IL CAVALLO DI TROIA                 marzo 2002

 

Ricordo quando lavoravo in Sicilia, a Palermo e a Catania. Erano gli anni cinquanta. Qualche volta a pranzo e qualche volta dopo cena usavo discorrere con persone del luogo, con le quali avevo intrapreso un buon rapporto di vicinato. Tra di esse c'era pure un giudice che aveva circa l'età di mio padre. E quando, osservando la scadente pulizia di certi rioni, dicevo loro che da me, a Trieste, di mattina passavano i carri con gli spazzoloni rotanti a pulire e lavare le strade, non mi credevano.

Bene, ora, a distanza di cinquant'anni, passando per le vie della nostra città, e del centro, non di certi rioni, ho finito col non crederci più nemmeno io. Che me la fossi sognata la pulizia di quegli anni? che per un eccesso d'amore mi fossi ridotto a non vedere la realtà vera? Comincio a dubitarne.

Ho percorso un po' tutto il centro in un giorno di festa. Sono i giorni migliori per starsene in città, perché c'è poca gente, ci sono poche macchine, ti senti di più a casa tua; puoi guardare le case, respirarne l'atmosfera, specie se soffia un po' di quel nostro rinfrescante borino, che porta via ogni impurità, ti scompiglia i capelli, ti fa respirare di gusto a pieni polmoni.

E di nuovo, come ormai mi succede da parecchio, ho dovuto constatare che la nostra è diventata purtroppo una città sporca, cosparsa di carte, di cicche, di macchie di orina, di bottini scoperti colmi di immondizie che il vento si porta in giro ammassandole negli angoli e lungo i bordi dei marciapiedi. Nella stessa piazza Grande, appena rimessa a nuovo, cicche e carte, cartine, e tante, troppe gomme americane schiacciate e annerite, a segnare un livello culturale davvero in declino. Montagne di carte e di lordume come avevo visto soltanto a Trapani in un periodo di scioperi, e nel rione della Kalsa a Palermo dove, se non stavi attento, ti prendevi addosso le immondizie che gettavano sul marciapiedi dalle porte dei bassi. Forse un caso, forse momenti. Ma non credo: io in Sicilia ci sono stato per due anni. Grande Terra, gente ospitale e arguta, ma la guerra ci era passata da poco.

Qui su, invece, mi vien fatto d'osservare le medesime cose dopo più di mezzo secolo che la guerra è finita. Invece di andare avanti andiamo indietro. Non c'è più amore per le cose comuni come non c'è più memoria delle proprie radici e c'è sempre maggiore la paura di affrontare la propria verità. Situazione un po' comune in tutta la nostra penisola di esimi professori litigiosi, di logorroici impenitenti cui piace tanto discutere, ma senza dover rinunciare sia pure a un solo capello della propria parrucca.

Io ho sangue italiano e austriaco, ma sono italiano perché sono nato in terra da sempre italiana, e non da qualche mese o qualche anno; la mia lingua è italiana, la mia cultura è italiana, la mia bandiera è italiana, e non mi sono mosso di un millimetro in tutte le mie stagioni, riportando la pelle a casa per miracolo.

Ora la gente si meraviglia ed imputa al nostro governo di destra, e specie al signor Berlusconi, il fatto di non essere ben stimati dagli europei, che sono poi tutti nostri fratelli, fratellastri, cugini, con più o meno cresta sul capo. E non vuole ammettere, o addirittura completamente lo ignora, il vero motivo di questa, almeno fino adesso, scarsa considerazione.

Perdonatemi, per essere ben chiaro e non farla troppo lunga mi cito da un mio libro: "All'otto settembre l'annuncio, per radio, dell'armistizio. Un annuncio ambiguo, non di salvezza ma di vergogna. La mattina seguente mi recai a casa dei miei genitori. Avevano ben capito che non si trattava della fine della guerra e delle sofferenze, ma dell'inizio di una guerra ancora peggiore  e di una sofferenza ancora più terribile 

perché s'infilava dentro, penetrava nell'animo di ognuno con il senso del disonore." (Vent'anni no - pag.178).

