AGLI  SMEMORATI     "…quando canto il ricordo,non esser duro e sciogliti in lacrime con me." (F.Werfel) 

 

                       Foiba n.2 (particolare)   carboncino

Il tempo passa, ora come un rivolo sul suo largo greto, ora come un esondante torrente in piena, e noi non ci accorgiamo. Presi dalle nostre mille faccende più o meno elevate o meschine, non lo guardiamo neppure. In noi c'è come una rassegnazione a ciò che è stato e a ciò che sarà, qualcosa di inevitabile che non dipende da noi, di predestinato. E siamo pervasi dal conseguente senso di fatalità, che quasi, comodamente, ci rende irresponsabili delle nostre azioni. Ma il libero arbitrio? Non siamo noi che, secondo Platone, ci scegliamo il nostro demone? Pronti a parlare dell'altro, pronti a criticare l'altro per ciò che fa o che non fa o che dovrebbe fare, evitiamo le nostre faccende  accettandole così come sono anche se ci vengono imposte, pur di non compromettere la nostra tranquillità, il nostro non fare, non arrischiare, non soffrire; la nostra accidia, insomma.

La vita è memoria, la sequenza eterna di un continuo presente, di attimi vissuti sempre al presente. E la nostra storia è la nostra memoria, il nostro presente.

Troppo scomodo, troppo difficile e impegnativo discuterne, tirare le somme, e se fosse il caso cambiare i giudizi. Qualcuno raccomandava di non scoprire la tomba della memoria perché di sotto ce n'è un'altra e un'altra ancora e ancora. Ed invece è proprio perciò che bisogna tenerla viva, affinché un'altra, anzi l'altra memoria, non la seppellisca.

Bisogna tramandare ai figli la propria memoria per non aver vissuto invano. E vediamo se ci riesce a fare un po' d'ordine nel nostro passato, nella nostra memoria, fra quegli avvenimenti lontani che noi vecchi abbiamo vissuto, dei quali siamo stati protagonisti. Con questo intento riporto quanto segue dal mio libro Vent'anni no, una storia triestina: "… Situazione  magnifica per uno che voleva Trieste, Istria e Dalmazia italiane, sempre nei confini italiani. Chiunque da noi imbracciasse un'arma, lo poteva fare soltanto in favore di uno straniero. E non bastava, il peggio era che si sprofondava sempre di più nella guerra 

civile, nel fratricidio. E ciò soltanto per regalare queste terre ad uno straniero, quello che avrebbe vinto con una parte di noi. Io non volevo  farlo. Ci avevano buttati in un pozzo d'ignominia, di stupidità, di vigliaccheria, di disperazione. Io rimanevo fermo, poteva succedere la fine del mondo. Io incrociavo le braccia e dicevo  "no". Ci avevano divisi e obbligati a fare scelte assurde, vergognose. Potevo mettermi con i partigiani e aiutare gli slavi a infoibare italiani solo perché erano italiani. Potevo mettermi con i tedeschi e aiutarli a rastrellare italiani e farli martoriare in campi di concentramento. Potevo passare la linea del fronte a sud e mettermi con gli angloamericani per entrare vittoriosamente con loro nelle mie città, dopo che i bombardieri, proprio per farmi entrare vittoriosamente, le avevano pressoché rase al suolo. Magnifico! Ed ognuno ad esaltare la propria verità scoprendo i delitti dell'altro e nascondendo i propri…"

Nei ricordi, nelle commemorazioni della nostra Patria, ci è doveroso stabilire alcuni distinguo. A parte tutte le colonie, e la striscia di Briga e Tenda - sul confine con quella Francia che, per aiutarci nel 1768, si tenne la Corsica , e nel 1860 la regione Savoia e la città di Nizza - il territorio nazionale, a pagamento dell'ultima guerra perduta, fu mutilato soltanto della Venezia Giulia e della Dalmazia. Diciamo "soltanto", e si tratta di terre italianissime per il ritorno delle quali alla madre Italia si sacrificarono, nella prima guerra mondiale, seicentomila italiani. "…Ed oggi tutto ciò è dimenticato. I padri non lo hanno detto ai figli, e la storia, si sa, è fatta come è fatta. E la folla immensa di morti contro l'Austria, per la riconquista di quelle terre, per la loro redenzione, come si usava dire, continua a guardarci attonita e indignata mentre noi guardiamo altrove, o per ignoranza o per menefreghismo, o per vigliaccheria; e facciamo le nostre forbite dichiarazioni contro Israele a favore dei Palestinesi. Il mio padrone le ascolta ogni giorno per televisione o per radio. Esaltano quel principio sacrosanto che nessun uomo al mondo può impossessarsi della terra di un altro. Da non credere. Così, per quanto ci riguarda direttamente, rimaniamo zitti, ed evitiamo di sentirci obbligati all'azione e ai sacrifici affinché detto principio venga applicato anche nei nostri riguardi…" (dal mio libro Io, piccolo cane).

