E  AVANTI  POPOLO                      6/2003

Le leggi non ebbero mai la forza di mutare l’ignoranza in sapienza politica: 

il popolo si è sempre lasciato trascinare nelle imprese più scellerate. (Cicerone).  

 

Da quando c’è un governo che si dice liberale in Italia abbiamo quasi giornalmente dimostrazioni, scioperi, manifestazioni, riunioni d’ogni specie, dibattiti, proteste. La sinistra grida che non c’è più libertà, che la par condicio è stata messa al rogo dalla nuova dittatura, che non si può più esprimere le proprie opinioni, che ormai ci troviamo su una china pericolosissima che ci farà rotolare nell’abisso della miseria, dell’ignoranza, della schiavitù; e che perciò dobbiamo resistere ed ancora resistere a questo nuovo mostro che avanza per divorarci, inappuntabile e sorridente nel suo doppio petto blu, pensate, sempre con camicia e cravatta, con quei quattro capelli che gli rimangono sempre ben pettinati; uno che si lava e si sbarba ogni giorno, capace di comprendere tutto e tutti, e pronto al compromesso; uno che parla e promette molto e che in qualche modo si prova a sembrare più alto, anzi meno piccolo di come la natura lo ha creato, pronto alla barzelletta e alla canzonetta pur di apparire simpatico e gradevole; uno che  non si sa come ma è ricchissimo, e che perciò se ne frega dei disoccupati, dei cassaintegrati, insomma della povera gente, pur pronunciando continue promesse; uno che pensa soltanto a se stesso, ai propri interessi, e che condurrà indubbiamente l’Italia alla rovina.

E avanti popolo. Non permettiamo a un ricchissimo di diventare ancora più ricco a nostre spese; impediamogli di aspirare, per la sua presunzione e megalomania, a diventare il nostro presidente, perché sarebbe un presidente alla latino-americana, sarebbe un volgare dittatore, un fascista, e perderemmo completamente la nostra libertà.  

Ma è proprio vero? O non è il frutto dell’amara sconfitta subita dalla sinistra alle ultime elezioni? da quella sinistra rimasta scolara, che non ha ancora capito che non si deve accumulare un colossale debito pubblico elargendo, per pura demagogia, cassa integrazione, pensioni anticipate e, in più, aiuti a popolazioni di Paesi ricchissimi, a popolazioni che per pigrizia o inerzia non sono capaci di obbligare i propri prìncipi ad una più equa distribuzione dei beni? che non si può mantenere con assegni consistenti gente che immigra da noi senza arte né parte e che nemmeno dichiara le proprie generalità, mentre abbiamo milioni dei nostri che sono disoccupati?

Ma è proprio vero che è migliore colui che in vita sua si è guadagnato da vivere solo facendo il portaborse o il sindacalista e poi il politico? che può saperne di più nella gestione della cosa pubblica pur non avendo mai creato ricchezza con il proprio lavoro?

Ma è proprio vero che di fronte a chi dichiara apertamente di scendere in campo da manager per dare un contributo a sistemare la situazione italiana nel suo insieme, sia migliore il giudice che, abbandonata la propria carriera in un momento di alto gradimento, a metà percorso di un noto processo politico, e assicurando pubblicamente che non avrebbe mai fatto politica, si metta invece all’arrembaggio di un posto di deputato?

Pensiamo al governo della sinistra, alle espressioni del presidente di allora verso il presidente di oggi, dette alla televisione con un sorrisetto cattivo e due occhietti furbi: “…voglio vederlo povero”.

