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Dalla Villa Stavropulos, che ha sede in strada della Costiera 35, fino alla Risiera di San Sabba, si attraversa tutta la città. Un viaggio, dunque. Una trentina di musei di Storia, Arte, Scienze naturali e Zoologia, Mare, Ferrovie, Poste e Cultura varia. Un viaggio interessantissimo, un percorso che sarebbe bene disegnare a colori vivaci su una grande lastra di ceramica, posta al bivio per Grignano, con indicati pure i luoghi di maggiore attrazione turistica lo, questa volta, mi sono recato alla Risiera di San Sabba, dopo anni che non ci andavo, e ciò in quanto mi è stata ventilata l'idea di scolpire per questo museo un bassorilievo. La giornata è piovosa, una mattina in cui il freddo umido mi fa tenere bene chiuso l'impermeabile, e il cappello calcato sulla fronte. Di quelle giornate quando il vento di tramontana lascia spazio alla bora nera che scende dalle colline del Carso con minacciose nubi plumbee, veloci, sfilacciate. Non ho l'ombrello e la pioggia per qualche minuto precipita improvvisa, violenta e pesante, perciò corro sotto il portico dov'è la cella della morte e la lunga fuga di altre cupe, anguste celle di tortura. Attendo che spiova. E' un attimo, un nulla nell'eterno. Eppure in esso rivivo tutte le emozioni della mia personale vicenda, quando, giunto a Mühldorf in un carro bestiame piombato, fui anch'io rinchiuso in un piccolissimo antro umido e freddo, assieme ad un altro triestino. Le immagini di quelle celle e il vento stesso, la pioggia, mi fanno volare indietro nel tempo, e mi ritrovo giovane, provando la medesima sensazione di allora, quella di essere chiuso in me stesso, come un riccio, per proteggermi e non lasciarmi distruggere da chi per le strane vicende della storia era diventato il mio nemico, il mio oppressore. Oh, come ricordo qui, in quest'atmosfera, la volontà ch'era sorta in me, prepotente, di non lasciarmi strappare, rubare l'anima, con la coscienza che i miei carnefici avrebbero potuto soltanto ferire, martoriare, uccidere il mio corpo, perché io non avrei mollato. Dovevo soltanto mantenere salda la mia identità, resistere, sopravvivere. Sì, qui in Risiera, 56 anni dopo, tra mura in parte ricostruite e adattate a monumento, mi rivedo lacero e affamato, nei 30° sotto zero di quell'inverno del '44, le gambe fasciate con i pezzi di carta dei sacchi di cemento, e gli zoccoli di legno e tela, mentre afferro al volo o raccolgo dalla neve il pezzo di pane violaceo che un prigioniero più fortunato, passandomi accanto senza poter rivolgermi la parola, caritatevolmente mi aveva gettato. Sì, qui, adesso, di fronte a queste celle tetre, tombali, mi chiedo come avrei reagito se vi fossi stato tenuto nell'inerzia, nell'attesa della fine, costretto ad abituarmi all'idea della morte; immobile, ridotto ad un essere vegetale, pressato tra gli altri come me, ammutoliti dallo stesso destino, in uno stato di sempre maggiore abbandono, quasi in un "cupio dissolvi" non di fede e speranza, ma di disperazione. Ora capisco. Forse ciò che mi aiutò a salvarmi fu proprio il
lavoro massacrante al quale ero obbligato, che mi teneva sempre all'erta, che mi
faceva terribilmente soffrire, con i polpastrelli insanguinati perché la pelle
era stata corrosa dalla polvere di cemento, ed io dovevo, sotto i colpi dei
guardiani, per ore interminabili, sollevare e caricare sacchi di Del campo di Mühldorf, sede della Strafkolonne in cui mi trovavo, non è rimasto niente, perché i tedeschi, data l'avanzata improvvisa delle truppe |
americane, mentre non avevano avuto il tempo di distruggere Dachau, ne avevano avuto per il dipendente campo di Mühldorf, sito alcuni chilometri più ad est, dove gli americani arrivarono un paio di giorni dopo. Ed è un po' ciò che è avvenuto qui, in Risiera, dove ora mi trovo muto e angosciato dai ricordi che rigurgitano, dove hanno potuto cancellare ogni traccia del forno crematorio. Non so se chi non ha provato il martirio di certa prigionia possa capirne le sofferenze, perché qui si ritrova nel mezzo di un Sacrario, di un monumento che, senza una adeguata preparazione e conoscenza storica, ed anche una buona capacità di sentimento, rimane una fredda curiosità, riducendosi quasi ad un’occasione di turismo, a qualcosa di estraneo, di retorico, com'è in fondo la sorte di tanti avvenimenti umani. lo, con le testimonianze dei superstiti di questo luogo di pena, e di chi in precedenza ci aveva svolto il normale lavoro per la pilatura del riso, avrei ricostruito il forno, il camino, le pietre, il cortile, i muri, tutto esattamente com'era in origine; e ci avrei diffuso, in quel cortile povero e squallido, un sottofondo musicale durante l'orario di visita - il Requiem di Cherubini, per esempio - in sordina, ma presente, perché non c'è nulla come la musica, certa musica, che rapisca l'animo e lo elevi e lo trasporti in uno spazio senza confini, in un tempo senza passato ne futuro. Ah, quanti possono essere i motivi del manifestarsi dell'atrocità dell'uomo. E non esiste ragione al mondo per creare graduatorie spaventosamente assurde, per giustificare, per distinguere i delitti buoni dai delitti cattivi, per stabilire una gerarchia che continui a salvare il vincitore e a reprimere il vinto. I delitti sono soltanto delitti. In essi c'è tutta la mostruosità dell'istinto umano. E chi vuol metterci accanto un qualsiasi attributo ergendosi a giudice, denuncia solamente la sua innata predisposizione a ripeterli. I musei di questo tipo dovrebbero essere creati per infondere nell'animo del visitatore esclusivamente l'emozione, il sentimento di paura, di dolore, di orgoglio, di ribellione che costituiva l'atmosfera, l'aria, l'ossigeno che respiravano coloro che vi erano passati in tempi sia pure lontanissimi. Non c'è terra che non abbia il suo sangue, che non palpiti dei suoi ricordi, è vero. Ma quassù, nel nostro estremo Est, sulla porta dell'Oriente, il sangue è scorso a fiumi e la morte ha profuso il dolore e l'odio. Bisogna, quindi, benché guidati da uno spirito di pace e di comprensione, non dimenticare. Perciò tra i musei e i monumenti, ovunque citati, si devono
includere le Foibe, quelle, intendo, che sono state riempite di gente, prima
uccisa o ancor viva. Si deve farlo, per un risveglio della coscienza di tutti,
specie di chi ci passa accanto senza accorgersene e senza saperne niente ne
interessarsene. Si deve, almeno a fianco della Foiba di Basovizza, creare una
struttura architettonica in cui raccogliere e conservare i cimeli e i documenti
relativi a quei terribili eventi, affinché i morti siano onorati, la memoria
non venga cancellata e le generazioni future ne abbiano insegnamento. |