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SPERIAMO
SIA
UNA
COSA
SERIA
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Una
cosa
seria,
molto
seria,
l’unione,
la
concordia,
che
riguarda
tutta
l’umanità
e,
al
momento
attuale,
particolarmente
l’Europa.
E
ciò
in
quanto
sono
chiari
i
segni
della
sua
incapacità
di
andare
d’accordo,
nella
realtà,
con
i
fatti,
e
della
sua
troppa
stanchezza
per
risolvere
le
questioni
nella
maniera
consueta,
liti,
guerre,
morti.
L’espressione
“i
Triestini
sono
fatti
così”
-
per
rimanere
dalle
mie
parti,
dato
che
altrove
si
dice
lo
stesso
dei
Fiorentini,
dei
Baschi,
dei
Viennesi,
dei
Parigini,
dei
Berlinesi
eccetera
-
si
è
estesa
a
“gli
Italiani
sono
fatti
così”
ed
ora
a
“gli
Europei
sono
fatti
così”,
perché
ci
accorgiamo
finalmente
di
essere
più
o
meno
della
stessa
pasta.
Ma
così
come?
Viene
però
da
chiedersi.
Tutti
chiacchiere
e
niente
azioni,
soltanto
parole,
discussioni,
sofismi?
E
ciò
rimanendo
sul
nostro
continente,
che
aspetta
con
pazienza
di
vedere
finalmente
abbracciarsi
le
tribù
di
selvaggi
progrediti
che
lo
abitano,
di
vederli
finalmente
coscienti
di
appartenere
ad
un’unica
razza,
e
perciò
di
essere
un’unica
semplice
uguale
massa
di
microrganismi
dotati
di
alcune
facoltà,
tra
le
quali,
sebbene
ancora
poco
sviluppata,
quella
di
amarsi. Potenza
del
pensiero!
L’umano
non
ne
ha
colpa
alcuna,
anzi
ne
è
in
certo
senso
vittima.
Pensiero,
intelligenza,
fantasia,
che
non
riescono
a
limitarlo
nella
sua
efferatezza,
nel
suo
essere
animale,
grumo
di
istinti
che
lo
obbligano
al
pensiero
di
se
stesso,
all’intelligenza
dei
propri
bisogni,
alla
fantasia
dei
propri
desideri,
anche
con
la
crudeltà
verso
l’altro.
A
prenderla
così
da
lontano
può
disorientarci
e
al
momento
anche
un
po’
rattristarci,
data
l’idea
che
ne
consegue
della
nostra
pochezza.
Eppure
non
dobbiamo
arrenderci,
dobbiamo
scavare
dentro
di
noi,
scendere
nel
pozzo
senza
fine
del
nostro
animo.
Un
lavoro
che
richiede
una
fatica
immensa
ma
indispensabile,
che
solo
per
taluni,
e
raramente,
avviene
come
una
folgorazione,
come
la
rivelazione
della
verità:
dobbiamo
afferrare
il
pensiero,
la
coscienza
del
nostro
essere
più
intimo
e
quello
stimolo
alla
bontà,
alla
comprensione,
che
non
può
mancare
mai
nell’equilibrio
essenziale
del
bene
e
del
male
cui
apparteniamo. Vi
è
in
questa
Europa
un
insieme
di
tanti
gruppi
di
esseri
umani,
che
nel
tempo
si
sono
differenziati
esprimendosi
in
lingue
diverse,
assumendo
abitudini
comportamentali,
usi
e
costumi
differenti,
a
seconda
della
loro
locazione
inizialmente
dovuta
più
che
altro
al
caso,
al
destino;
e
che,
come
tutti
gli
altri
esseri
viventi,
hanno
sentito
il
bisogno
di
difendere
il
proprio
territorio,
quel
punto
della
Terra
sul
quale
sono
nati,
si
sono
ritrovati
a
vivere,
o
si
potrebbe
dire
a
dover
vivere,
e
del
quale
si
sono
innamorati,
abituandosi
ai
suoi
colori,
ai
suoi
odori,
alle
sue
particolari
condizioni
fisiche,
climatiche;
così
finendo,
nei
millenni,
col
creare
le
nazioni.