E' la nostra coda di paglia, che i terribili Tedeschi "bruciauomini" non hanno, forse guidati nella liberazione delle proprie rimozioni da Freud, che era ebreo, o più probabilmente per il loro carattere fermo di uomini di parola. La nostra coda di paglia che i Francesi, con il loro spirito di grandeur, arrampicandosi sulle gonne dell'Inghilterra sono riusciti ad evitare nonostante Pétain;  e che i Russi  addirittura  ignorano che cosa sia, convinti, come gli Ebrei, di essere un popolo eletto, non si sa bene se da Dio o da qualcun altro; Marx , in fondo, era ebreo pure lui.

Come tutto si mischia, si confonde. Come tutto modifica la vita, i comportamenti, le coscienze, le verità. E tutto trapela e si verifica nelle cose, negli eventi più umili e in apparenza insignificanti. La poca pulizia, l'inosservanza delle più elementari regole del vivere civile, la follia sulle autostrade, l'abbandono degli animali, la povertà che pare sparsa per le vie come le immondizie, l'abitudine alle morti dei sabato sera, la micro e macro criminalità, le rapine, i sequestri, gli stupri, la pederastia. Gente disperatamente povera che si inserisce tra gente benestante e ricca, che parla altre lingue, che ha altra religione, altre usanze; e tutti finiscono col parlare molto di diritti, di assistenza, di assicurazioni, di prospettive per un futuro migliore di benessere e di fratellanza; ma in effetti semplicemente dividendosi tra sfruttatori e sfruttati. E ne nasce la confusione che stiamo vivendo, e tutto si riduce nella solita violenza che ognuno  poi esercita come può, con i mezzi di cui dispone, sia il ricco sia il povero, sia con le chiacchiere e le promesse, sia con il coltello o la pistola..

Credo, dopo tante parole, di essere arrivato al punto: le migrazioni, questo fenomeno che ha l'età dell'uomo, che si è sempre manifestato per la ricerca di terre migliori da abitare, da coltivare, da adibire a pascoli; e che finiva sempre con battaglie, uccisioni, montagne di cadaveri, il prevalere dei più forti e più feroci. Questo fenomeno che continua, che non cesserà mai, ma le cui motivazioni si sono lievemente modificate. L'uomo, infatti, non cerca più la terra migliore da coltivare, il pascolo migliore, a parte qualche pozzo di petrolio o qualche miniera di diamanti, ora l'uomo cerca il popolo migliore, quello che con sacrifici e intelligenza ha saputo meglio organizzarsi, creandosi intorno un ambiente e una situazione di benessere sia pure su terra povera, priva di qualsiasi naturale ricchezza. Ora tutti vogliono tutto e subito, e ciò che non hanno trovato in mezzo al loro popolo, sulla loro terra sia pure ricca, ciò che non hanno saputo creare, costruire a casa loro, pretendono di trovarla fra gli altri, sulla terra degli altri, a casa degli altri, semplicemente spingendosi, infiltrandosi e nascondendosi fra di loro. Forse erano da preferire le battaglie feroci all'attuale subdola, piangente penetrazione nelle case altrui, e sempre, anche se non a livello di coscienza, con la riserva paziente di carpirne la ricchezza e quindi modificarne la cultura.

Questa tendenza, questa aspirazione del subconscio di chi immigra nelle nostre terre, comincia già a palesarsi. In Occidente vi sono ormai molti milioni di orientali che vi hanno trovato ciò che a casa loro non riuscivano a trovare. Ma i loro ideali, la loro natura, le loro abitudini, le loro religioni, approfittando del nostro senso di ospitalità e del rispetto che nutriamo verso la libertà altrui, cominciano a volersi imporre sconvolgendo la nostra vita.

