LA LITOGRAFIA

 

 

Art Gallery: Oggi La Grafica

Servizio di Lodovico Zabotto - presenta Sergio Molesi

<font color="#FF0000" size="4">NB: se non si vede il filmato, permettere gli Script.</font>

 

Molto più tardi dell’incisione nel legno - con successiva inchiostrazione delle parti in rilievo e quindi del riporto della loro immagine sulla carta, esercitandovi adeguata pressione - appare la litografia. Siamo già alla fine del XVIII secolo; e sebbene nel frattempo sia già stata inventata la calcografia, della quale parleremo sul prossimo numero, essa si diffonde e si afferma con  grande successo sia come tecnica di riproduzione che come espressione di arte originale.

Fu un certo Aloisio Senefelder, piccolo e sfortunato drammaturgo praghese, che scoprì l’artificio, sembra casualmente, mentre incideva musica in rilievo su di una pietra. Tecnica, questa di incidere in rilievo la pietra, già praticata inCina si crede fin dal 900. Ma Senefelder scoprì che non occorreva incidere la pietra per poter inchiostrare i segni su di essa effettuati e quindi riportarli, stamparli cioè, su tanti fogli di carta, facendone centinaia e centinaia di copie perfettamente uguali. Perciò sarebbe bene eliminare la parola "casualmente" che ha del riduttivo e non considera che una scoperta è in genere la somma di un lavoro perseverante,  di un’osservazione attenta e continua e dell’intuizione. Infatti, i tantissimi laboratori litografici, che spuntarono in tutta Europa, vollero onorarlo e si fregiarono tutti della medesima insegna: uno stemma con il suo nome e con la scritta "Saxa Loquuntur" (le pietre parlano). Soltanto in Italia vollero apportare delle modifiche a codesto stemma, per evidenziare l’unione che deve esserci tra l’artista incisore e lo stampatore.

Litografia, dunque, dalle voci greche lithos, pietra e graphe, scrittura, il cui trattato di Senefelder fu tradotto in italiano nel 1824 mentre cominciavano a comparire le prime riproduzioni litografiche sui giornali, dei quali il più noto fu il " Fischietto".

In Italia vediamo la litografia circa nel 1810, con Dall’Armi a Roma, Muller a Napoli, Ridolfi in Toscana, Festa a Torino, dove ebbe grande sviluppo per opera del Doyen che con Festa si era associato. 

Molti si dedicarono a quest’arte, anche Massimo D’Azeglio. E tra i migliori disegnatori litografi si affermò il friulano Antonio Masutti.  In seguito, e molto presto, dalla litografia nacque la zincografia e poi il sistema offset, in un continuo, inarrestabile progresso per facilitare e accelerare il lavoro di stampa, data la sempre maggiore richiesta di informazione e di cultura, che s’era scatenata con l’illuminismo e la rivoluzione francese. In Francia furono promulgati molti decreti legge, ed anche in Italia, per regolare l’attività e la produzione delle officine litografiche; e molti furono gli operai ad essere assunti e istruiti nelle varie mansioni a seconda delle loro attitudini e delle loro qualità fisiche. Fra i torcolieri c’erano, ad esempio, i giratori, che dovevano essere molto robusti perché il loro compito era di girare ogni giorno migliaia e migliaia di volte la stella. Lavoro pesante in quanto, girando la stella, facevano muovere tutto il piano del torchio, sul quale era sistemata la pietra, la carta e il timpano. Essi, infatti,   sono stati sostituiti in un primo tempo dalla macchina a vapore e poi dalle macchine elettriche. Forse, per curiosità, è il caso di spiegare il lavoro.  

L’artista, dopo aver pomiciata ed eventualmente sabbiata la pietra, disegna su di essa con le matite o gli inchiostri litografici, cioè grassi, a base di sapone, non intaccabili dagli acidi; 

 poi incide - termine inesatto perché egli non incide niente: semplicemente, diciamo semplicemente, effettua la preparazione della pietra, cioè modifica in superficie la sua composizione chimica, trasformandola da carbonato di calcio in nitrato di calcio - e così rendendo possibile che la pietra accetti l’acqua e respinga l’inchiostro dove l’acido ha potuto agire, mentre respinga l’acqua ed accetti l’inchiostro sulle parti dove, protetta, l’acido non ha potuto agire. L’operazione, però, che oltre all’acido nitrico richiede l’uso di acido acetico, gomma arabica, talco, litofina e bitume giudaico, è delicatissima e pretende molta manualità ed esperienza, perché con l’acido si può bruciare e distruggere il disegno. In effetti, pochi erano gli artisti che preparavano da soli le pietre: generalmente assistevano e consigliavano il tecnico specializzato in tale funzione. Quindi non rimaneva che procedere alla stampa; e, per stampare, Senefelder inventò il torchio strisciante, in quanto quello a due piani a pressione, come per le prime xilografie, richiedeva uno sforzo eccessivo e avrebbe potuto causare la rottura della pietra. Il nuovo torchio, invece,  permette di esercitare la fortissima pressione necessaria, ma su un solo tratto di traverso della pietra; e ciò tramite un’asse di legno a cuneo, il cosiddetto coltello, largo appena un centimetro, alla base,  e coperto di una striscia di corame ingrassato per poter scivolare sul timpano, e cosi, mentre il piano con la pietra, la carta e il timpano viene fatto scorrere sotto di esso, girando la stella, la pressione si estende su tutta la sua superficie. A chiarimento, preciserò che il coltello è tenuto a pressione regolabile da un apposito ingranaggio; che il timpano è il coperchio, un grosso e robusto cartone pressato che viene posto sopra la carta da stampare; e che la stella è la ruota che demoltiplica lo sforzo manuale esercitato su di essa per far scorrere il piano di stampa.

