IL SIGNIFICATO DELLE PAROLE        Omologia, omogeneità,dittatura, totalitarismo, persecuzione, violenza, sterminio.                                                                                  luglio2000            

C'era una volta un re cattivo che pretendeva dai suoi sudditi la più assoluta obbedienza. Anzi, c'erano due re cattivi ( questo per comodità di racconto, perché di re cattivi in effetti ce n'erano e ce ne sono sempre tanti), ed avevano le medesime pretese, e dominavano su due vasti territori confinanti, imponendo in un modo o nell'altro, anche con la violenza e la persecuzione, come la storia insegna, il loro volere.

Vigeva dunque la dittatura, il totalitarismo, le cui uniche differenze, tra un territorio e l'altro, consistevano nelle loro diverse ricchezze e nel loro più o meno accentuato appetito.

Nell'immaginario collettivo risultavano come due semplici corpi geometrici la cui omologia era chiara e naturale. Ai rispettivi sudditi non rimaneva che obbedire, adattarsi; e lo facevano al fine di poter vivere al meglio la loro esistenza insieme con le proprie famiglie nei luoghi ove erano nati. E si tramandavano di generazione in generazione, come fosse qualcosa di predeterminato, di fatale, il sentimento della loro condizione umana, magari confortandosi con la speranza che gli ultimi sarebbero stati poi, davvero, i primi.

Un bel giorno, però, anzi brutto, i re cominciarono a guardarsi storto, spinti dalle loro personali brame e gelosie, e finirono col dichiararsi guerra. Niente che non fosse già stato fatto in tutte le parti del mondo e in tutti i tempi. Uno buttò una pietra oltre il confine, l'altro una lancia e, in breve, per l'istintivo bisogno di difendere i propri cari e i propri averi, sia pure modestissimi, i sudditi si trovarono tutti a scagliare pietre e lance, a uccidere e a morire. E tutto avveniva per quello spirito di conservazione, di autodifesa, che esiste in ogni uomo, che ne è l'essenza e che naturalmente lo porta a

nei nuovi sudditi le loro verità, semplicemente mascherando l'arroganza del loro potere con mezzi diversi, subdoli. Fatto si è che il totalitarismo vincente, mai sazio di conquiste e di rivendicazioni, fu definito liberatore e fece dimenticare l'arcipelago Gulag, dove si effettuava lo sterminio di classe molto prima che il totalitarismo perdente iniziasse, nella sua Auschwitz, lo sterminio di razza.

Ora, perlomeno coloro che di sterminio non si sono mai interessati, che lo hanno sempre aborrito, non potrebbero avere l'onestà, il coraggio, il buon senso di ammettere che non solo il secondo ma anche il primo, che tutti e due sono stati eventi spaventosi, tragedie immense, vergogna dell'Umanità?

In vero c'è stato un discendente illuminato, nella schiera dei perdenti, che ha proposto di porre fine a tali assurde distinzioni, unendo in un unico ricordo e quindi considerando vittime, martiri, tutti gli uccisi sia dai vinti che dai vincitori. Questa è la parte della favola che mi piace di più, anzi è 1'unica parte che davvero mi piace.

Però, di persone illuminate non è che ce ne siano tante. Infatti fu subito precisato che non era possibile un atto simile, perché l'omologazione dei valori di coloro che erano stati assassinati dai vincitori era impensabile, inammissibile. E fu inoltre dichiarato che si sarebbe potuto ammettere soltanto la riconciliazione.  

La conclusione della favola è amara. Da nessuna parte sta scritto, infatti, che i delitti del totalitarismo vincente debbano essere accettati, capiti, omologati, onorati; mentre quelli dell'altro, del perdente, debbano rimanere respinti, deplorati, condannati.

Vi è in questa pretesa tanta arroganza, e per di più facile in

quanto rivolta contro il perdente. Non si può distinguere tra morte e morte, delitto giusto e delitto ingiusto, assassino buono e assassino cattivo; ed affermare che, al massimo, la parte perdente possa aspirare a una riconciliazione tra le future generazioni dei distinti assassini. Ciò significherebbe che le uccisioni perpetrate con l'infoibamento erano giuste, perché i valori di quelli che sono stati infoibati erano sbagliati, negativi e perciò condannabili con l'orrenda morte di venir sepolti vivi; perché voler rimanere nella propria casa, dove ci si trova da tanto prima che giungessero i "giusti vincitori" è deprecabile, condannabile con la morte. E che ciò venga detto, a parte le ragioni storiche sulle quali si potrebbe lungamente parlare in un momento in cui si esclude la pena capitale, è...ditelo voi che ascoltate la favola che cos'è.     

Ma di che riconciliazione si tratta se non si riesce o non si vuol capire che due per riconciliarsi devono essere sullo stesso piano? che altrimenti può esservi solo la magnanimità dell'assassino più forte, più quotato, verso l'altro, il quale

perciò rimane segnato e costretto a sostenere il fardello di tutti e due?

Nella cultura di coloro che, nella presente fiaba, hanno perduto la guerra, la riconciliazione è un sacramento che prevede il pentimento per le colpe commesse. Forse chi si è espresso in tali termini lo ha fatto senza riflettere bene. Comunque è servito a mantenere lontane le parti anziché avvicinarle al fine di una vera pacificazione.

Plauso e lode, quindi, al personaggio che ha proposto, con un profondo senso di umanità e anche di logica politica, l'annullamento delle distinzioni in un' unica ricorrenza per ricordare tutti i morti.  

determinate reazioni, anche non decise e non volute dal suo cuore e dalla sua mente.

Durò molto la guerra, esasperando gli animi, suscitando odi, causando devastazione e morte. Ci furono gli eroi e i vili, come succede sempre e ovunque. Ci furono i vincitori e i vinti; e, mentre una parte vinceva, nell'altra cominciavano i tentennamenti, le diserzioni, i tradimenti.

Vi è, insomma, una certa omogeneità nella loro essenza; e, inchiodati dalla vita nel loro schema, plaudono alla morte del nemico, addirittura la capiscono perché  vita mea mors tua è un istinto primordiale insopprimibile.

Ma tutto è previsto nel gioco degli umani, tutto si ripete, perché sono tutti uguali, più o meno costituiti della stessa materia, degli stessi impulsi.

Finita che fu la guerra, il vincitore ne scrisse la storia e stabilì che coloro che erano stati uccisi dalla parte perdente erano martiri, eroi, vittime; mentre gli uccisi dalla parte vincente erano esseri giustamente giustiziati. Da una parte, dunque, i buoni, i vincitori; e dall'altra i cattivi, i vinti.

Trascorse mezzo secolo, le generazioni si succedettero e i nuovi re non cambiarono abitudine, proseguirono a inculcar

                        La battaglia  china acquerellata

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