PER SCHERZO, MA SUL SERIO  settembre 2001

 

Amici, non so di quale idea voi siate, né quali siano i vostri veri, reconditi sentimenti;  però mi dispiace che, non ascoltando il "memento suffragium ferre", non siate andati tutti a votare anche se in certe circostanze, nell’attimo in cui si esercita la propria facoltà di scelta, si debba abbandonare la via del cuore per scegliere, senza vacillare, quella della ragione. La maturità dell’elettore, infatti, si rapporta proprio a questa decisione, a questa volontà.

E via! La corsa dei candidati alla vittoria, alla conquista del potere per rimanere o diventare patrizi, garantendosi enormi privilegi sui plebei, solamente parlando, esaltando questa o quella ideologia, e promettendo tutto in quanto non obbligati - per uno strano dettato costituzionale - a mantenere nulla.

Per la folla le verità affiorano e s’impongono, spesso deludenti, soltanto dopo, quando, scioltasi la forma, rimane la sostanza. Eppure l’uomo d’oggi, sebbene abbia finito col conoscerle certe verità, continua sempre a rimanere affascinato dalla forma, dal suono gradevole, dal bell’aspetto, dal variare sapiente dei toni, dalla facilità di espressione, rendendo così importante non ciò che viene detto ma come è detto.

Quanti malintesi, amici!

E se poi si considera che alla base di ogni discorso politico c’è un’ideologia, e che nulla come l’ideologia rende ognuno cieco e sordo alle ragioni degli altri, si deve davvero ammettere, imparare, tenere ben presente che chi finisce per spostare la bilancia è l’indeciso, la piccola folla degli indecisi, chiamati così quasi con sprezzo, perché non sono schierati. Mentre sono i migliori, quelli che non si sono lasciati incantare, quelli che non credono alle ideologie; gli uomini liberi che sanno ragionare e giudicare con la propria testa, indifferente il loro grado di cultura, perché ciò che importa è la loro maturità, la loro esperienza, quella somma di dolori e di gioie che proprio la vita sociale offre ed accumula nell’animo di ognuno.

Ed è là che ogni uomo intelligente, che ha saputo mantenersi libero nonostante le infinite lusinghe degli ideologi, trova la grande energia per vibrare il suo fendente. Peccato trascurare di farlo.

Il bene e il male, il buono e il cattivo, il bello e il brutto. Sono tutte balle, perché, inquadrate pedantemente in una visione astratta, possono presentarsi in modi diversi finendo con l’assumere diversi valori, a volte addirittura antitetici.

Giustamente Sartre diceva che le ideologie rappresentano e sono la libertà mentre si elaborano, si creano, si enunciano; ma una volta attuate si scoprono come oppressione, perché davvero diventano e si manifestano oppressive.Financo nell’arte esercitano la loro oppressione, che è violenza, imponendo soggetti e stili, e perciò favorendo artisti politicamente schierati. Sebbene, per fortuna, o perché così dev’essere, perché è nel gioco misterioso dell’universo, ci siano stati sempre alcuni uomini liberi che, pur subendo critiche e amare condanne, hanno espresso egualmente il loro pensiero, hanno rappresentato la loro verità, più vitali che mai anche se messi in croce o sul rogo.

     Ma ritorniamo all’oggetto precipuo di questo foglio, all’arte, che è forse la più bella, più completa espressione di libertà, augurandoci, più vitali che mai, anche se messi in croce o sul rogo. come già avemmo a scrivere, che le cose qui da noi cambino almeno un pochino, e che i patrizi che la amministrano, sia in campo letterario sia in quello dell’arte figurativa, non siano più ideologicamente omologati.

Abbiamo udito delle affermazioni fatte da uomini di cultura che, se fossimo meno esperti e solo un po’ impressionabili, ci farebbero spavento. Giudicano scadente e immorale la cultura di un’altra ideo-logia, roba da buttare; così dimostrando, inoltre, che proprio coloro i quali ideologicamente pretendono di capire e di giustificare tutto e tutti sono quelli che, in effetti, non possono, non sanno accettare il diverso. Non il diverso di moda, come l’omosessuale, il colorito, il mussulmano, il povero assassino eccetera, ma il diverso nella concezione politica.

Sì, nella nostra società, è davvero difficile trattare qualsiasi argomento senza implicazioni politiche. Da quasi un paio di secoli esiste e persiste la lotta tra destra e sinistra, con l’attributo di storiche. E in questi ultimi cinquant’anni in cui la sinistra ha volutamente confuso e dipinto la destra di fascismo per demonizzarla, la cultura, la storia hanno finito con l’assumere un carattere, un aspetto non veritieri. Ma sorvoliamo senza fare considerazioni su chi a forza di dire e ripetere un pensiero si convince che sia valido e vero, e ritorniamo appunto alle nostre cose, nel nostro ambito, ricordando ciò che già avemmo occasione di denunciare in merito alla sala adibita, sino dagli anni 30, a Galleria Comunale d’Arte per le mostre degli artisti locali, e rivolgiamo formale richiesta alle neoelette Autorità di provvedere in merito ripristinando pure lo spazio espositivo originale, perché è irrispettoso, nei riguardi di chi all’arte si dedica, con passione e spesso con sacrificio, che a  questa unzione sia stato adattato il mezzo corridoio sul retro del palazzo municipale, senza adibirvi un custode e senza quel po’ di arredo necessario affinché, ciò che si vuole sia una galleria d’arte, abbia il suo dovuto aspetto decoroso

Cerchiamo di ricordare e far conoscere, con mostre al nostro Museo, gli artisti locali, che non mancano, come Flumiani, Parin, Asco e via dicendo; e restaurare,  per esempio, il tavolo Boulle del barone, che giace purtroppo spaccato in due; invece di insistere con mostre che ci piovono dall’America o dagli Stati dell’Est in una sequenza di pop, graffiti e odissee.

