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R I F L
E S S I O N I: IL GIOCO
DELLE PARTI.
gennaio 2001 |
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Ho ripreso le passeggiate in Carso. Una mia passione, però di alcuni anni fa, sessanta per l'esattezza, quando mi piaceva arrampicarmi sulla roccia. E mi pare ieri. In fondo, sessant'anni sono nulla, un soffio, specie se si riesce ad accettare la vita senza piangersi addosso, senza fermarsi, senza concedere al tempo il tempo di far soggiacere lo spirito al decadimento del corpo, e quindi senza temere la morte. Un discorso davvero consono ad un giornale che tratta di antiquariato, dei suoi aspetti infiniti, dalle porcellane ai mobili, alle penne, alle monete, ai cristalli, alle posate, ai dipinti e alle sculture, oggetti da collezione e da uso comune ma per palati fini in grado di apprezzarli. Non ricordo, per restare in tema, chi scrisse che l'antichità si distingue dalla modernità in quanto moderno è il momento in cui ogni puttana può dire (e senza pagare tasse) "io lavoro", mentre ogni lavoratore (e pagandole le tasse) può dire "io sono una puttana". Ed a proposito di modernità, dato che i pensieri vengono così, uno attaccato all'altro come i grani di un rosario, ricordo Albert Camus che definì l'uomo moderno semplicemente uno che fornica e legge i giornali. Definizione che non condivido per quanto riguarda la lettura dei giornali, almeno stando alle statistiche; mentre condivido in pieno per quanto riguarda la fornicazione, un campo nel quale non è cambiato nulla, perché, come il mondo è paese, così il tempo è un presente eterno. E' stato mentre passeggiavo che mi è successo di percorrere un tratto lungo la rete di recinzione dell'autostrada che, a nord-ovest di Opicina, porta a Fernetti, costruita sopra un alto terrapieno, sul dorso del quale sono state poste delle grondaie, costituite da elementi prefabbricati di cemento per il deflusso delle acque nei canali laterali, pure essi ben rifiniti per convogliare le medesime in apposite, capaci cisterne. Ma, sorpresa, tutto già coperto da terra ed erbacce, e le vasche riempite di pietrame e perciò inutilizzabili. Un lavoro parecchio costoso eseguito forse per niente? Io non lo so, e, chiudendo la parentesi, non è che mi abbia fatto perdere il desiderio di dipingere quei luoghi, perché il paesaggio rimane bello egualmente e suggestivo, specie dove non ci sono roulotte e container invece di qualche graziosa casetta rustica che non consentono di fabbricare. Non è che abbia perduto il desiderio di dipingerlo, perché ha sempre un suo fascino in tutte le stagioni, come le belle donne e le cose antiche. Il problema, però, a Trieste, è quello di esporre i dipinti. Non è facile. Non esiste una bella e grande galleria in centro città, dove poter organizzare mostre importanti. Parlodel privato, s'intende, perché nel pubblico non mancano la politica e gl'interessi che non sono - non possono essere - economici oltre che culturali. E siccome la "cultura " è sempre relativa,
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perché viene interpretata, distorta, girata e rigirata, mentre soltanto la resa economica è un elemento certo e inconfutabile, a chi non è ammanigliato, non resta che tirare il sipario. E poi c'è la mentalità del naso in aria, ovvero della puzza sotto il naso, specie dei personaggi senza alcuna dote particolare se non quella di avere una piccola posizione di potere, perché possono scrivere due righe qua o là, perché fanno parte di un sindacato, di una associazione, e tanti altri piccoli perché. Personaggi troppo occupati per poter rispondere ad un invito e troppo immersi nei loro pensieri per poter a volte rispondere ad un saluto. Qui ci vorrebbe la fatidica parola tanto in uso tra i giovani