Pensiamo ai posti di dirigenza e presidenza retribuiti con milioni di euro, di personaggi che poi se ne vanno in pensione con liquidazioni favolose, o si spostano in altro ente o ditta o società lasciando i conti in rosso, tanto che a un piccolo funzionario, come è stato chi scrive, sorge logica la domanda: quali meriti hanno per guadagnare tanto? Si parla di cinquanta, centomila euro mensili. Che cosa producono? A chi sono utili? Come si giustificano di fronte alla miseria che li circonda? No, scusate, questa è una domanda che loro di certo non si pongono. Un esempio molto chiaro è l’attualissimo caso della Fiat, sebbene avvenga da molte decine d’anni che molte migliaia di dipendenti Fiat vivano di cassa integrazione (un anno sono arrivati a cinquantamila). Situazione considerata normale anche durante le due passate legislature di sinistra che, tra l’altro, avevano provveduto a diminuire di sorpresa il valore del denaro e a bloccare le pensioni, senza che ci fossero scioperi, grida, girotondi.

     Per quale motivo coloro che ascoltano i grandi sapienti dell’economia e della politica non vanno a rivedersi i giornali di 20, 30 anni fa? e si ostinano a credere, o peggio a far credere, che l’attuale momento di crisi sia dovuto a chi governa oggi, e non a chi ha allegramente governato dalla fine degli anni ’60 in poi? Gli anni, cioè, in cui, dopo chiacchiere e discussioni sulla svolta a destra o svolta a sinistra, c’è stata la svolta a sinistra e il ’68, i quali hanno definitivamente improntato la storia e infilato l’Italia nel tunnel a senso unico dell’inflazione al 22%. Un’amministrazione miope che, per avere mano libera nell’attuazione dei propri progetti, tacitava la classe dei lavoratori con la cassa integrazione pluriennale. E tutti erano contenti, ma a chi e in che modo avrebbe poi pagato il debito che si accumulava spaventosamente nessuno ci pensava, in quel gioco dell’irresponsabilità che piace tanto ai nostri politici.

Solo all’insediarsi del nuovo governo hanno ripreso gli scioperi e le adunate oceaniche dei sindacalisti, esclusivamente per non permettergli di agire; mentre gli utili del grande trust sono rimasti nelle saccocce della famiglia proprietaria che, guarda caso, sotto sotto era in linea con la sinistra al governo. Stranezze, in verità, alle quali si sono accodati, non potevano mancare, gli artisti e i registi illuminati, pieni di quattrini ma dichiaratamente di fede marxista.

Mi pare una moda. Come ai tempi della mia giovinezza 

tutti si vantavano di essere stati squadristi (non se la prendano quelli che rimasero fuori del mazzo: intendo tutti come generalità, includendovi, comunque, anche coloro per i quali, non esprimendosi per indifferenza, interesse od altro, penso valga il detto “chi tace conferma”).

Poi è subentrata la moda dell’aver partecipato alla Resistenza o, data la durata piuttosto lunga di questa moda, dell’essere figlio di uno della Resistenza. Ed ora qualcuno auspica la moda dell’aver appartenuto alla Repubblica Sociale.

 

   Quando c’è un governo che si dice liberale… Ho iniziato così e non a caso, perché se fosse davvero liberale dovrebbe agire con molta severità, attuare con coraggio il proprio programma e non volere a tutti i costi essere d’accordo con tutti; che non è possibile, nella società umana non lo è mai stato. Infatti, se continua ad essere debole non riuscirà a sanare nulla. La gente deve capire che è il momento di tirare la cinghia, e, se necessario, di cambiare mestiere. Il lavoro non manca: manca la volontà di adattarcisi perché ci si è abituati ad assegnare agli immigrati i lavori meno appaganti, più umili.      

Il fatto certo è che non esiste la manna dal cielo. Abbiamo una densità abitativa di 192/kq e il nostro Paese è tutto monti e colline e zone sismiche e alluvionali. Più gente siamo e più case, più impianti, più strade sono da costruire, più boschi da sradicare, più dighe da erigere, più reti elettriche da innalzare, più immondizie da eliminare, più tutto. Infatti, non si percorre un chilometro senza vedere cemento e tralicci. E appena piove un po’ di più subiamo le conseguenze, i danni immensi, e i dolori. Colline e montagne che franano, fiumi che straripano, gente che muore; strade, case, coltivazioni che vanno distrutte. E i piromani - col loro “diritto di essere liberi per potersi reinserire nella vita sociale”- che si divertono a bruciare migliaia d’ettari di boschi.

