CHECCHE' SE NE DICA  A proposito d'arte e di mostre, ricordando un pensiero di Egon Schiele: "L’arte non può essere moderna. L'arte ritorna eternamente all'origine"       

giugno 2000

 

C'è molta gente che parla d'arte e c'è anche chi esercita il mestiere del critico delle arti figurative, possedendo in merito un tale bagaglio di dati e nozioni da poter essere considerato erudito, in grado di effettuare in abbondanza citazioni e similitudini.

Ma qui, salva qualche alba avis, tutto si ferma e si riduce all'osservazione esteriore, all'impressione, sia pure in due modi diversi: quello formale e quello contenutistico. Diversi ma comunque insufficienti se mancano dell'elemento essenziale per la comprensione dell'opera d'arte: l'anatomia dello stile - come diceva Flaubert - cioè del linguaggio relativo, che permette di scorgere e studiare le particolarità, i segni, le linee, i colori sia come tonalità di luce sia come effetti cromatici.

Insomma è la facile e deteriore critica psicologica che guarda al contenuto al di là della forma, cioè evidenzia il che cosa esprime, o meglio il che cosa illustra, e non il come è espresso. Quasi dimenticando, ignorando, che nel "come è espresso", cioè nella forma, consiste lo stile, quel particolare linguaggio personale che appartiene ad un determinato artista, e tramite il quale soltanto è possibile capire la sua opera.

Certo che non vi può essere contenuto senza forma, ne forma senza contenuto, perché sono due elementi in assoluta interdipendenza, quantunque in continuo dualismo. Si tratta di dare forma al pensiero, al sentimento (di riso, di pianto, d'ira, eccetera), non attraverso la descrizione, l'illustrazione del medesimo, ad imitazione del suo aspetto naturale, secondo i dettami del naturalismo e del verismo, ma attraverso quegli elementi stilistici che nel loro insieme riescono a rappresentarlo, astraendolo dall'aspetto suddetto, tramite l'intervento soggettivo e dunque l'interpretazione dell'artista. La drammaticità deve uscire esclusivamente dagli elementi figurativi e tradursi in puro travaglio cromatico o plastico. La ragione artistica deve assorbire la ragione pratica, dimenticarla.

Un volto, ad esempio, deve trovare la sua espressione definitiva e forte negli elementi stilistici che lo compongono, non nelle linee descrittive e nei colori che illustrano naturalisticamente lo stato d'animo, i sentimenti ch'esso esprime, ma nella forma che l'artista ha creato con il suo stile e che riesce a suscitare una determinata sensazione visiva. E così un paesaggio, una casa, un corpo, una bottiglia, un oggetto qualsiasi possono esprimere tutta la gamma di sentimenti di cui è capace l'animo umano. Dipende da come l'artista lo presenta, lo elabora, lo modifica per mezzo del proprio alfabeto, diciamo, che è composto di linee, toni, colori, un certo modo di tratteggiare, di dipingere, di deformare, di comporre la propria visione nella quale la drammaticità del reale è completamente dimenticata e il contenuto di affetti, di emozioni, esiste sì, ma nella pura forma costituita dagli elementi stilistici, la cui unità e coerenza possono portare al godimento estetico, alla contemplazione della forma.

Ah, quanta difficoltà, per chi guarda l'opera, a capire se è sincera, se è davvero sentita; e a misurare il grado di capacità

tecnica dell'artista! Perché per fare ciò, checché se ne dica, bisogna essere dotati della necessaria sensibilità, oltre ad averci almeno un po' provato, e a conoscere almeno un po' le materie e i mezzi che vengono usati per la sua creazione.

Altrimenti sarebbe come se uno, che di musica non conosce nulla, nemmeno le note, s'improvvisasse critico musicale. Potrebbe soltanto dire: mi piace, mi annoia, mah! Benché, piacendogli, gusterebbe egualmente la musica, sia pure trasformandola in un suo particolare e personale mondo di sentimenti e talvolta d'immagini, anche se, quasi con certezza, non corrispondente a quello dell'artista. La musica, infatti, arte astratta per eccellenza, non può essere capita diversamente da chi non ne conosce gli elementi.

Quarant'anni fa, a seguito del cubismo, del futurismo, del raggismo, dell'orfismo, dell'espressionismo, e di vari linguaggi esoterici, andava di moda l'informale, l'astratto, un complesso di ricerche impegnate a superare le vecchie concezioni idealistiche e razionalizzanti della forma. Ricordo una mostra al palazzo Costanzi ove tra le opere esposte c'era un quadretto consistente in un foglio di carta nera sul quale, in alto a sinistra, era stato segnato con la matita rossa un punto quasi invisibile, e che aveva vinto il premio del Comune di Milano. E poi a una ex tempore - immersa in una giornata di sole con traffico di persone, cavalletti e timbratura delle tele - allorché volevano assegnare il premio a un'artista la cui opera consisteva in due fili d'erba fissati alla tela con un pezzo di nastro adesivo. Ma qui eravamo già un paio d'anni più tardi, nella sopraggiunta pop-art, quando, dopo i fiumi di parole ad esaltazione dell'arte astratta, arrivarono i primi esemplari di pop-art, e allora i fiumi di parole cambiarono corso affermando: La pop-art ha riportato le esperienze d'avanguardia a una scrittura leggibile rimettendoci a contatto con gli oggetti veri della realtà palpitante e permettendoci di capire ciò che viene rappresentato, senza arrovellarci a scoprire il significato nascosto disegni astratti e senza ridurci a vibrare per armonie di colori o segni (sic).

