incapacità di credere nell’altro e di amarlo? o fretta di vivere, mancanza di fede per l’assenza di quei valori spirituali che travalicano, dimenticano il benessere  materiale?

Aggrediti dall’informazione pubblicitaria, che usa interrompere di continuo, in modo irritante, il filo dei pensieri e delle emozioni di chiunque segua un qualsiasi programma, bambino, adulto  o vecchio che sia. Quell’informazione ripetuta, gridata, che  provoca una sorta di confusione intellettuale, di mosaico di immagini e di sensazioni fuori di ogni razionalità; che costringe, per un inconscio bisogno di difesa, a una generale disattenzione e superficialità, e che conduce a uno stato di assoggettamento, di plagio, di massificazione.

Ed è ciò che ho voluto dipingere,  rappresentandone per assurdo le naturali conseguenze. I personaggi del quadro stanno guardando, mentre mangiano in un triste mutismo, uno spot che pubblicizza  la bontà della “merda in scatola senza conservanti”, e nei loro piatti e sui loro cucchiai  c’è la  merda che loro hanno imparato a  mangiare e a gustare a forza di sentirselo  ripetere. Così come hanno imparato a seguire con indifferenza, senza un effettivo coinvolgimento emozionale, le notizie relative a stupri di bambini, ad assassini di genitori, a migliaia di morti per incidenti automobilistici, ed a quelli causati dalle bombe dei terroristi e non. Notizie, spot che rendono milioni di euro,  inseriti nelle partite di calcio, negli spettacoli di danza e musica, nei film, nei dibattiti politici e culturali, ovunque.

Siamo entrati in un’epoca in cui il benessere ci ricopre con le sue tante voluminose scorie più o meno inquinanti e diventa grave malessere, e diventa insensibilità per le sofferenze degli altri;  un’epoca in cui con la globalizzazione e il fallimento del marxismo ci si sta ponendo sulla via del ritorno alle classi sociali,  in cui si ricomincerà a scavare l’abisso tra  ricchezza e miseria,  in cui, quale conseguenza, riappariranno i solitari uomini di buoni sentimenti, gli altruisti, gli eroi, coloro dei quali tutti dicono, anzi, strombazzano, un gran bene, ma il cui esempio nessuno segue. Maggiori, infatti, sono le parole, le dimostrazioni di piazza, gli sbandieramenti, e minori, meno incisive, sempre più sfumate risultano le azioni.  E i valori che stanno per  rimettersi in corsa sono sempre gli stessi di tempi lontani, in modi diversi, ma sempre gli stessi: l’egoismo, l’arroganza, la cieca fede in una religione male interpretata; tutti forieri di morte sia per bombe sia per fame.

Gli uomini, diciamo meglio gli esseri umani, femmine o maschi che siano, per quanto predichino il bene, l’amore, la comprensione, il perdono, l’altruismo, hanno sempre dentro di sé l’istinto di conservazione, di difesa del proprio essere, di centralità, di esclusione. Una forza, una spinta  naturale innata  di cui non possono nemmeno venir considerati responsabili. Mentre, invece, dovrebbero essere considerati tali per non aver  voluto  o saputo modificare tale loro tendenza, nonostante i millenni trascorsi di vite, di morti, di esperienze, di godimenti, di dolori  e di pianti. Tutto, infatti, sembra rimasto primordiale, selvaggio, nelle azioni, ben s’intende,  non nelle parole.

Locke affermava, nel 1600, che non esistono verità  innate, che le  idee si formano  nel cervello dell’uomo attraverso la sua materiale esperienza, le sue fisiche sensazioni. Teoria forse vera,  forse no, ma che ci obbliga a concludere che, comunque  sia,  egli  può, e  perciò deve, tendere a migliorare la propria natura al fine di migliorare i rapporti con gli altri esseri umani. Un dovere che con una certa ipocrisia definiamo morale, ma che esiste in quanto riguarda l’interesse stesso di chi lo accetta, di ognuno di noi, e che quindi finisce col configurarsi come esercizio di un diritto, direi proprio col divenire tale;  situazione che oggi è molto in voga:  il diritto a una vita migliore, il diritto a un lavoro, il diritto alla pace, il diritto a uccidere, il diritto a tutto. I diritti individuali, insomma, la cui tutela Hobbes - ed ecco un altro inglese di quell’epoca passata -  vedeva garantita nell’istituzione di un potere sovrano, così come per  la difesa degli averi di ogni singolo individuo, della sua vita e quindi della sua libertà; con una precisazione,  però, che ogni  singolo individuo  doveva avere  garantita la facoltà di ribellarsi al sovrano che esercitasse i propri poteri ledendo i suoi diritti.