d'oggi, ma noi che amiamo l'antiquariato la evitiamo. E nell'editoria esistono le medesime difficoltà, si verifica il medesimo fenomeno. Qui da noi non è facile nemmeno pubblicare un libro con la certezza che venga distribuito. E perché? Perché ognuno vuol fare per proprio conto, come in tutti i campi, è geloso e diffidente. C'è, insomma, il gusto, ovvero la tradizione della piccola azienda, del tutto piccolo, frazionato e perciò, fuori mura diciamo, non competitivo. Tanti piccoli che non riescono a distribuire i libri fuori provincia o addirittura fuori città, che non possiedono la forza economica per promuovere una pubblicazione, che non sono forti abbastanza per rischiare le spese di stampa e soprattutto di pubblicità; e se qualcuno ci prova dà soltanto fastidio e viene semmai ostacolato. Tutto deve rimanere tra le mura domestiche in attesa di una mano che arrivi dall'esterno. E allora, soltanto dopo l'intervento di quella mano, ponti d'oro, riconoscimenti, salamelecchi E' una caratteristica di Trieste, dove pare sia avvenuto sempre così. Infatti, nel lontano passato, non vi è stata praticata la navigazione perché, sebbene redditizia, era pericolosa e costosa, e si accontentarono delle saline e dell'agricoltura, e tutto piccolo, frazionato in piccoli oliveti, piccoli vigneti, piccole saline, sempre in competizione. E nessuna industria. In definitiva, nelle dovute proporzioni, ciò che dimostrò l'Italia nei confronti di Cristoforo Colombo: paura dell'avventura, del rischio. La sua caratteristica, che si dice, il retaggio! E se si pensa che da 7.000 abitanti arrivò con l'immigrazione a 250.000, mantenendo sempre la sua fisionomia, il suo carattere di fondo, bisogna dare ragione a J.W.Goethe quando affermava che l'uomo è ciò che è innato ma anche ciò che è acquisito; e a A.Carrel, il quale diceva che le caratteristiche organiche e mentali ereditate possono essere modificate dal modo di vivere, dal clima e dalla disciplina fisiologica e morale; e pure a W.Reich, secondo cui è l'ambiente a influire sullo sviluppo di certe predisposizioni. Credo sia proprio ciò che si è verificato nei nostri lidi, ove, tra l'altro, nessuno doveva eccellere; e intanto Venezia, sorta mille e passa anni dopo Trieste, diventava una potenza. |
A Trieste c'era il grave problema di scavare il fondale del porto, e se non ci fosse arrivata l'Austria sarebbe ancora allo stato di cinquecento anni fa. Ma Venezia allora? non dovette risolvere problemi ben maggiori? non sorse sulle isole dove legenti si rifugiarono per paura di Attila? Quando ci fu un triestino che avrebbe potuto, al momento delle signorie, dare un po' di slancio al paese ch'era Trieste, dominato dalle tredici casade, Venezia sequestrò le sue navi e, per di più, il Consiglio dei Triestini elesse podestà il veneziano Zeno, e condannò quel tale, il proprietario delle due imbarcazioni, che si chiamava Marco Ranfo, alla decapitazione insieme ai suoi figli, e le donne della famiglia a venire bruciate, e la sua casa in Cavana ad essere rasa al suolo; mentre ai suoi seguaci che si pentivano e lo denunciavano promise la libertà. Vi sono molti punti oscuri nella storia di Trieste, non documentati, perciò è meglio limitarsi ai tre ultimi secoli e constatare che, nonostante la numerosa immigrazione di genti varie dal Friuli, dal Veneto, dalla Puglia, dalla Campania, dalla Toscana, dalla Grecia, dalla Slovenia, dall'Austria, e di Ebrei (Zudii) – che l’imperatore obbligava a portare sul mantello una O gialla, così come succedeva a Venezia - il modo dl pensare e di vivere i rapporti sociali non è mutato, il gioco delle parti prosegue pervicace, indifferente, di fronte, di dietro, di sotto, di sopra a qualsiasi evento.
Frammento matita
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