Veramente sembrava, come per simile verso sembra oggi, a voler seguire con serietà certe passeggiate della ragione, di trovarsi di fronte all'eterno, mutabilissimo fenomeno della moda che si finisce con l'accettare passivamente, abituando l'occhio ad una determinata forma e dunque lo spirito ad un determinato gusto estetico, conseguenza di un fenomeno commerciale che viene imposto, una forma mentis di accettazione e di strenua difesa di tutto ciò che è il prodotto dell'avanguardia, perché l'avanguardia di cent'anni fa, allora boicottata ed anche derisa, si è poi pienamente affermata. Lo diceva pure Hauser che il buon gusto è un concetto molto relativo sociologicamente ed anche come termine di valutazione estetica. Dunque non rimane che accettare tutto, proprio tutto; il giudizio serio verrà in un tempo futuro. Cammino inverso e uguale  conclusione:  la Critica ,  rispetto  all'arte d'avanguardia  ad essa contemporanea, non la imbrocca mai. E ciò, beninteso, con la premessa della generale 

 

buona fede.Dicevano: I mezzi d'espressione cambiano, è il messaggio che l'opera ci porta ad avere importanza. E lo dicono anche oggi. Ebbene, quale l'importante messaggio di un gigantesco dentifricio di plastica posto nel bel mezzo di una sala della Biennale? Rispondevano: E' la protesta emblematica di un popolo insofferente nei confronti dei tantissimi dentifrici che consuma. E della tazza del water esposta con il rotolo di carta igienica e una cornice intorno?,  che a Trieste fu motivo di una favorevole, entusiastica conferenza culturale con proiezione di diapositive,in modo da offrire l'occasione di godere di una "così alta opera d'arte" an-che a chi non aveva avuto la fortuna di visitare la Biennale ? o di comprenderne a dovere il messaggio? E, ancora, dei profilati di ferro arrugginito che, appesi al soffitto, riempivano un'altra sala, avendo momentaneamente ricevuto, per chissà quale volontà di protesta, per chissà quale strano gusto o grido di ribellione, o semplice desiderio di originalità, una dignità che non gli competeva affatto?

Allora, se si vuole esaminare tali opere dal lato estetico e stilistico, che dopo tutto è l'essenziale dell'opera d'arte, si deve proprio inventare qualcosa per non rimanere muti, e, sfruttando la propria fantasia, appigliarsi al recondito significato socio-politico-culturale, all’espressione di protesta, all'interpretazione psicologica, riducendo tutto a qualcosa di diverso dall'arte, secondo le aspirazioni di chi rimane testardamente immerso in falsi benché, purtroppo, non sorpassati ideologismi.

In fondo, è questione di accordarsi sull'accezione delle parole, ed anche di ammettere, una volta per tutte sia pure con superficialità estrema, che "de gustibus non est disputandum". Nei regimi totalitari, negli Stati etici, infatti, ciò che assumeva, e che assume importanza nell'opera d'arte è il contenuto, che deve essere chiaro e realistico. Basti ricordare le censure effettuate in proposito sia dal nazismo che dal marxismo. Ed ora, checché se ne dica, di "eventualità demiurgiche, stimoli maieutici, manierismi imposti, mercato confuso, arte salottiera e ben composta, opere che possono diventare socialmente riconoscibili come opere d'arte soltanto se entrano in un certo contesto e se soddisfano i requisiti ideologici di tale contesto", la situazione è stata semplicemente capovolta. Si continua a non guardare all'arte, intesa come tecnica, stile, poesia; e si considerano esclusivamente i suoi contenuti sociologici, o psicologici tipo art brut, addirittura evidenziandoli col posizionare l'opera, sia pure uno scarabocchio tracciato con spregio (per protesta, dolore, fame, droga, disperazione) in un ambiente fatto di cose eleganti e raffinate, di arte salottiera, appunto, dove l'opera finalmente acquistauna qualche validità, non per i suoi valori intrinseci ma per l'aspro contrasto che produce in quel determinato spazio dialogico, ambiente di cose eleganti e belle. Quante chiacchiere! Tante da ricordare pure un pensiero di Faulkner: A volte mi pare che nessuno di noi sia del tutto matto e nessuno del tutto savio, fìnché tutti gli altri, a furia di chiacchierare, non ci facciano diventare l'uno o l'altro.

                 

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