S U L L’ A L T A R E   D E L L A   P A T R I A          4-04

Patriottismo,  nazionalismo  e  razzismo  stanno  tra  di loro come  la  salute,  la nevrosi  e  la  pazzia (Umberto Saba)  

Questo strano popolo italiano di “poeti e di guerrieri” che continua ancora ad essere un popolo di “fascisti e antifascisti”, di “morti di serie A e morti di serie B”; che si mantiene ancora diviso nella memoria, convinto per la propria parte di possedere la verità; questo popolo che non riesce ad ammorbidire le proprie convinzioni nemmeno nei tempi lunghi, pur allontanandosi dalle passioni e dall’orrore della guerra civile, e che anzi si cristallizza goccia dopo goccia come le stalattiti e le stalammiti nelle buie grotte del Carso; sino a denunciare quella certa debolezza o insicurezza, direi quasi paura, di chi ha in fondo al cuore il dubbio.

Ora si parla di quei momenti, e ne parlano ormai i figli, di quel tragico avvenimento storico della nostra patria che fu il cambiare gli amici e i nemici, con la pretesa che si trattasse di un semplice cambio di biancheria, e di biancheria da buttare, non da consegnare alla lavandaia; e che invero non fu più voluta, fu rifiutata perché ognuno la giudicò colpevole, essa, della sporcizia che le avevamo lasciato sopra.

Ora si parla, dopo sessant’anni, di coloro che non hanno voluto cambiare l’abito come di delinquenti e assassini, perché erano rimasti fermi a combattere la battaglia che tutti avevano sino a quel momento per tre anni combattuto; e si trovarono così in guerra contro quelli che furono i loro camerati sino un attimo prima, ma che la divisa l’avevano cambiata. Intendo sempre la generalità del popolo nel suo complesso, inclusi i soldati che furono ovunque abbandonati al loro destino, in gran parte a migliaia di chilometri dalla propria casa, senza mezzi di sostentamento, senza niente, in zone sconosciute; e che rimasero impigliati, vittime per la sopravvivenza, in varie organizzazioni improvvisate, nere o rosse che fossero. E finirono col combattersi e uccidersi l’un l’altro. E tutto ciò nell’interesse degli stranieri che, con il diktat, non ci risparmiarono umiliazione alcuna, trattandoci da sconfitti e guardandoci da traditori.

Le nostre perdite: Briga, Tenda, Monginevro, Piccolo S.Bernardo, la Venezia Giulia , Fiume, Zara, le isole dalmate, il Dodecaneso, l’Albania, la Libia , la Somalia , l’Eritrea, l’Etiopia.       

Ed ora, per di più, si estende lo spirito di quel periodo, i fatti della Repubblica Sociale avvenuti in tempo eccezionale, di guerra feroce, di pianti, di fame, di distruzione, di tradimenti, a tutta l’epoca fascista del tempo di pace. E ciò mi sembra proprio una forzatura, una presentazione non corretta della storia.

Tutti sanno tutto in merito alla mancanza di libertà nel tempo di pace fascista, in merito al tribunale speciale, ai soprusi e alla ignobile legge razziale; ma il contesto è diverso. Come fu diverso lo stato di pace in cui ognuno tirò a campare senza invero troppo soffrire per la soppressione della libertà politica e senza sentire il bisogno di fare il resistente o il partigiano; intendo sempre la generalità dei cittadini perché le eccezioni non mancano mai. Come fu diverso lo stato di guerra in cui una parte, al momento della sconfitta, saltò sul carro del vincitore, anzi, per la precisione, ne venne depositata dai capi che l’abbandonarono, e purtuttavia si sentì, si proclamò detentrice della verità, la parte giusta nella sublime lotta di liberazione.

E poi abbiamo gli storici che con metodi scientifici, si dice, cioè con la ricerca e l'interpretazione di documenti d’archivio, stabiliscono la verità, e addirittura disputano sul numero di morti, su particolari tattici e strategici, sul carattere dei personaggi implicati, spesso tirando conclusioni completamente divergenti.

Interessante è, comunque, tra i vari innumerevoli studi e approfondimenti monografici di una parte e dell’altra, non innamorarsi di nessuno di essi e perdere così, come generalmente accade, la visione d’insieme che comprende tutto il vasto mondo di umani in continuo naturale subbuglio.

Interessante è riuscire a capire come lo spirito degli uomini, delle cose, degli avvenimenti in cui sono invischiati, si evolva con una lentezza estrema, tanto da rendere arduo notarne le differenze; come sia difficile a distanza di tempo distinguerne le distorsioni, i camuffamenti, e separare il vero dal falso.