Un
crescere,
come
un’eruzione
vulcanica,
in
famiglie,
tribù,
regni,
repubbliche,
imperi;
con
arte,
architettura,
filosofia,
letteratura,
musica,
canto,
recitazione,
linguaggi
diversi;
lottando,
uccidendosi,
organizzandosi
in
eserciti,
fabbricando
armi
sempre
più
perfette,
potenti,
distruttive;
e
accumulando
risentimenti,
rancori,
odi
reciproci;
ma
anche
amori,
intrecci,
legami,
specie
sui
propri
confini,
che
spesso
costituiscono
tagli
simili
a
ferite
colme
di
dolore. La
storia,
infatti,
è
una
sequenza
di
guerre,
un
succedersi
continuo
di
personaggi
potenti
che
hanno
saputo
dominare
gli
altri
umani;
una
continua
testimonianza
e
memoria
delle
ragioni
di
chi
vince,
la
narrazione
della
verità
di
una
parte,
quella
che
tiene
sotto
il
filo
della
propria
spada
il
vinto.
Salve
ben
s’intende
le
dovute
eccezioni,
tra
i
vinti,
tra
quelli
che
hanno
saputo
soffrire,
perdere,
morire
eroicamente,
cioè
con
onore,
senza
piangere,
senza
tradire,
senza
cambiare
|
Dicevo, all’inizio, della troppa stanchezza dell’Europa a risolvere le questioni nella maniera consueta, cioè con la guerra, la violenza, la morte; e perciò, aggiungo, impantanata oggi in un mare di parole che mi auguro non diventi palude, data la persistente arroganza di alcuni suoi membri. C’è
in
Europa
chi
ha
perso
e
chi
ha
vinto,
chi
ha
perso
bene
e
chi
ha
perso
male;
come
sempre,
come
ovunque
continua
a
succedere.
Ma
c’è
pure
in
essa
qualcosa
di
diverso,
c’è
finalmente
nelle
sue
tribù,
ormai
eleganti,
in
camicia
e
cravatta,
bene
educate,
dal
fare
colto
e
tollerante,
come
un
vento
fresco
e
forte,
la
sincera
aspirazione
ad
unirsi,
la
rinuncia,
anzi
il
rifiuto
a
combattersi
ancora.
Forse
per
saggezza,
forse
per
stanchezza,
sia
pure,
ma
c’è.
Non
più
valli
tra
montagne
rocciose,
piazze
di
fredda
pietra,
capanne,
o
rustici
saloni
in
tenebrosi
castelli;
non
più
spade
e
danze
di
guerra,
non
più
rugosi
guerrieri
barbuti
dalle
braccia
possenti,
e
sfilate
maestose
di
truppe
armate,
discorsi
interminabili
invocanti
la
disciplina
e
l’odio;
ma
eleganti
signori
in
doppio
petto,
su
vellutate
poltrone
in
magnifici
saloni
decorati
da
preziosi
affreschi,
signori
ben
pettinati,
lindi,
con
le
loro
dentiere
sempre
in
vista
in
perenni
sorrisi. Ed
ecco
Si
attuerà
in
parecchi
anni,
assumendo
nuovi
membri,
ed
estendendosi,
forse,
anche
alla
Turchia.
Una
probabilità
che
si
intuisce
nell’aver
evitato,
tale
consesso
di
Europei
illustri,
di
dichiarare
nel
preambolo
di
detta
Costituzione
le
comuni
origini
cristiane
dell’Europa. Non
entro
nel
merito
perché
occorrerebbe
molto
spazio,
e
mi
soffermo
invece
ad
osservare
che
un
Atto
simile
avrebbe
dovuto
essere
sintetico,
essenziale,
per
essere
chiaro
e
non
obbligare
a
conseguenti,
immancabili
interpretazioni
e
dispute.
E
ciò
che
di
più
mi
lascia
perplesso
è
la
prospettiva
di
eventuali
referendum
in
merito. E’ un Atto importantissimo, che ci fa fare senz’altro un bel passo avanti nella concordia collettiva, ma si tratta di un complesso di norme stabilite in circa 500 articoli composti da numerosi commi, qualcosa di complicatissimo, dunque, e parlarne e criticarlo risulterà molto difficile, direi impossibile al cittadino comune, perché dovrebbe prima leggerlo, studiarlo e possedere l’adeguata preparazione e competenza. Perciò, se veramente è una cosa seria, che senso avrà il referendum?
I
trattati
di
pace
-
disegno
a matita
per vignetta ('51)
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