|
AMICO, SVEGLIATI! 4-03
Usano
dire
“ogni
cosa
a
suo
tempo”,
“ognuno
ha
gli
amici
che
si
merita”
o
“ha
il
governo
che
si
merita”.
Usano
dire
e
ripetere
tante
idee,
pensieri.
Usano
ricordare
e
ripetere
tante
esperienze
vissute
o
solamente
osservate,
e
fatti,
dolori,
gioie.
Ma
purtroppo,
ecco
un
altro
detto
popolare,
“tutto
lascia
il
tempo
che
trova”.
Sono
solo
chiacchiere,
perché
la
saggezza
dovrebbe
consistere
nel
saper
trarne
insegnamento,
saper
distinguere
tra
il
bene
e
il
male,
sapersi
almeno
un
po’
orientare
tra
il
buono
e
il
cattivo,
il
vero
e
il
falso;
e
poi,
ciò
che
più
conta,
saper
agire
di
conseguenza
mantenendosi
fedeli
ai
propri princìpi,
cioè
con
quella
coerenza,
necessaria
tra
il
pensare
e
l’agire,
che
sola
offre
la
tranquillità
spirituale,
la
gioia
di
guardarsi
intorno
serenamente,
osservando
fuori
di
noi
ogni
genere
di
obbrobrio,
pur
senza
odio,
addirittura
senza
avversione,
liberi
da
ogni
condizionamento
sociale,
politico,
religioso,
culturale.
Ma
non
è
così.
E’
troppo
difficile
guardare
il
mondo
con
indifferenza;
no,
non
con
sufficienza
o
noncuranza
o
insensibilità,
ma
con
astratta
letizia,
come
in
uno
stato
di
afasia,
di
rapimento
nell’universo
infinito,
ove
tutto
acquista
le
sue
reali
dimensioni,
riprende
il
suo
stato
iniziale,
e
si
viene
riassorbiti
nella
musica
dell’eterno. E’
troppo
difficile;
e
forse
perciò,
a
rifletterci,
vorrei
essere
un
musicista,
e
col
pianoforte
o
col
violino
o
il
violoncello
dai
suoni
bassi
morbidi
vibranti,
cantare
la
mia
musica
e
sentirmi
così
nello
spazio,
senza
peso,
senza
materia,
nel
pensiero,
a
ridere
e
a
piangere.
Mi
piacerebbe
proprio,
perché
credo
che
nessun’arte,
nessuna
espressione
dell’anima
possa
essere
più
spirituale
della
musica,
possa
esprimere
con
maggiore
efficacia
e
corrispondenza
le
ansie
e
le
gioie
del
mondo,
forse
tutte
apparenza,
tutte
vanità.
E
che
purtuttavia,
mentre
le
viviamo,
ci
pesano
addosso
quasi
a
schiacciarci,
e
completamente
ci
condizionano,
obbligandoci
a
continuare
con
i
nostri
aforismi,
con
i
nostri
proverbi,
con
le
nostre
convinzioni,
che
facilmente
diventano
pregiudizi
grandi
come
montagne
invalicabili,
e
ci
rendono
pronti
a
condannare
tutto
ciò
che
fuori
di
noi
appena
appena
si
muove
ed
emette
qualche
lieve
sussurro.
Ognuno attento
a
trovarsi
ben piazzato
al
proprio
livello,
o
a
quello
che
presuppone
lo
sia. Si
sa,
è
tutta
questione
di
rango.
Ma rimaniamo al rango delle persone, tra gli umani che a |
miliardi
brulicano
su
questa
palla
di
terra
ed
acqua,
di
tutti
i
tipi
e
razze
e
colori,
alcuni
pelle
e
ossa
che
muoiono
di
fame,
alcuni
grassi
che
muoiono
di
sazietà.
Uomo,
o
donna,
di
rango;
artista,
politico,
medico,
calzolaio,
di
rango,
cioè
di
alta,
indiscussa
qualità.
Eppure
anche
qui
abbiamo
le
sfumature,
le
differenze,
le
scale
dei
valori.
