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S U L L’ A L T A R E D E L L A P A T R I A 4-04 Patriottismo, nazionalismo e
razzismo stanno tra di loro |
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Questo
strano popolo italiano di “poeti e di guerrieri” che continua ancora ad
essere un popolo di “fascisti e antifascisti”, di “morti di serie A e
morti di serie B”; che si mantiene ancora diviso nella memoria, convinto per
la propria parte di possedere la verità; questo popolo che non riesce ad
ammorbidire le proprie convinzioni nemmeno nei tempi lunghi, pur allontanandosi
dalle passioni e dall’orrore della guerra civile, e che anzi si cristallizza
goccia dopo goccia come le stalattiti e le stalammiti nelle buie grotte del
Carso; sino a denunciare quella certa debolezza o insicurezza, direi quasi
paura, di chi ha in fondo al cuore il dubbio.
Ora si parla di quei momenti, e ne parlano ormai i figli, di quel tragico
avvenimento storico della nostra patria che fu il cambiare gli amici e i
nemici, con la pretesa che si trattasse di un semplice cambio di biancheria, e
di biancheria da buttare, non da consegnare alla lavandaia; e che invero non
fu più voluta, fu rifiutata perché ognuno la giudicò colpevole, essa, della
sporcizia che le avevamo lasciato sopra.
Ora
si parla, dopo sessant’anni, di coloro che non hanno voluto cambiare l’abito
come di delinquenti e assassini, perché erano rimasti fermi a combattere la
battaglia che tutti avevano sino a quel momento per tre anni combattuto; e si
trovarono così in guerra contro quelli che furono i loro camerati sino un
attimo prima, ma che la divisa l’avevano cambiata.
Intendo sempre la generalità del popolo nel suo complesso, inclusi i soldati
che furono ovunque abbandonati al loro destino, in gran parte a migliaia di
chilometri dalla propria casa, senza mezzi di sostentamento, senza niente, in
zone sconosciute; e che rimasero impigliati, vittime per la sopravvivenza, in
varie organizzazioni improvvisate, nere o rosse che fossero. E finirono col
combattersi e uccidersi l’un l’altro. E tutto ciò nell’interesse degli
stranieri che, con il diktat, non ci risparmiarono umiliazione alcuna,
trattandoci da sconfitti e guardandoci da traditori.
Le
nostre perdite: Briga, Tenda, Monginevro, Piccolo S.Bernardo,
Ed
ora, per di più, si estende lo spirito di quel periodo, i fatti della
Repubblica Sociale avvenuti in tempo eccezionale, di guerra feroce, di pianti,
di fame, di distruzione, di tradimenti, a tutta l’epoca fascista del tempo di
pace. E ciò mi sembra proprio una forzatura, una presentazione non corretta
della storia.
Tutti
sanno tutto in merito alla mancanza di libertà nel tempo di pace fascista, in
merito al tribunale speciale, ai soprusi e alla ignobile legge razziale; ma il
contesto è diverso. Come fu diverso lo stato di pace in cui ognuno tirò a
campare senza invero troppo soffrire per la soppressione della libertà politica
e senza sentire il bisogno di fare il resistente o il partigiano; intendo sempre
la generalità dei cittadini perché le eccezioni non mancano mai. Come fu
diverso lo stato di guerra in cui una parte, al momento della sconfitta, saltò
sul carro del vincitore, anzi, per la precisione, ne venne depositata dai capi
che l’abbandonarono, e purtuttavia si sentì, si proclamò detentrice della
verità, la parte giusta nella sublime lotta di liberazione. E
poi abbiamo gli storici che con metodi scientifici, si dice, cioè con la
ricerca e l'interpretazione di documenti d’archivio, stabiliscono la verità,
e addirittura disputano sul numero di morti, su particolari tattici e
strategici, sul carattere dei personaggi implicati, spesso tirando conclusioni
completamente divergenti. Interessante
è, comunque, tra i vari innumerevoli studi e approfondimenti monografici di una
parte e dell’altra, non innamorarsi di nessuno di essi e perdere così, come
generalmente accade, la visione d’insieme che comprende tutto il vasto mondo
di umani in continuo naturale subbuglio.
