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HISTORIA
MAGISTRA VITAE?
agosto '99 |
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E’ da qualche anno che vivo a Trieste, settantasei, per essere precisi, e osservo che più si avanza nel tempo - non il tempo personale, l’età che aumenta e ci avvicina alla soluzione del grande enigma, alla risposta che tutti, anche i meno curiosi, attendono - più si avanza, dicevo, in quel tempo forse eterno, in cui le nostre brevi vite durano attimi infinitesimali, benché esso esista unicamente in funzione nostra, di noi che lo viviamo e ne abbiamo coscienza, e più dobbiamo accorgerci, se non siamo intellettualmente ciechi, che non cambia nulla, che tutto si muove secondo i medesimi meccanismi o ragioni, chiamiamola logica, di due, tre, quattromila anni fa, un milione d’anni fa. Probabilmente è l’età, la mia, in cui si comincia a pensarci e a rendersi conto di qual è la verità, o perlomeno ad accettarla come una probabilità molto probabile. Abbiamo alla base del nostro automatismo poche e semplici leve che
muovono i nostri ingranaggi, e persistono con la medesima energia di sempre.
Padroni e schiavi, forti e deboli, intelligenti e stupidi, buoni e cattivi,
nulla è cambiato da che abbiamo notizie della nostra storia. E’ vero, basta
aprire Nel mio girovagare per l’Europa e in una visita che sono riuscito
a fare negli USA, ho visto in moltissimi alberghi, sul comodino, Così anch’io ho assunto tale abitudine, non
consueta nel mondo cattolico. Ed ora, nei giorni che stiamo vivendo, con la
tragedia alle porte di casa nostra, ho riletto l’Ecclesiaste, rammentando il
discorso sul ripetersi dei medesimi avvenimenti nello scorrere del tempo, e il
concetto che quanto oggi ci appare nuovo e ci meraviglia è già
avvenuto, e avverrà ancora, chissà quando, ma avverrà. Davvero di fronte a tali riflessioni ci si sente terribilmente piccoli, insomma si riacquistano le proprie effettive dimensioni; e tutto, davvero, ci risulta essere vano: l’allegrezza e la malinconia, la ricchezza e la povertà, la saggezza e l’idiozia, il successo e l’insuccesso. Eppure rimaniamo ciò che in quel momento sentiamo, supponiamo d’essere, o vogliamo essere, giustificando e anche falsando, addirittura verso noi stessi, il nostro stato. C’è qualche santo che esce dai ranghi, che evita le ferree regole che governano il nostro agire, il nostro pensare, questo è pure vero, ma gli è possibile farlo solamente perché è santo, un’eccezione in cui la logica della natura, i principi dell’essere uomo, possiedono miracolosamente valori, tensioni diverse. Ma perché l'ho presa tanto larga, la curva, arrischiando di finire chissà dove? Volevo semplicemente ricordare le foibe degli anni ’40, un genocidio che oggi si ripete e del quale si è |
cercato, ma inutilmente, di cancellare la memoria, per bassi interessi, per vigliaccheria, è indifferente il motivo. Ciò che conta è che ricordare, ad esempio le arene piene di cristiani dati in pasto alle belve, i roghi dell’Inquisizione, le camere a gas delle SS, la distruzione selvaggia di Curdi, o non ricordare, ad esempio le foibe riempite d’italiani, non è importante perché non serve a niente, perché ogni avvenimento, anche il più esecrando, si ripeterà, purtroppo si ripeterà, secondo quanto è scritto. Ed è ciò che succede, la violenza chiama violenza, e vanamente spinge l’uomo a imparare a non essere violento. E’ un ritornello, questo, che lo accompagna da quando ha aperto gli occhi ed ha cominciato a pensare. E tutto ciò che cosa c’entra con l’arte? con l’antiquariato? Sono andato fuori strada? Non lo credo. E’ soltanto che qui il discorso si fa più leggero, ma rimane sempre il medesimo discorso, con