E per quanto riguarda noi italiani, dovremmo addirittura

accogliere quel miliardo di cinesi che non godono in casa propria dei diritti di cui godiamo noi in casa nostra. Sta scritto nella nostra Costituzione, alla quale, tra l'altro, codesti signori non mancano di richiamarsi. Com'è facile parlare e scrivere!

Pensare ad uno che entra in casa mia, che viene ospitato, aiutato, e che piano piano cerca di sostituire al mio modo di vivere il suo, alla mia lingua la sua, e ad impormi determinati ritmi di vita e abitudini in ossequio alla sua religione, alla sua cultura, è qualcosa che non posso assolutamente accettare, che nessuno nelle piene facoltà d'intendere e di volere può accettare.

Non esistono ma, se e forse. Non esistono psicologi e sociologi che lo possano accettare né giustificare.

Allora si formano i ghetti, le zone delle varie etnie e religioni ove ogni gruppo, ogni minoranza può, volendolo, continuare con i propri riti, le proprie usanze, la propria lingua, sapendo che una volta rientrata nel grande complesso, in cui ha potuto iniziare la propria rinascita come ospite, deve rinunciare a quella parte di sé che ha nel cuore e sacrificare a chi lo ha beneficiato. E' quanto gli Ebrei sanno fare egregiamente, prestando la loro opera, a volte di alta qualità, nelle società in cui vivono, rispettando le libertà, i diritti, le lingue altrui, senza pretendere d'imporsi, attenti soltanto a salvaguardare la propria identità.

Sono quasi fantasie per chi inizia il ciclo, è comprensibile; ma soltanto agendo così, e con fermezza, senza sotterfugi e remore, in un paio di generazioni si potrebbe ottenere la vera fratellanza, anziché la lotta e il sangue. Credo che questi fenomeni siano sotto gli occhi di tutti in ogni parte del mondo. Altrimenti continueremmo a buttare il nostro breve tempo e le nostre limitate energie rotolandoci all'infinito in un mare di parole.

Sarebbe nell'interesse di tutta l'umanità, invero, ricordare che la torre di Babele ha significato soltanto la dispersione della gente, la sua frantumazione e confusione in infinite lingue diverse, affondandola in infinite incomprensioni, liti e lutti. Eppure non manca il solito trombone, ci sono tanti tromboni, che predica la differenziazione, la disunione, il caos, i diritti di questo e i diritti di quello, senza alcun dovere.

Una delle evidenti conseguenze di questo modo di agire, dettato esclusivamente da interessi mercantili, e quindi politici, accompagnati da effimeri ideali di fratellanza ed uguaglianza, è la situazione odierna. Oggi, il ricco, democratico, benevolo Occidente si trova a combattere in casa propria contro gente che ha accolto nel suo seno, che ha sfruttato ma anche sfamato, istruito, reso libera; e che, rimasta quella ch'era, sensibile al grido del sangue, e fedele, nonostante tutto, a chi la ha con crudeltà costretta ad emigrare, subdolamente lo colpisce.

L'Occidente, e , bisogna ammetterlo, con una certa protervia, ha costruito per loro il cavallo di Troia, bello e grande e comodo. Ed ora ha cosa grattarsi.

Quassù, ad esempio, nel nostro estremo Est, abbiamo talmente subito simile fenomeno che non ci facciamo più caso. E le generazioni che si susseguono finiscono col non saperne più niente, col non conoscere più le proprie radici. La memoria è falsata, distrutta.

In merito avevo avuto occasione di dire un giorno, ad una riunione di politici, che faccio tanto di capello ai Serbi perché non hanno dimenticato il sangue sparso dalla loro gente ben cinquecento anni fa, mentre - avevo sempre detto in quella riunione - nelle commemorazioni annuali che vengono fatte a Redipuglia nessuno mai ha pronunciato una sola parola, una mezza parola sul sangue inutilmente versato dai nostri seicentomila caduti per la liberazione delle nostre terre regalate agli Slavi. E i tempi non sono così remoti.

Sembra davvero che la storia non sia maestra di niente.

 

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