Devono essere più severi, cambiare sistema, attenersi al principio di meno stato e più mercato”, in base al quale la Thatcher , resistendo a scioperi lunghissimi, era riuscita a risollevare la Gran Bretagna per esempio devolvendo alla ricerca scientifica, in percentuale del PIL, quasi il doppio che in Italia, seguita a ruota dalla Germania di Koln negli anni Ottanta, dalla Spagna di Aznar negli anni Novanta e dalla Francia di Mitterand. A parte il primato dell’America di Reagan.

 Da noi, dove pare che i personali interessi di potere siano prioritari, il governo precedente, poco prima dello scadere del suo mandato, in previsione di non essere rieletto, si è preoccupato di collocare suoi adepti, con contratto pluriennale, in tutti i posti di dirigenza e presidenza dell’apparato amministrativo. E ciò nel chiaro intento di porre sulla galea del nuovo governo galeotti che di proposito remassero male, poco, contro.

In ogni amministrazione che si rispetti, il nuovo direttore si sceglie la propria équipe perché ha bisogno di collaboratori di fiducia con i quali trovarsi in un rapporto di affinità elettiva, e ciò esclusivamente per il buon funzionamento dell’apparato amministrativo. In Italia, invece, sembra che indichi presunzione, volontà dittatoriale, spirito fascista. E dàgli con questo attributo piuttosto inflazionato. Almeno qualche volta pronunciassero al suo posto “comunista”, che si è dimostrato ben più duro nel suo fallimentare totalitarismo.

La censura fascista era all’acqua di rose rispetto a quella comunista. Eppure i nostri compagnucci, con una faccia tosta da premio Nobel, continuano con la loro menzogna.

E avanti popolo. Lo sciopero non consiste più nella lotta tra dipendenti e padroni, cioè tra lavoratori e datori di lavoro, non è più una faccenda economica: è politica. Deve pensarci lo Stato qualora la merce prodotta non sia più competitiva, non sia più richiesta, non si venda più, e dunque il guadagno venga a mancare, e il datore di lavoro, cioè l’imprenditore, il padrone, rimasto senza soldi debba chiudere bottega. Lo Stato sociale, insomma, che in mancanza di lavoro dovrebbe mantenere tutti. Bellissimo. Ma la situazione richiederebbe almeno la costituzione di un fondo sociale, proporzionalmente a carico di tutti i cittadini, dal quale poter attingere in certi casi per poter fronteggiare almeno i primi periodi e dar modo ai malcapitati di trovare altre sistemazioni.

Possibilità diverse non ci sono, sempreché non si continui a credere nella manna dal cielo.

Noi scioperiamo dicevano i minatori al tempo di Marx. E lo facevano contro il padrone della miniera, per privarlo del guadagno durante la loro inoperosità, per costringerlo così a cedere in un gioco strettamente economico, d’interesse. Ed allora a me sembra anche giusto che non permettessero a nessuno di entrare in miniera per lavorare durante simile, dura battaglia.

Oggi invece, non scioperano, per esempio contro i padroni della Fiat. Sembra che loro non c’entrino affatto. Oggi scioperano contro il Governo, oggi pretendono che il Governo si sostituisca agli osannati manager dell’industria automobilistica, delle squadre di calcio, dei giornali, della Ferrari, e continui a fargli costruire automobili che non vuole nessuno, che nemmeno loro acquistano, preferendo macchine straniere meno costose e più buone.

Ma almeno i sindacalisti le capiscono queste cose o ci vivono sopra?

 

 

 

 

 La banda in blu  -  penna acquerellata

 

 

 

                                                                     per ritornare a Blog 26.04.08

Indietro