una differenza: quella della tecnologia, della qualità dei colori e dei materiali e dei mezzi a disposizione per esprimersi. Ma no, a ben riflettere, nemmeno con questa differenza, in quanto anche per le guerre e i genocidi e le crudeltà, muta soltanto la tecnologia, lo spirito rimane immutato. Ma perché l’ho presa tanto larga? Ritorniamo all’arte, allo stile, alla tecnica. Anche coloro che fanno vere porcherie, non perché non sanno fare di meglio, ma perché vogliono a tutti i costi, a qualunque condizione, creare qualcosa di nuovo, essere diversi, essere speciali, non fanno che ripetere, sia pure con minime variazioni, cose già fatte, cose già viste. D’altra parte è sufficiente osservare una goccia di qualsiasi liquido a un qualsiasi microscopio per vedere i colori e i disegni più astratti; oppure una semplice nuvola in cielo, o una macchia d’umidità su di un vecchio muro. Al mondo non c’è mai niente di nuovo: tutto è stato già creato, all’inizio, anche la presunzione. Avevo cominciato col parlare della mia vita e quindi di Trieste. Non è facile dirlo, ma qualcuno deve pure farlo: oggi l’orientamento a Trieste, nel campo dell’arte figurativa, non intendo di coloro che, bene o male, quest’arte la praticano, ma di coloro che in certo senso l’amministrano, potendo assegnare mezzi e locali e sovvenzioni per favorirne la diffusione e l’insegnamento; potendo pubblicizzare l’attività di quanti vi si applicano lavorando e studiando con passione, dedicando il loro tempo proprio a ciò che allontana dalla violenza e che ingentilisce gli animi. Detti signori preferiscono trascurare i propri corregionali e spalancare le porte agli stranieri, illudendosi forse di offrire così di Trieste un’immagine cosmopolita, e riuscendo soltanto, invece, a dichiarare il proprio timore di apparire provinciali. C’è sempre la vanità e la paura del rischio: Chi pone mente al vento non seminerà; e chi riguarda alle nuvole non mieterà. (Ecclesiaste 11,4). Forse ho esagerato con i riferimenti biblici. Ma per i triestini? Hanno tagliato a metà un corridoio al piano terra sul retro del palazzo municipale e hanno stabilito: questa è la nuova Galleria d’Arte Comunale, denominata Sala |
dell’Albo Pretorio, che sarà benevolmente concessa ai sudditi che la richiedono per esporvi i propri lavori, frutto della loro cultura, delle loro fatiche e spesso dei loro sacrifici; e, s’intende, senza nemmeno un custode per darle quel po’ di dignità indispensabile a qualsiasi locale destinato alle visite di un pubblico amante di cose d’arte. E’ quasi diventato l’undicesimo comandamento: triestino? Niente da fare. La sua mostra è completamente a fine benefico? a favore di un’Istituzione locale? Niente da fare: il calendario è impegnatissimo per mostre importantissime che, anche se costano parecchio e non rendono nulla (in quanto tale è la norma, affermano, per l’uso dei locali pubblici!), danno lustro alla città. Io ricordo quando gli artisti locali non solamente potevano esporre
nella vera Galleria d’Arte Comunale, prospiciente
Il dubbio china acquerellata _______________________ Nota - Qui a Trieste, a parte l'ottima ospitalità del Museo Postale di piazza Vittorio Veneto, non mi è stato possibile ottenere l'uso di nessuna Galleria pubblica ove allestire, per beneficenza, una mostra di pittura e grafica. Perciò ho dovuto allestirla, logicamente a pagamento, in una Galleria privata. La rassegna, il cui ricavato è stato interamente devoluto ad una Associazione di volontariato, ha avuto comunque ottimo successo. Lo dico anche se ciò lascerà senz'altro indifferente il piccolo burocrate. Una volta si diceva "il mezze maniche".
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