A proposito, ho visitato l’ultima rassegna al Revoltella, curata dal critico Bonito Oliva, e, come mia consuetudine, lontano dalle false modestie in cui si relegano coloro che temono di disturbare i patrizi di turno, mi sento di dire solamente: troppo spazio ed elettricità, affitto, pulizia, stipendi sprecati.

Oltre a me avevo notato una sola coppietta di visitatori, che se n’è andata quasi subito, con un’espressione incredula, imbarazzata. Per curiosità culturale ho voluto guardare  (disperatamente, si fa per dire, solo) le opere d’arte "video" proiettate sugli schermi in cinque salette, con un sottofondo sonoro di risate, sospiri, gorgoglii d’acqua. Potrei dire che mi è parso interessante solamente quello di William Kentridge per il tratto dei disegni animati in una specie di anonimato universale, e non per il significato, denuncia davvero retorica  di un mondo di orrendi sfruttatori contrapposti a folle misere di sfruttati, morenti sotto cataste di giornali svolazzanti, in una visione grottescamente 

marxista. Gli altri  "video"… Mah! molto più artistici certi spot pubblicitari, che purtroppo, ci propinano ossessivamente alla tivù.

Già, a proposito pure di chiacchiere e ideologie e tivù, i patrizi di turno hanno messo le reti pubbliche sullo stesso piano di quelle private che a suo tempo, con bellissime dichiarazioni di principio avevano condannato per le inammissibili interruzioni dei programmi in onda, e per di più aumentandoci notevolmente il canone. Cos’è la forma e cos'è la sostanza!

Henry Moore affermava che la religione dell’artista è sempli- cemente il suo credere profondo nell’arte. L’arte che diventa religione, piena di misteri, di motivazioni imperscrutabili, di invenzioni forse cor-rispondenti alla realtà universale. Ma il bello? ciò che piace, che cer-chiamo nella natura, ovunque? non ha più importanza? Ci spogliamo del nostro senso estetico e cerchiamo a tutti i costi di scavare un signi-ficato in un pezzo informe di ceramica bianca? o in un orribile mezzobusto rivolto verso un primitivo apparecchio televisivo, posti sul pavimento, come in attesa di essere portati in cantina?

Ho visto pure dei laminated cibachromes, foto tecnicamente perfette ma ripetitive; e in una saletta, riservata a Mario Dellavedova, un tappeto rosso steso sul pavimento, ma definito arazzo,  nel quale è  tessuta la scritta bianca (in inglese):"vago attraverso i giorni come una puttana in un mondo senza marciapiedi". E, nelle grandi sale, alcune tele che mi offrivano l’impressione di volersi imporre con la loro dimensione eccessiva. Nulla insomma che mi abbia dato quella profonda emozione, così come diceva Croce: ciò che piace e si cerca nell’arte, ciò che ci fa balzare il cuore e ci rapisce… Anzi sì, c’è un lavoro che mi ha fatto vibrare l’anima e rimanere in ammirazione: "bassa marea in Normandia" di Gianmarco Montesano. E’ un figurativo che attraverso una serie di soli grigi e bianco fa respirare la pace del mare e quel suo senso dell’infinito.

Quindi, giunta l’ora di chiusura, uscii e mi avviai verso casa passando per via Torino e piazza Hortis dopo una sosta in piazza Venezia. E mentre riesaminavo nella mente ciò che avevo appena visto, mi venne fatto di pensare che sarebbe bello in questa zona far nascere l’angolo della pittura, la Trieste artistica, il punto d’incontro dei pittori, dei poeti, degli scultori, il loro ritrovo usuale e propagandato per il turismo, con cavalletti,  tele,  colori,  panchine. Liberato dalla  stazione  del bus e dei taxi, sulla soglia di musei e biblioteche. Una zona esclusivamente pedonale,  già  fornita  di  ristoranti,  bar  e  negozi  vari, come a  Parigi, a Budapest e tante altre città di cultura.

Sì, piuttosto di pensare alla globalizzazione, tribalizzazione, multimedialità, nomadismo e odissee varie di Bonito Oliva me ne ritornai a casa sognando questa mia idea, questo angolo romantico di Trieste

 

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Nota - Un ricordo, di cui parlo pure nel romanzo "Vent'anni no - una storia triestina": quand'ero ragazzo spesso mi precipitavo di corsa giù per la scaletta degli Armeni, e mi recavo, con la cartella sottobraccio, in Biblioteca civica, proprio in quell'angolo romantico di cui scrivo nell'articolo. Abitavo sul colle di S.Vito, ov'ero nato, e soltanto in Biblioteca civica trovavo i libri di anatomia artistica che mi appassionavano.

 

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