Un ricordo troppo pesante, troppo impegnativo nei tempi che seguirono la seconda guerra mondiale. E nessuno ne parlò. Nessuno ne parla nemmeno oggi per non turbare gli strani, innaturali equilibri, voluti da chi vinse pur predicando pomposamente la libera determinazione dei popoli e la giustizia.

Ma non vi fu libera determinazione, non vi fu giustizia. La prospettata linea Wilson per il nuovo confine fu dimenticata, come poi addirittura la linea Morgan. E tutta la regione, già istriana, romana, veneta, cioè italiana, nella quale dall'epoca di Carlo Magno avevano cominciato  a infiltrarsi poveri contadini slavi, fu preda di guerra dei vincitori. Ed essi furono ben solerti ad eliminare e soffocare con ferocia ogni segno di italianità. Ed oggi, nei giorni che stiamo vivendo senza voler più ricordare certi terribili eventi, in quanto ci obbligherebbero perlomeno ad assumere determinati atteggiamenti, se un peschereccio italiano entra di qualche metro nelle acque territoriali slave, non esitano a sparargli. Dov'è la fratellanza, la pluriquesto e pluriquello? Dove sono i discorsi in  difesa  degli Istriani e Dalmati tanto  demagogicamente,  ripetutamente pronunciati, ad esempio,  in difesa dei palestinesi?  una certa memoria ha seppellito un'altra 

memoria. E se quest'altra memoria cerca di sollevarsi ed uscire dalla tomba per ottenere anch'essa la sua parte di lacrime, apriti cielo: sputi, sassate, insulti e chiacchiere, chiacchiere a non finire.

Dunque, quali sono gli avvenimenti che dobbiamo ordinare secondo i loro tempi e le loro motivazioni? Quale è la differenza tra la nostra storia giuliano-dalmata e quella della rimanente nostra patria italiana? La differenza essenziale consiste nel fatto che il 25 aprile non segnò per noi la fine del totalitarismo sanguinario, perché non bisogna dimenticare - almeno adesso di fronte all'evidenza della cronaca ormai divenuta storia - che totalitarismo sanguinario non fu soltanto il nazismo, lo fu pure il comunismo. E qui da noi il comunismo iugoslavo, lingua in bocca con quello italiano, si macchiò di crimini atroci. Il nostro martirio non finì il 25 aprile, questo va detto a chiare e gridate lettere: esso finì il 12 giugno. E solo per noi triestini, non per l'Istria e la Dalmazia , non per Pola e per Fiume e per tutte le italianissime cittadine della Venezia Giulia.

Qui, pur senza volerlo, finimmo con l'avere tre nemici: gli Angloamericani, gli Slavi e i Tedeschi.

Gli Angloamericani, che, quando l'Italia - affamata, mezza distrutta, e inaspettatamente abbandonata dai capi - depose le armi, continuarono a devastarla e la costrinsero a una pace dolorosa, essendo una nazione vinta, la quale, in mezzo alla battaglia, aveva girato le armi contro i propri alleati; loro che donarono agli Slavi pezzi di territorio italianissimo, appoggiati in ciò dal signor Togliatti appena rientrato dalla Russia, il quale predicava in favore dell'URSS, pur conoscendo il regime oppressivo colà vigente, e incitava i Triestini ad accogliere con entusiasmo gli occupatori iugoslavi. Ciò che fece tutto il comunismo italiano, come il sindaco comunista di Milano, il quale affermava (1947) che le foibe erano una creazione dei malevoli speculatori e agitatori politici; mentre qui si svolgevano, contro gli infoibatori, un paio di timidi processi; come i comunisti di Ancona che non permisero ai profughi istriani, gridandogli fascisti, di sbarcare su suolo italiano; come i comunisti di Bologna che gli impedirono di scendere dal treno urlandogli insulti.

Poi gli Slavi, che avevano cominciato, già dall'8 settembre '43, ad infoibare gli italiani,  (sistema primitivo di gente barbara, che svolgeva la sua opera sbrigativamente, senza il bisogno di organizzare camere a gas e forni) provocando così l'esodo di 350.000 persone; e che proseguirono la loro opera di deportazione e infoibamento anche durante i cupi, insanguinati quarantatré giorni di occupazione di Trieste.

Infine i Tedeschi, a fianco dei quali avevamo combattuto per tre anni, in Francia, in Iugoslavia, in Grecia, in Africa, in Russia, e che al nostro voltafaccia - per usare un eufemismo - erano diventati i nostri "nemici invasori".  Non è il caso qui, né vi è lo spazio per approfondire questi tragici argomenti, però una verità va ricordata: dal 25 luglio all'8 settembre '43, mentre i nostri nuovi capi predicavano che “si continuava la guerra a fianco della Germania mantenendo fede alla parola data, che la salvezza della Patria non poteva andare disgiunta dalla dignità e dall'onore”, facevano rientrare i confinati politici e si cominciava a sparare contro quelli che fino al giorno prima erano stati i nostri alleati.

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