Patria, Nazione, parole messe al bando, da non scrivere nei libri di storia, da non pronunciare nelle scuole, nelle università. Bestemmie del terrore fascista. Chi in Italia dice patria è razzista, chi dice nazione è imperialista. In Italia: non nella minuta Slovenia o in Croazia, o in Francia, Inghilterra, Germania, Spagna e via dicendo. In Italia, alla quale hanno applicato una notevole coda di paglia di cui ancora non si sa liberare. Ed è stata in gran parte opera della sinistra bolscevica, diciamo staliniana, che dopo vent’anni di fascismo, riprese il suo accurato lavorio di sovietizzazione del Paese. Semplice ma grave mancanza di spirito nazionale, non nazionalistico, preciso per i maligni: mancanza di spirito di 

corpo, quello che, ho ricordato più sopra, qualcuno comunque definisce negativamente ebbrezza del comunitario. E lo preciso anche per coloro che sono stati allevati dagli intellettuali marxisti con il chiodo fisso dell’internazionale, cioè nell’ebbrezza del sociale, nella vergogna inqualificabile di pronunciare la parola patria, la parola nazione, e finendo così col non amare le proprie origini, col rinnegare e distruggere il proprio nido. Mi riferisco sempre ai comunisti italiani, perché quelli delle altre nazioni sono rimasti nazionalisti persistendo a difendere i propri confini, la propria lingua, la propria cultura, le proprie radici. 

Per fortuna ci fu l’opera di De Gasperi  (il quale, già col suo partito popolare, aveva pure votato per Mussolini nel 1922 contro l’internazionalismo socialista), altrimenti saremmo nella situazione in cui si trovano la Romania e tutta l’Europa centrale rimasta sotto il tallone di un despota comunista, osannato dai nostri comunisti italiani che per i suoi innumerevoli delitti non hanno mai spesa parola, continuando col programma che Claudio Treves espresse così nei primi anni ‘20: “Noi non facciamo la rivoluzione né vi lasciamo tranquilli! Né una cosa né l’altra! La rivoluzione è un evo, non un giorno, ha gli aspetti di un fenomeno di natura: erosioni lente, dirupamenti rapidi.” E che lo abbiano fatto lo abbiamo costatato tutti.

 Lo so, sono cose avvenute che non possono mutare, ma parlarne serve; e rivederle, riconsiderarle senza essere “schierati” serve pure, e molto, per capirle. Bisogna perciò sapersi liberare da quei rancori, odi, sentimenti che riempiono il cuore e invadono il cervello quasi atrofizzandolo, e che lasciano depositato sul fondo della coscienza un velo d’incertezza, di dubbio, d’insoddisfazione, di amarezza, che impedisce di credere nei valori della propria gente, della propria patria. Un atto di umiltà. Una sorta di confessione rigeneratrice, tanto difficile e tanto necessaria, da fare con se stessi, inginocchiati sull’Altare della Patria.

Ho ricordato più sopra che non abbiamo saputo perdere con onore. Ebbene, da allora sono trascorsi sessant’anni e non abbiamo ancora imparato ad essere fra di noi uniti, nel bene e nel male. Siamo rimasti testardamente, stupidamente ancora a discutere sui morti da una parte e i morti dall’altra, sulle ragioni degli uni e sulle ragioni degli altri, senza voler ammettere che sia questi sia quelli sono morti nella convinzione di farlo per la Patria.

Solo così, stretti fra di noi, potremo sviluppare, rinsaldare il senso vero, profondo della solidarietà, l’orgoglio della nostra appartenenza ad un’unica famiglia e cantare di cuore il nostro inno nazionale; perché non ci saremo fermati ai funerali di alcuni militari caduti, o alla gioia per la partita di calcio vinta, esibendoci in grandiose, eccessive manifestazioni formali, che ai funerali sanno di lucida retorica sia pur mista a dolore e lacrime vere, e negli stadi sanno di squallido teppismo da veri delinquenti. Tutti istinti, sentimenti, pensieri superficiali che per la collettività, per la folla, si esauriscono nella grandiosità variopinta del loro manifestarsi, e che il giorno dopo svaniscono lasciandoci divisi come prima.

Solo nel nostro animo potremo, possiamo, dobbiamo risolvere ogni problema, e soltanto con l’amore, con la sincerità, la comprensione. Anche e soprattutto per le cose del nostro passato, che hanno reso scettiche le nuove generazioni, e poco orgogliose delle loro radici.

 

 

 

 

Così non ricostruiremo niente  -  vignetta '47

 

 

 

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