Interessante
è
riuscire
a
capire
come
lo
spirito
degli
uomini,
delle
cose,
degli
avvenimenti
in
cui
sono
invischiati,
si
evolva
con
una
lentezza
estrema,
tanto
da
rendere
arduo
notarne
le
differenze;
come
sia
difficile
a
distanza
di
tempo
distinguerne
le
distorsioni,
i
camuffamenti,
e
separare
il
vero
dal
falso. Patria,
Nazione, parole messe al bando, da non scrivere nei libri di storia, da non
pronunciare nelle scuole, nelle università. Bestemmie del terrore
fascista. Chi in Italia dice patria è razzista, chi dice nazione è
imperialista. In Italia: non nella minuta Slovenia o in Croazia, o in Francia,
Inghilterra, Germania, Spagna e via dicendo. In Italia, alla quale
hanno applicato una notevole coda di paglia di cui ancora non si sa
liberare. Ed è stata in gran parte opera della sinistra bolscevica,
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corpo,
quello che, ho ricordato più sopra, qualcuno comunque definisce negativamente
ebbrezza del comunitario. E lo preciso anche per coloro che sono stati allevati
dagli intellettuali marxisti con il chiodo fisso dell’internazionale, cioè
nell’ebbrezza del sociale, nella vergogna inqualificabile di pronunciare la
parola patria, la parola nazione, e finendo così col non amare le proprie
origini, col rinnegare e distruggere il proprio nido. Mi riferisco sempre ai
comunisti italiani, perché quelli delle altre nazioni sono rimasti nazionalisti
persistendo a difendere i propri confini, la propria lingua, la propria cultura,
le proprie radici.
Per
fortuna ci fu l’opera di De Gasperi
(il quale, già col suo partito popolare, aveva pure votato per Mussolini
nel 1922 contro l’internazionalismo socialista), altrimenti saremmo nella
situazione in cui si trovano
Lo
so, sono
cose avvenute che non possono mutare, ma parlarne serve; e rivederle,
riconsiderarle senza essere “schierati” serve pure, e molto, per capirle.
Bisogna perciò sapersi liberare da quei rancori, odi, sentimenti che riempiono
il cuore e invadono il cervello quasi atrofizzandolo, e che lasciano depositato
sul fondo della coscienza un velo d’incertezza, di dubbio, d’insoddisfazione,
di amarezza, che impedisce di credere nei valori della propria gente, della
propria patria. Un atto di umiltà. Una sorta di confessione rigeneratrice,
tanto difficile e tanto necessaria, da fare con se stessi, inginocchiati sull’Altare
della Patria. Ho
ricordato più sopra che non abbiamo saputo perdere con onore. Ebbene, da allora
sono trascorsi sessant’anni e non abbiamo ancora imparato ad essere fra di noi
uniti, nel bene e nel male. Siamo rimasti testardamente, stupidamente ancora a
discutere sui morti da una parte e i morti dall’altra, sulle ragioni degli uni
e sulle ragioni degli altri, senza voler ammettere che sia questi sia quelli
sono morti nella convinzione di farlo per
Solo
così, stretti fra di noi, potremo sviluppare, rinsaldare il senso vero,
profondo della solidarietà, l’orgoglio della nostra appartenenza ad un’unica
famiglia e cantare di cuore il nostro inno nazionale; perché non ci saremo
fermati ai funerali di alcuni militari caduti, o alla gioia per la partita di
calcio vinta, esibendoci in grandiose, eccessive manifestazioni formali, che ai
funerali sanno di lucida retorica sia pur mista a dolore e lacrime vere, e negli
stadi sanno di squallido teppismo da veri delinquenti. Tutti istinti,
sentimenti, pensieri superficiali che per la collettività, per la folla, si
esauriscono nella grandiosità variopinta del loro manifestarsi, e che il giorno
dopo svaniscono lasciandoci divisi come prima.
Solo nel nostro animo potremo, possiamo, dobbiamo risolvere ogni problema, e soltanto con l’amore, con la sincerità, la comprensione. Anche e soprattutto per le cose del nostro passato, che hanno reso scettiche le nuove generazioni, e poco orgogliose delle loro radici.
Così non ricostruiremo niente - vignetta '47
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