Alla violenza non si può, anzi, non si deve offrire cristianamente la possibilità di altra violenza, offrire l’altra guancia. Equivarrebbe a lasciarsi schiavizzare, a rinunciare alla propria identità, a scomparire,  perché non si Un principio in Italia girato e rigirato, di cui nuovamente si parla ma che sempre si teme, e che rappresenterebbe probabilmente la soluzione migliore. Un principio, un’ idea afferrata, invece, e attuata negli USA un paio di secoli  or  sono,  con il bipartitismo e la repubblica presidenziale, che ha fatto diventare ricca e potente l’America del nord; mentre altri Paesi, anche più ricchi, privi diquel pragmatismo tipicamente

 nordico, i quali non hanno saputo rinunciare a qualche piccola libertà personale nell’interesse della comunità, e a qualche piccolo personale ideologico convincimento, si ritrovano sempre sul filo del rasoio in quello stato definito bellum omnium in omnes dove sopravvive   l’homo homini lupus. E per bellum  intendo qualsiasi scontro anche senza armi. E per lupus intendo qualsiasi imbroglione e sfruttatore che per annientare la vittima non ha bisogno di coltello  o di pistola.

E’ una verità che non può essere ignorata, che con l’imprimatur di una religione appare chiara e tragicamente viva specie ai giorni nostri; e che nessuna predica, nessuna virtù, nessun atto di bontà potrà mai modificare, così come proclamano a gran voce tutti coloro che si dichiarano pacifisti e che però smettono di esserlo non appena si ritrovano di fronte alla minaccia di ricevere personalmente uno schiaffo.

Non si può dialogare con chi si rifiuta di ascoltare e alle parole, alle preghiere, alle invocazioni risponde con i più vili attentati dinamitardi.

L’impulso alla violenza e quindi l’effettivo ricorso ad essa per risolvere un problema, un contenzioso,  si sa, è  nella  natura, nell’istinto di tutti gli animali e perciò anche degli umani. Ma quando giunge a manifestarsi proditoriamente contro i deboli e gli inermi per creare il terrore,  quando si scarica sui bambini, sugli esseri innocenti,  per ricattare la parte nemica, deve essere combattuta con ogni arma, repressa nel modo più duro,  più spietato. Essa denuncia la squallida vigliaccheria che li anima, la loro paura  di affrontare il nemico  faccia  a faccia, a volto scoperto;  dimostrando così la propria intima pochezza e per di più riconoscendo con le proprie vigliacche e crudeli azioni la netta superiorità morale di chi colpiscono, e il suo fondo umano di bontà ch’essi non riescono a ritrovare in se stessi.

A parlare dell’informazione e del terrorismo saltano fuori  un’infinità di argomenti che sembrano disparati pur avendo un’unica matrice che li tiene inesorabilmente uniti, intrecciati in quella sequenza di cause ed effetti di cui è costituita la vita, la storia. Noi, però, che non siamo terroristi, dobbiamo respingere ogni ricatto con fermezza, pur nel pianto della nostra sofferenza; e dobbiamo protestare a gran voce contro chi diffonde notizie che spesso sono solo ipotesi, e ci colpisce con le  immagini degli scempi commessi da quegli assassini, dei particolari crudeli delle loro scellerate, sporche azioni,  non di rado addirittura accompagnate da commenti  esaltanti la loro capacità organizzativa, la loro fede per la quale, si dice, sacrificano la vita. E puttanate simili.

E’ una violenza esercitata su di noi, sui nostri bambini, su ogni tipo di persona forte o debole che sia; e gli effetti a lungo andare, come l’informazione pubblicitaria di cui ho di proposito parlato prima, per la gran parte di persone  non possono che essere negativi, deleteri.  

 

                                 Su che cosa e di chi devo 

                                        e posso parlare?

 

 

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