E
“rango”,
per
le
semplici
persone,
siano
pure
senza
arte
né
parte,
significa
ceto,
classe,
posizione
sociale,
che,
comunque,
può
accompagnarsi
ad
attributi
simili
ad
elevato,
nobile,
medio,
eccetera.
Come
tutti
sappiamo
avendo
avuto
occasione
di
fare
esperienze
in
merito,
di
conoscere
almeno
qualcuna
di
codeste
persone
di
rango. Oggi non è che sia molto diverso. Si è liberi di parlare ma nessuno ascolta. Ciò che è certamente diverso è l’ atteggiamento, in cui l’ipocrisia si spreca. Uno in particolare, fra gli altri, mi aveva perfino ispirato un quadro per rappresentare tutta la categoria, che è numerosa assai. L’idea dell’uomo non saggio, non modesto, non comprensivo, di quello che si può incontrare anche per le strade, ma che alligna specie negli
uffici,
pubblici
e
privati,
nelle
segreterie
che
sappiamo,
il
quale
concede
sempre
un
mezzo
sorriso
dopo
essersi
fatto
desiderare,
e
con
il
quale
si
finisce
col non
concludere
mai
niente,
pronunciando
due
parole,
attendendo
la
fine
di
una
lunga
telefonata,
pronunciandone
altre
due
e
di
nuovo
attendendo
la
fine
di
un’altra
lunga
telefonata.
Sebbene
il
suo
contegno,
che
si
annusa
pieno
di
sussiego,
sia
sempre
mascherato
da
un’
apparente
confidenziale
disponibilità. Così
l’ho
abbozzato,
il
quadro,
e
l’ho
lasciato
là,
accanto
al
cavalletto,
discutendone
e
ridendo
poi
con
gli
amici.
Un
semplice
escremento
alto
e
rigido,
con
due
vermetti
per
piedi
e
per
testa
un
naso,
e
un
fumetto
accanto,
necessario,
in
cui
si
legge:
“ha
la
puzza
sotto
il
naso
perché
sotto
il
naso
ritrova
se
stesso”.
L’ispirazione mi venne in seguito ad un incontro ch’ebbi, per l’uso di un locale pubblico per la mia attività artistica, ed a scopo benefico, alcuni anni fa. Preciso: anni. Momento in cui, da un signore di rango, mi fu detto, |
riassumendo,
ch’era impossibile
perché
il
locale
era
impegnato,
in
via
di
riordino
e
di
arredamento
per
altro
scopo.
Ebbene,
ci
sono
passato
davanti
per
caso
l’altro
giorno,
e
ho
costatato
che
si
trova
ancora
come
allora,
anni
fa,
inutilizzato,
in
stato
di
completo
abbandono,
con
gli
stessi
calcinacci
sul
pavimento.
Così
ho
dovuto
concludere
che
certi
personaggi
saranno
sempre
nocivi
alla
società
in
cui
occupano
posti
di
rango,
sia
pure
medio,
soltanto
ai
fini
della
loro
ambizione.
Essi
sembra
abbiano
la
capacità
di
parlare
senza
sentire.
Forse
occupano
un
posto
che
non
dovrebbero
occupare?
Penso
valga
qui
ricordare,
in
merito,
una
commedia
del
danese
settecentesco
Ludvig Holberg,
con
la
quale
egli
dimostra
che
quando
lo
stagnaro
e
il
borgomastro
si
scambiano
i
ruoli,
il
paese
rimane
senza
stagnaro
e
senza
borgomastro. E’
una
situazione
che
ai
nostri
tempi
pare
si
verifichi
spesso.
E
poi
ci
domandiamo
perché
negli
uffici
ci
siano
montagne
di
arretrati
di
ogni
genere,
e
non
funzioni
questo
e
sia
bloccato
quello,
e
ci
siano
tanti
che
vogliono
comandare. Perciò, amico, svegliati! Devi proprio ammettere con me che i detti che ho all’inizio ricordato, ci si addicono perfettamente.
china 1961
|