Certamente oggi, uno che si dedica a quest’arte, come per la xilografia e la calcografia, lo fa esclusivamente per passione, per il piacere di esprimersi con le vecchie originali tecniche.

Le pietre per la litografia devono essere calcaree. Le migliori provenivano dai giacimenti della Baviera. Possono essere azzurre, nere, gialle, bianche; ed avere diverse caratteristiche, venature, porosità, resistenza alla pressione e al calore; e quindi vanno scelte a seconda del lavoro che si vuole compiere.

Presto, però, furono sostituite dalle lastre di zinco, molto più leggere, meno ingombranti perché sottili, e più facilmente trasportabili. (Già nel 1831, per tali sue caratteristiche, esiste una piccola officina zincografica al seguito dell’esercito tedesco). E siamo alla zincografia, che Servolini chiamava zincolitografia. Sulle lastre di zinco, debitamente battute e lisciate e preparate, granite, si opera più o meno nel modo indicato per la pietra, lo stesso procedimento, gli stessi materiali. Come nella xilografia così nella litografia si possono usare i colori. La differenza tra le due tecniche rimane, comunque, peculiare alla loro diversa natura e alla diversità dei mezzi che vengono usati per eseguire l’opera. Il colpo netto della sgorbia nel legno, che lascerà il suo segno bianco e nitido sulla carta, e, invece, il segno morbido dell’inchiostro o della matita sulla pietra, che lascerà sulla carta il suo segno pastoso e sfumato.

 

 

 

      
   CURIOSITA’  PRATICHE per chi volesse provarci

1.    

 

    1. Per usare una pietra bisogna innanzitutto lavarla con acqua e asciugarla con una ventola - lavarla con acqua ragia ed eventualmente strofinarla con feltro - pomiciarla in rettilineo incrociando tutta la superficie in modo uguale, altrimenti le diversità di spessore della pietra non consentirebbero una bella stampa - con la lima arrotondarne i bordi -pomiciarla in rotatorio con pomice naturale - se necessario  granirla con

 

 

 

Una pietra sul piano scorrevole del torchio

pronta per essere bagnata e inchiostrata

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sabbia filtrata - passarvi acido acetico al 10% - lavarla e asciugarla - Quindi si può disegnarci sopra con la matita litografica, o, dopo averla inumidita con trementina, usando l’inchiostro litografico (che va preparato giornalmente e protetto dalla polvere). 

2.  Effettuato il disegno,  vi si stende sopra uno strato di talco - poi con spugna o pennellessa vi si stende una miscela di acqua, gomma arabica e acido nitrico nelle giuste proporzioni -  si attende un po’ e si arieggia per far asciugare la gomma - si lava con acqua e spugna - si passa uno straccio asciutto - si stende con la spugna una goccia di gomma arabica (per proteggere la pietra dal grasso) - si pulisce tutto con litofina nera  - si  lava con acqua e si asciuga un po’ - si passa il rullo inchiostrato - quindi  la spugna umida - di nuovo il rullo inchiostrato e poi la spugna umida sino alla perfetta inchiostrazione

3.  Ora si procede alla stampa: si stende sulla pietra a perfetto registro il foglio di carta giustamente inumidito - vi si appoggia sopra il timpano bene ingrassato sulla parte superiore affinché scivoli sotto il coltello - si regola la giusta pressione del coltello sul timpano - si gira la stella per far muovere il piano di appoggio della pietra sotto il coltello - così, a striscio, si effettua la stampa - quindi, sollevato il coltello e tolto il timpano, si controlla se il lavoro è ben riuscito ed eventualmente si procede a qualche correzione sulla pietra. 

     (Per conservare una pietra stendervi uno strato di gomma arabica) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      Il mio torchio litografico viennese della fine

             del 1800 che sarà conservato nel Museo in allestimento            "Guerra per la Pace" di Trieste.

    L'ho adattato per la stampa di xilografie e di calcografie con    l'applicazione di un rullo di gomma ad un  coltello, 

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